LOLITA il desiderio

lolita, nabokov, kubrickEra ossessionato dalle farfalle, Vladimir Nabokov. Le studiava, le cacciava, le osservava fino a perdere la vista. Poi le sezionava. Centinaia di campioni di cui isolava macchie su un’ala o la bizzarria dei genitali maschili.

Le disegnava, ingrandendole a dismisura. Ne faceva dei grotteschi, complice la camera lucida annessa al microscopio. Infine imprimeva quella visione a suo modo sulla carta, minuziosamente.

Sarà un compito cominciato presto e mai abbandonato. E lo condurrà a raccogliere le tavole in un volume, Fine Lines. 92 figure in bianco e nero, 36 tavole a colori. Le ultime 25 sono dedicate alle ali delle farfalle.

Né avrà tregua, lui, eccelso rappresentante di quell’intellighenzia russa coltissima: parlava fin da bambino correntemente francese e inglese, e fu al Trinity College, che terminò a 23 anni.

Cosmopolita, erudito, di fronte alla leggiadria immateriale e perfetta di quegli insetti dai nomi sapienti smarriva ogni senso dell’equilibrio, preda d’umori sommersi, ansie di rivalsa anche, e qualche rancoroso demone, frutto dell’impotenza umana dinanzi al volo.

È l’avidità, il possesso, una sorta di invidia fallica freudiana al contrario verso quell’essenza capace di grazia che hanno certe creature.

Specie se femmine, se giovanissime, in bilico sull’innocenza che fu e il peccato.

lolitaLolita è una farfalla. Quando nel 1955 il romanzo venne pubblicato a Parigi, in lingua inglese, deflagrò. Censura, blocco, contenuti troppo espliciti.

Ma fu soprattutto l’America a scoprirsi sozza. Il romanzo, che comparve tre anni dopo, nel 1958, con G.P.Putnam’s Sons) scalò le vette della classifica; il solo libro, dopo Via col Vento, a vendere 100.000 copie nelle prime tre settimane di pubblicazione.

Shock e pruderie. Scandalo e sollievo. Perché anticipò nei gruppi sociali, borghesi, benpensanti, acclimatati al matrimonio, quel tema infinito che sarebbe tornato di continuo, oggi più attuale che mai. Lo smascheramento.

Così suonò, questa volta, la campana. Non a festa, non a lutto.

Un clangore che rimbombò nelle teste per l’evidente incubo di poterlo trovare anche dentro di sé, – o quantomeno accanto – quel germe di lussuria.

Mentre James Dean si schianta sulla sua Little Bastard, la Porsche 550 Spyder, lungo la strada per Salinas e Rosa Parks, donna quarantaduenne afroamericana, a Montgomery in Alabama, si rifiuta di cedere il posto in autobus a un bianco, e la General Motors diventa la prima compagnia a stelle e strisce a fatturare oltre un miliardo di dollari in un anno, Lolita agita la scure, “ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo”.

Madri, padri, zii, cugini, a spiarsi l’un l’altro, lo sguardo di sospetto s’accende: le bambine sono ovunque. Farfalle, le fanciulle sono oscure, insidiate dalla lussuria.

Esplose così una pornografia dei desideri, come la peste incapace d’essere arrestata se non cedendo alla malattia stessa.

Fu più perniciosa della febbre dell’alcool durante il proibizionismo, perché appariva lì, sotto gli occhi, ogni giorno, la tentazione. Le fanciulle d’America, innocenti e subdole. Quelle che Proust, con eleganza, aveva battezzato “ in fiore”, l’America profonda, della provincia cupa, d’un tratto deflorava.

Niente sarebbe mai più potuto essere come prima.

Abile, questo russo naturalizzato americano, lo è eccome.

Ha una lingua eccelsa, eppure confessa un uomo che si insozza d’una colpa mostruosa, l’amore erotico verso una dodicenne. Ninfetta: né bimba, né donna, crisalide d’una farfalla che già ha cominciato a spezzare il bozzo.

Il danno è fatto.

Humbert Humbert non avrà mai tregua.

Sarà perseguitato dalla smania che accende Lolita, dalla percezione sorda del male che le ha fatto. Di quel furto, mostruoso. Cerca di autoassolversi ricordando che lui non è stato neanche il “primo”, ma sa di non potere. Lui è un adulto ed è il marito di sua madre. Step-father dicono in America. Step, gradino, colui che entra…

E sarà inutile ripetersi:

«Io ho soltanto seguito la natura. Sono il fedele segugio della natura. Perché dunque non riesco a scrollarmi di dosso questo senso d’orrore? L’ho forse derubata del suo giglio?»

Ho seguito la natura, dice. Parla l’entomologo? Lui che sa bene che il prezzo della conoscenza è sacrificare il singolo esemplare.

Lolita è una farfalla. Letteralmente e letterariamente. Nabokov la disegna con precisione, e segna sotto alla tavola il suo nome: Polygonia Thaïsoides Neb.

E gli adulti ancora si vergognano.

 

Silvia Andreoli

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