MARC CHAGALL&BELLA L’amore fluido

E viene voglia di parlare d’amore, guardando le tele di Marc Chagall. Un amore che s’appresta a sgusciare, rapido, dall’infanzia. Dell’infanzia trattiene l’incedere ma non la veemenza.
Più quiete che incantesimo, insomma. Niente a che fare con le fiabe, perché della fiaba non hanno il passo essenziale, la struttura nemmeno, la semplicità.

Semmai invincibili filastrocche dal potere segreto, che è anche quello di orchestrare il sogno.

Una ragione, invero, concreta e determinata c’è, eccome. Ha nome, fattezza di ragazza, e labbra che s’increspano in un sorriso.

Quello di Bella Rosenfeld.

Così, nel colore, il sogno reale raddolcisce la parte più sinistra e oscura del mondo, tele venate d’ossessione che travalica i limiti, s’inabissa e diventa volo, arabesco. Acceca l’occhio, lo impressiona.

Per farlo, usano una lente potentissima.

Sì, l’amore.

Amore per il cielo, lo spazio, i colori.
Amore per la vita.
Amore contro la morte. Amore contro la paura.
Amore che è mito e dissacrazione.
L’amore che circonda, l’amore che inabissa, poi di nuovo su.
Ma per giungere dove?
Al giardino segreto.
Giardino d’infanzia. Che è Eden immacolato, anche quando fuori il mondo accelera, scoppia, s’esalta.

Corre l’anno 1909 e lui, Marc Chagall (secondo la trascirzione francese, mentre è in ebraico Moishe Segal, in russo Mark Zacharovič Šagal) incontra la sua Bella. Ha ventitré anni (è nato il 7 luglio 1887),
lei neppure quindici e studia a San Pietroburgo, dove anche Marc è giunto per proseguire la formazione artistica. Ha la sua stessa provenienza, la cittadina di Vitebsk, e una famiglia ebrea agiata e colta.

La cosa s’ha da fare, dunque, nessun contrasto, l’amore segue liscio e fluido, felice anche, e sfocia presto nel fidanzamento e nel matrimonio.

Dal primo sguardo è l’armonia che s’insinua. Lui che parla della pelle d’avorio della ragazza, degli occhi neri. Lei che risponde solleticando i ricci spettinati del pittore e dello “sguardo di una volpe negli occhi azzurro-cielo”. 

La ritrarrà e ritrarrà e ritrarrà all’infinito. Per ben trentacinque anni. E il colore passerà attraverso la speranza, la giovinezza, l’Europa, le città stupende – Mosca, Berlino, Parigi – i drammi della guerra, lo shock delle leggi razziali, le persecuzioni, la ferocia, la follia, l’orrore.

Ma là, dove lo sguardo corre, ci sarà lei. Che lo stringe, che danza, che lo strega, che lo eleva, che lo prende per mano.

Quella mano. Ch’è elegia di forza e testarda speranza. Quella mano, che tutti vorremmo avvertire un istante almeno allacciata alla nostra. Dita che contano, tratteggiano, innescano, separano, selezionano. Dita che annullano ogni spazio vuoto, o paura. Finché c’è quella magia a circondarlo.

E poi invece, d’un tratto, la malattia. Che separa i corpi, non le anime forse. Ma i corpi, e con quale ferocia. La malattia, di Bella, che la strappa agli occhi di Marc il 2 settembre 1944. Sabato. Un’infezione virale se la porta via. Mal curata. Via per sempre. (E quello stresso sabato, storia infausta, Anna Frank e la sua famiglia vengono caricati sul treno verso Westerbork poi Auschwitz. Impiegheranno tre giorni).

Muore. Bella. Muore. La pittura.

Così crede Marc, che è passato attraverso tutto, tutto quell’orrore intorno, solo perché lei stava lì, e dalla stanza entrava nel pennello e dal pennello al cielo, alle nuvole, all’arcobaleno. Ma adesso che la finzione è divenuta crudele e Bella a quel cielo c’è arrivata davvero, adesso lui, Marc, si sente monco.
E di più anzi: morto. Morto che respira, ma solo perché lo fa il corpo.

Il resto non va più.
La diagnosi è univoca: depressione.

A salvarlo, neanche a dirlo, una donna: la figlia, Ida, unica nata dall’unione con Bella. E Ida lo spronerà a non lasciare morire la madre due volte. Senza pittura come potrà lei restare lì con loro?

Curioso che sia proprio Ida a presentare al padre la giovane Virginia Haggard McNeil, a cui infine Chagall si legherà per sette lunghi anni. (Dalla relazione nascerà un figlio, David, il 22 giugno 1946).

Tradimento? Egoismo? Repentina consolazione?

O forse Bella gli aveva insegnato talmente nel profondo il linguaggio dell’amore da impedirgli di restare senza. Perché senza, l’amore appunto, anche il colore s’arrestava e i sogni, nostri, a venire, dove avrebbero trovato mai una dolcezza tanto forte e struggente da diventare, ogni volta che lo desideriamo, fantastica ossessione?

 

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