MARCO SIMONCELLI Nel nome del Sic. Il nuovo Olimpo.


marco simoncelli«Ridere, ridere, ridere ancora, ora la guerra più paura non fa…/
Corri cavallo, corri ti prego, fino a Samarcanda io ti guiderò/ Non ti fermare, vola ti prego, corri come il vento che mi salverò…/
Fiumi poi campi poi l’alba era viola, bianche le torri che infine toccò/ ma c’era tra la folla quella nera signora, stanco di fuggire la sua testa chinò/
Eri tra la gente nella Capitale, so che mi guardavi con malignità/ Son scappato in mezzo ai grilli e  alle cicale/ Son scappato via ma ti ritrovo qua!/
Sbagli t’inganni ti sbagli sovrano, io non ti guardavo con malignità, era solamente uno sguardo stupito, cosa ci facevi l’altro ieri là?/ T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda, eri lontanissimo due giorni fa/ Ho temuto che per ascoltar la banda, non facessi in tempo ad arrivare qua».

L’Olimpo contemporaneo ha l’aspetto dei colli romagnoli. Quelli di Coriano, dove viveva Marco Simoncelli. Il Sic. Creatura mitologica. E che come tutte le divinità dell’Olimpo è senza tempo. Un eroe caduto giovane. La sua immagine è cristallizzata come quella del centauro, con i riccioli che spuntano dal casco e il numero 58 sempre davanti. La risata squillante, il «Diobò» che è un’esclamazione dal significato plurimo: meraviglia, stupore, ma anche rabbia, delusione o allegria. «Diobò che bello» è l’intercalare dei romagnoli quando, con una pacca sulla spalla, si congratulano per il risultato di un warm up o per un podio del campione.

 

«Diobò che bello» si sente ancora, a Misano, la sera alla Birreria di Paolino, quando esattamente alle 22,20, per 30 secondi, la moto del Sic viene accesa e il suo motore torna a rombare come quando era lui a scalare le marce e farla sgasare.

Quella Honda ne ha fatta di strada, con i suoi 250 cavalli. E il cavaliere che la guidava ha fatto della sua vita l’emblema della sua passione: non una frode, non una fatalità, ma la strenua lotta affinché la corsa rimanesse eterna, indistruttibile, intatta.

Così, sulla pista di Sepang, il 23 ottobre 2011, l’asfalto che l’ha visto cadere ha regalato al giovane pilota ventitreenne l’immortalità. E Paolo, suo padre, Priamo dei nostri tempi, ha consegnato alla storia un mito.

 

Paolo non ha mai tarpato le ali a suo figlio, l’ha seguito in quella sua vita fatta di passioni; l’ha reso felice di poter vivere della sua, accompagnandolo.

È lui stesso a raccontare: «Un giorno scherzando gli ho detto: ‘Se muoio, cosa farai?’. E lui, sorridendo e mettendomi un braccio sulle spalle ha risposto: ‘Ti brucio, metto le ceneri in un vasetto, ti tengo sul comodino e così, ogni mattina, ti porto con me a giocare nella vigna; poi là c’è anche sepolto il nostro cane Filippo, faremo sempre festa, tutti assieme’. Adesso tocca a me fare quello che lui desiderava per me».

La Romagna è una terra così, fatta di solidi visionari. I ragazzini che crescono con la passione per le ruote, cominciano presto a sgasare nei circuiti delle minimoto.

 

Sic comincia a otto anni. A Cattolica, tornando da una visita ai parenti, si ferma con la famiglia alla pista. Trova chiuso. Il padre chiede al responsabile di far fare un giro ugualmente a suo figlio. Il bambino viene bardato di tutto punto, ma poi  sfugge alla presa e comincia in autonomia a girare. Torna ogni fine settimana. Poco dopo, visto che l’investimento economico di quelle domeniche sta diventando esoso (20.000 lire ogni dieci minuti), i Simoncelli decidono di comprare da Manuel Poggiali la sua minimoto per il figlio.

«Quanto sarebbe ingiusto non farlo sognare!» è la replica di Rossella, sua madre, a chi muove obiezioni riguardo alla pericolosità di quella passione.
Sic comincia a volare, sgasa e va a manetta. È un bambino competitivo, leale, allegro.

 

Come tutti i bambini, ama giocare. A biglie, a bigliardino, a scopone, come faceva a casa anche col nonno Italo, scomparso nel ’94 e al quale Marco dedica un tema bellissimo a scuola. Quel lato bambino non lo abbandona mai. Vuole vincere, e se c’è una scalinata da percorrere, propone una sfida, per cercare di arrivare in cima per primo. Ma sa anche perdere. Le sconfitte, per lui, non sono mai una delusione, ma uno stimolo per risorgere. Studia la sfortuna per trasformarla. Sembra, quasi, che in alcuni casi gli diventi amica. E dosa quella sua risata aperta insieme all’ironia, che diventa sua alleata, come nell’episodio del 2008 al Mugello, con Hector Barberà.

Sic in quella gara festeggia sul podio, ma nel dopogara è scambio di battutacce fra piloti. Barberà accusa Sic di aver aperto una gamba sul rettilineo colpendogli apposta la leva del freno. La replica è diventata leggenda contemporanea: «Sua sorella ha aperto la gamba!».

 

Il carattere romagnolo fa di lui un personaggio dall’ascesa ormai inarrestabile. Irriverente, umile, scherzoso e caparbio quando si mette in testa di voler raggiungere un risultato, che puntualmente arriva. Il 19 ottobre 2008, a Sepang, Sic si laurea campione del mondo per le 250 con la sua Gilera Metis. Sul cartellone che lo saluta, la celebre scritta “È mundiel”.

A proposito di quella vittoria, circola la storia raccontata da Aligi Deganello, il capotecnico di Sic:

«A tavola, quando mangiava, faceva talmente tante briciole che gli dicevo scherzando: ‘Quando mangerai e davanti a te non ci saranno più briciole, vincerai il campionato del mondo della MotoGP’. La volta dopo, sulla tavola davanti a lui non c’erano briciole». (Claudio M.Costa, La vittoria di Marco, Fucina, 2012, pag. 337)

 

Sepang, il circuito che lo incorona campione del mondo nel 2008 è lo stesso che lo consegna alla leggenda. All’immortalità. Il mondo ammutolisce. Suo padre, come Priamo con Ettore, torna a casa con il corpo senza vita di Marco. Come Priamo, Paolo aveva avuto il presagio della fine del suo figlio eroe. Gli era venuta la pelle d’oca quando l’asciugamano del Sic era stato posto al contrario prima della gara. Non avrebbe dovuto. Per scaramanzia. Ma, in fondo, è solo un segno. Un segno che, con il senno di poi, non significa nulla rispetto a quel che è successo. E in fondo Paolo non smette mai di dire che suo figlio ha vissuto la vita che lui stesso aveva scelto di vivere: veloce, pericolosa, a trecento all’ora e nessuno mai avrebbe avuto il diritto di imporgliene una diversa. Lui, come padre, lo ha solo accompagnato, assecondato.  

Oggi, Paolo Simoncelli, continua a investire le sue risorse con i giovani piloti, nel nome del Sic, attraverso la sua squadra, che porta il suo nome: Team Sic 58.

 

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Daniela Bartoli*

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.

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