LAMU la rivoluzione sessuale dei piccoli

Lamu1978, la più sensuale e irriverenti delle adolescenti fa la sua comparsa sul settimanale antologico giapponese Weekly Shonen Sunday. È una principessa che viene dallo spazio, ha due minuscole corna sulla testa, capelli blu, uno strabismo degno di Venere e indossa sempre e soltanto un succinto bikini tigrato.

Basta una quindicina di pagine, come il manga vuole, e la matita di Rumiko Takahashi che l’ha partorita si trasforma in tatuaggio sui desideri più concreti e proibiti di una generazione di liceali alle prese con il tabù dei tabù: il sesso.

Non c’è nulla di esplicitamente erotico nella storia della conquista della terra da parte degli Oni, giunti dallo spazio per spadroneggiare quaggiù. Semmai una trama che si rivelerà presto piuttosto diffusa e di cui il film E.T. l’extra terrestre di Spielberg rappresenterà l’incoronazione ufficiale a stelle e strisce.

Come tutti gli alieni che si rispettino, anche gli Oni hanno un “galateo” della sottomissione, tanto da offrire ai miseri terrestri una via di salvezza. E qui entra in scena Lamù, perché per salvare il pianeta un essere umano, scelto a caso da un computer, dovrà entro dieci giorni riuscire a toccare quei suoi deliziosi cornetti. Questo dice il plot.

In realtà, quello di cui rivelerà capace lei, sinuosa e ancheggiante, è diventare l’anello di congiunzione efficace, la palestra pratica tra i trattati di sessuologia di Alfred Kinsey e la liberazione sessantottina per tutti i “figli dei figli dei fiori”.

Il suo nutrito pubblico è infatti privilegiato: si compone di ragazzini.

Imprevedibilmente, tra dispetti, intemperanze, burle, e rischi seri, le avventure dell’irresistibile piccola Oni tratteggiano una sorta di “manuale del desiderio spiegato a mio figlio”, a cui peraltro i genitori libertini di eros e sesso non sanno proprio parlare.

Il disorientamento proprio non se l’aspettavano, quei padri e quelle madri. Ma tant’è, scava dentro la menzogna sepolta, e cioè che non era poi così vero che il sesso lo praticassero liberi e felici e appagati.

Molti di loro lo confesseranno dopo, che questa storia del piacere era stata esagerata. Che ci voleva il contesto. Un conto è vagheggiarlo, cantarlo a Woodstock. Un altro è trovarsi lì, a quattr’occhi, nella stanza, mica facile farlo scattare quell’eros e thanatos.

Di liberazione si riempiono la bocca tutti. Parole e parole, e caratteri a stampa, e manuali, e incontri, e confronti, qualche orgia anche, sesso di gruppo per superare le inibizioni, ma, alla fine del percorso, una cosa e una soltanto resta (se si omettono Lsd e potenziali disinibitori), ed è quell’ombra della colpa che si lega all’eros.

Insomma tra il dire e il fare qui c’è di mezzo una cultura millenaria che ha imposto il dovere e demonizzato il piacere. Inibizione.

Se poi il piacere è adolescente, il buio si infittisce. Così i figli dei figli della liberazione sessuale, in realtà di sesso con gli adulti meglio che non parlino.

E allora l’idea di cercare lassù, tra i marziani, gli U.F.O. e gli E.T. di spielberghiana memoria un esotico buono, candido, tabula rasa, fa scattare la passione. E l’amore.

Ma che amore? Un amore da toccare, ecco.

Questo nessuno lo aveva mai concesso ai pargoli in evoluzione.

Prima c’erano state le stanze dei collegi maschili, l’incubo della cecità per eccesso di quel peccato dei peccati, che tutti conoscevano e nessuno poteva citare, se non nei confessionali, al buio, odore d’incenso, e lacrime sprecate. Si salvi chi può.

Solo un’aliena poteva riuscirci. Un’aliena blasonata, rampolla di dinastia, capricciosa quanto basta, e così “digiuna” degli uomini (intesi proprio come razza umana, e genere maschile) da potersi invaghire di uno “stupidotto”, il liceale Ataru Moroboshi, che in quella Tomobiki, località immaginaria corrispondente al distretto cittadino di Nerima, Tokyo, frequenta l’omonima scuola.

Ne farà, suo malgrado, un eroe. Il trucco? Intrigarlo con il costume tigrato, che diventerà il tormentone infinito e ossessivo del ragazzo.

La storia non ha nulla di così stregato per decollare, eppure sosterrà nove anni di pubblicazione periodica in Giappone, cui seguirà la serie televisiva, 195 episodi trasmessi tra il 1981 e il 1986.

Quel reggiseno vince sulle falle del copione, tanto da far conquistare subito prestigiosi premi all’autore.

Gli ingredienti salienti ci sono tutti e sdoganano per la prima volta in maniera così chiara uno schema operativo che sarà poi l’ossatura ripetitiva dei giochi elettronici di successo planetario. Quelli in cui guardi e poi partecipi. Ci sei dentro, fino a dove vuoi.

Lamù, che viene dallo spazio, stuzzica i maschietti, gioca a gatto e topo, finta oca quando necessario, determinata alla bontà del finale però, salva il mondo, o almeno sceglie la persona giusta che lo possa salvare, si pone in bilico tra quell’aspra frattura che separa in due il mondo, bene e male, peccato e salvezza.

Lei che ha gambe e seno prosperoso, ma un broncio di bambina, azzarda la scommessa del secolo: indurre il desiderio e preservare la purezza. Come? Giocando con la fantasia.

Lamù diventa allora ologramma. Mai oggetto, e neppure del tutto soggetto. Ombra, obliqua e insinuante, d’uno specchio ustorio che ha già esorcizzato la paura dell’inferno, ma non l’altra, persino più minacciosa: il terrore della défaillance, del non essere all’altezza. Se può Ataru, sciocco, imbranato, deriso, perché non io?

In Italia Lamù sbarca nel 1991, prima con Granata Press, poi con Star Comic. E quando irromperà dagli schermi dei televisori, sarà una rogna per ogni ragazza in fiore allinearsi a quel grado di testosterone da scatenare. Né si vorrà fare il passo indietro. Specularmente ai colleghi maschietti, il tormentone diventerà: Se può Lamù, allora perché non io? Così la linea è franta.

Basta con i rossori sul viso, le formiche nello stomaco, al basso ventre, sudore nelle mani. È tempo di farsi attori, tanto a proteggere c’è il nickname, e un vetro da peep show, io ti vedo tu non mi vedi. L’erotismo scivola dentro un’altra specie di buio. Ironico anche, meno imbalsamato. Calvario concluso.

Lamù salverà la terra, si crederà sposa di Ataru, lo farà litigare con la fidanzata, si intestardirà, ancheggiando e dimenando un corpo che ha afferrato la coda d’aquilone dell’ultimo scorcio d’infanzia, portandosi appresso, dalla foresta dei bambini dritta nell’adolescenza, età ingrata, il più potente di tutti gli antidoti: se voglio, posso. E tanto fu: edonisti non si nasce, ma si cresce.

Poi certo, per molti le corna sulla testa sono state meno poetiche di quelle di Lamù…

 

Silvia Andreoli

 

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