MADAME YEVONDE la fotografa delle dee

Inghilterra. Primi anni del Novecento. Periodo convulso, caratterizzato dai mutamenti economici che rendono  necessarie straordinarie flessibilità culturali. Sullo scenario artistico si gonfia l’interesse per la “nuova arte”, e si affaccia con l’incisività graffiante dell’innovazione una donna stravagante, colta, raffinata, moglie del drammaturgo Edgar Middleton. Lei si chiama Yevonde Cumbers Middleton, ma per tutti è Madame Yevonde

Nasce a Streatham (Londra), nel 1893, da una famiglia borghese, frequenta scuole progressiste ed entra in contatto molto giovane con il movimento delle suffragette. Che dire di una donna che fonda la sua formazione culturale sull’influenza del movimento Votes for Women nel momento in cui questo stava diventando una realtà sempre più incisiva in tutta Europa?

 

E’ lei stessa a raccontare “Avrei volentieri appiccato fuoco alle chiese, distrutto cassette delle lettere e intrapreso una carriera di malvagità e violenza in nome del diritto alla libertà politica, se non avessi avuto orrore della prigione, degli scioperi della fame e dell’alimentazione forzata. Il ruolo della martire mi attirava molto, ma non ebbi il coraggio di andare fino in fondo” (Madame Yevonde, In Camera, Londra, The Women’s Book Club, 1940, p.37)

 

Yevonde  si butta a capofitto nello studio e nella sperimentazione nel campo della fotografia. Studia da autodidatta, spinta da Lallie Chambers, la fotografa dell’alta società edoardiana, che la introduce al mondo della fotocamera.

Poi va oltre.

Si mette in proprio nel 1914, e comincia a cercare ossessivamente il modo per evadere dal mondo rosato della fotografia romantica. Lei vuole il colore. Lo cerca ossessivamente, nella sua vita e nell’arte. Le frequentazioni con il mondo delle stelle del teatro e della letteratura, così come con la fascia di élite alla quale i fotografi ritrattisti si rivolgevano principalmente, le aprono la strada per avere dietro di sé un nutrito pubblico.  A metà degli anni Venti ci sono già in Inghilterra  affermate donne fotografo come Dorothy Wilding e Yvonne Gregory, e fra gli studi di ritrattisti si combatte una guerra senza esclusione di colpi, tanto da offrire gratuitamente le prime sedute ai clienti per accaparrarsi le commissioni.

 

Yevonde vuole di più. Quando  la sua vita incrocia le rappresentazioni della velocità e del movimento del futurismo di Giacomo Balla, ne rimane folgorata e vuole trasportare le stesse suggestioni nei suoi ritratti. A colori.

Sperimenta tecniche di laboratorio fino a farsi massacrare la pelle dagli eczemi provocati dalle reazioni chimiche, ma alla fine la qualità selettiva delle lenti e il fuoco differenziale della fotocamera trasformano le immagini in una partitura astratta di forme e colori, grazie agli esperimenti con il metodo Vivex, un nuovo processo sottrattivo a colori, introdotto dal dottor Spencer all’incirca nel 1932 e utilizzato da Yevonde fino al 1940, anno di chiusura del suo laboratorio.

 

Le donne dell’alta borghesia inglese da lei ritratte diventano divinità classiche nel ciclo GODDESSES (DEE), del 1935, sensuali creature in cui l’esaltazione della femminilità dai colori un po’ fané della duchessa di Wellington rappresentata come Ecate si alternano a quelli più accesi di Mrs. Balcon in Minerva, che tiene in mano una rivoltella e in testa indossa un elmetto militare.

Sono le donne nuove i suoi soggetti preferiti.  Nuove nel senso di  moderne, provocanti, contemporanee, con il make up visibile e dettagli come rossetti, gioielli, o semplicemente particolari oggetti ritratti a evidenziarne una caratteristica. A superare l’approccio surrealista. A renderle uniche. Uniche come le gocce di glicerina sugli occhi di Lady Campbell, ritratta come Niobe, a rendere l’effetto tridimensionale delle lacrime.

Una innovatrice come Yevonde non può non varcare le frontiere del nudo femminile.

 

Vermeer, Ingrès, il rococò di Fragonard prendono vita nelle sfumature della foto intitolata Addetta alla macchina da cucire in estate (1943). Lei vuole emulare Man Ray per quanto riguarda la capacità di  “trattare il corpo nudo come un oggetto su cui compiere esperimenti con la luce e l’ombra” (In Camera,cit., p.243)

Artista incredibile, Madame Yevonde. Incredibile nello sfumare i contorni dei ritratti in nudo della sua modella preferita, Gillian John del 1933, rendendola una icona dalla sensualità inafferrabile, proprio come lei. Un archetipo inviolabile.

Sono gli anni del cinema, di Greta Garbo e Marlene Dietrich. Riviste come Harper’s Bazaar  (che nasce nel 1929) e la stessa Vogue (dal 1916) , che hanno già accolto fra le loro pagine le opere di Hoyningen-Huen e Cecil Beaton, la notano.

Arriva anche il mondo della pubblicità a puntare il focus su di lei. Le esigenze commerciali mutate non possono non incontrare il pungolo dell’artista, che, attraverso una mostra di ritratti a colori organizzata nel 1932 da Albany, viene notata dalle agenzie pubblicitarie appena approdate dall’America.

Da abile donna d’affari quale è, Yevonde non si lascia sfuggire l’occasione, e i soggetti delle sue foto spaziano dai Sali Eno alla biancheria intima. Una vera volpe, la Yevonde, talmente abile da strizzare l’occhiolino al femminismo nell’immagine della modella che fuma sfrontatamente una sigaretta mentre sgrana un cesto di piselli, o da rendere un soggetto di natura morta in stile Léger  un contenitore di lanolina.

 

A livello commerciale, il “colpaccio” di Madame Yevonde è il servizio sul Queen Mary, il  transatlantico gioiello della cantieristica navale. Gli interni, sfrontatamente art déco, che solleticavano l’immaginario collettivo per le sculture, affreschi e decorazioni a opera di artisti inglesi contemporanei, vennero fotografati nel 1936 per Fortune.

E, per rimandare ai posteri la sua immagine, Madame Yevonde lascia gli autoritratti. Rappresentata come una maschera di Arlecchino, o  con un tricorno settecentesco, agli inizi della sua carriera, quando le donne affermavano la provocazione sensuale o introspettiva con gli influssi della psicanalisi. Il suo vero  testamento, però, è quello del 1940.

Lei è così. In mano, un negativo di foto. Al collo, una importante collana. Capelli corti. Le farfalle dei suoi studi sui tatuaggi ad attraversare lo sfondo; le bottiglie e i contenitori dei prodotti delle campagne pubblicitarie ai lati. E in alto, campeggia l’immagine di Ecate. La summa della sua arte. Libera e indipendente.

 

Daniela Bartoli*

 

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.

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