MARCO PANTANI l’ultima salita

 marco pantaniQuando si spengono i riflettori dell’estate sulla Riviera Romagnola, il lungomare di Rimini si trasforma in un paesaggio ovattato nella nebbia. È come uno switch off di qualche mese, in cui la bacchetta del mago congela i fuochi d’artificio, il ritmo assordante del tormentone di agosto e i profumi delle grigliate di pesce e della piadina, per restituire alla primavera successiva una nuova canzone che tutti in massa intoneranno nuovamente, passeggiando sulle strade animate che portano verso la spiaggia.
Il 14 febbraio 2004, i riflettori si riaccendono clamorosamente sulle strade fantasma con  gli alberghi disposti a pettine: in un letto disfatto di una stanza del Residence Le Rose, Marco Pantani conclude la sua gara.

Lui stesso aveva detto «Avrei voluto essere battuto dagli avversari, invece mi ha battuto la sfortuna» quando durante il Giro d’Italia del 1997 un gatto nero gli aveva attraversato la strada al km 182 del Valico di Chiunzi, facendolo cadere.

Sfortuna. Caso. La guerra mediatica al massacro rende fragile il Pirata. Alti e bassi. Anni d’oro fino al 1998, poi la prima fase di buio. La sua strada non è più costellata di salite, quelle salite delle quali aveva bisogno per vincere: si trasforma in un asfalto scivoloso e minato di buche per renderlo fragile. Il can can mediatico fra il 1999 e il 2000 è devastante a causa de i risultati dell’antidoping: inammissibili i valori di ematocrito del 52% rispetto all’1% consentito, e a Madonna di Campiglio il 5 giugno il ritiro della Mercatone Uno, la sua squadra, dal Giro d’Italia segna una clamorosa discesa nel suo percorso.

«A Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato il prezzo che il mio ben che duro carattere non sopporta. Una macchia indelebile e non troppo sincera»: e il contenuto di una lettera diffusa dalla mamma, la signora Tonina, durante la presentazione del libro di Davide Dezan Pantanti è tornato (marzo 2016). 

Lo strapiombo è la decisione della squadra di sostituirlo con Garzelli nel 2000, e poi il ritiro dopo l’ascesa di Lance Armstrong durante il Tour de France di quell’anno.

Come in tutte le vicende agonistiche della storia degli sport, il duello fra due grandi campioni porta sempre adrenalina. Il pubblico dei tifosi diventa un’arena dell’antica Roma, in cui il pollice verso di chi ha la facoltà di dire l’ultima parola può mettere la parola fine alla carriera di un atleta. Come le montagne che ama scalare su due ruote, Pantani deve all’incontro con Armstrong le fasi in assoluto più ascendenti o discendenti di tutta la sua carriera. Dalla tappa dei Pirenei del Tour del 2000 il Pirata subisce la tensione del confronto con l’astro nascente statunitense. Accumula ritardo, e poi si riscatta nella tappa di Courchevel. La malasorte, sotto forma di un malessere intestinale, gli fa perdere poco dopo la tappa della Grande Boucle. «Ho provato a saltare il tour; sono saltato io».

Non si saprà mai se effettivamente abbandonò il Tour per problemi di salute o per timore nei confronti delle analisi che avrebbe dovuto affrontare.

Le vicende mediatiche vogliono asfaltare a terra l’immagine del piccolo gigante ciclista con la bandana sul capo e l’orecchino al lobo, cancellarlo.

Eppure, le migliaia di auto che transitano ogni giorno sulla A14, nei pressi di Imola, non possono non vedere la gigantesca biglia davanti alla torre della Mercatone Uno in cui il Pirata, con addosso la maglia rosa, si alza sui pedali, come il titolo della canzone a lui dedicata dagli Stadio. Nelle biglie del cheecoting si racchiude, nell’immaginario collettivo di chi con quelle palline ha giocato, un’intera filosofia: le biglie rotolano, si urtano, vengono spinte, si allontanano e vanno veloce. La biglia che si stacca dal gruppo e con due o tre “ciccate” giuste raggiunge il traguardo porta il nome di Marco Pantani.

A braccia alzate verso il cielo il piccolo Marco pedalava verso il nonno Sotero, che gli aveva regalato la sua prima biciclettina, a Cesenatico negli anni Settanta, dirigendosi verso il chiosco dove sua madre girava una dopo l’altra le piadine sulla teglia.  

A braccia alzate verso il traguardo, l’asso romagnolo dagli occhi da furetto incasella fra il 1992 e il 2003 ben 46 vittorie, fra cui la magica doppietta Giro-Tour nello stesso anno, il 1998, oltre al bronzo ai Mondiali. L’ultimo italiano a conquistare la maglia gialla era stato Felice Gimondi, 33 anni prima; sarebbero dovuti trascorrere ancora sedici anni prima che un’altra vittoria del Tour de France andasse a un italiano, Vincenzo Nibali.

Con la sentenza del 2016, a dodici anni dal letto disfatto del Residence Le Rose, con buona pace di chi ha sempre creduto che Marco Pantani fosse finito vittima di un circo mediatico al massacro, l’immagine pubblica del Pirata è riabilitata: in quella vicenda i fili della regia vennero manovrati da qualche burattinaio del male. Non si saprà mai con certezza se effettivamente la lettera di Vallanzasca fatta recapitare a mamma Tonina nel novembre del 2007 rivelasse la verità sul giro di scommesse che voleva la sconfitta di Madonna di Campiglio per dare la pastura a un branco di squali affamati di denaro. Umanamente e nonostante tutto quello che realmente è successo, il «Se puoi, devi farlo» di Marco Pantani è stato il leit-motiv che ha condotto i pensieri di chi non si è mai lasciato convincere del fatto che nella storia del Pirata fosse tutto bianco o tutto nero: a fare la differenza sono sempre le sfumature che nella vicenda stanno in mezzo.

«Puoi avere il tecnico migliore, lo stipendio più alto e tutti gli stimoli di questo mondo, ma quando sei al limite della fatica sono solo le tue doti ad aiutarti».

Il Pirata nell’immaginario collettivo è quello dello scatto sul Mortirolo e dell’Alpe d’Huez;  quello per il quale, dal 2004, il Giro d’Italia ha istituito il titolo della salita che porta il suo nome (la Montagna Pantani) alla scalata più alta. Fino ad allora solo al Campionissimo Fausto Coppi era stato riservato l’onore di vedere il proprio nome assegnato alla Cima che segna il punto più alto del percorso del Giro.

In Romagna esiste uno strano Genius Loci protettore, che vuole immortalati i suoi eroi in modo anticonvenzionale, ribelle e irriverente come la loro natura. Una legge del 1923 vieta che monumenti vengano intitolati a personaggi famosi a meno di dieci anni dalla loro scomparsa. Nel 2005, sulla Piazza Marconi di Cesenatico, una statua in bronzo a grandezza naturale viene inaugurata. Rappresenta un ciclista durante una salita. Non porta un cappello in testa, ma una bandana. Nel rispetto della legge, nessuna targa è impressa sul monumento, ma tutti sanno chi è.

Daniela Bartoli*

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.

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