Il Coronavirus in questi giorni ci ha negato baci e abbracci, ci ha costretto a rimandare incontri, ci ha imposto una solitudine necessaria. Ecco che allora raccontare un amore come quello tra la scrittrice neozelandese Katherine Mansfield (ma il suo vero nome era Kathleen Mansfield Beauchamp) e il critico letterario inglese John Middleton Murry diventa utile.

 

Katherine Mansfield era nata nel 1888 a Wellington da una famiglia alto-borghese.

Conduceva una vita agiata e ricca di stimoli e approdò per la prima volta a Londra nel 1903 per completare il suo percorso di studi al Queen’s College. Rientrata in patria dopo quell’esperienza esaltante di “indipendenza, risolutezza, uno scopo fermo”, come ebbe a scrivere, si rese conto di non riuscire più a sopportare di stare lontana dall’Inghilterra e nel 1908 vi fece ritorno per iniziare a condurre una vita da bohemienne, fatta di amori appassionati e tempestosi, un matrimonio (con il maestro di canto George Bowden) che durò un solo giorno, intense letture –  soprattutto dei racconti di Anton Cechov – e poi di scrittura febbrile e intensa, che portò nel 1911 alla pubblicazione del suo primo libro di racconti, In a German Pension, ispirato a un soggiorno in Baviera, dove la madre, Annie Beauchamp, l’aveva condotta sperando di allontanarla da Ida Baker, con la quale aveva una relazione, e che tuttavia rimase per sempre nella sua vita, mantenendo una profonda e forte amicizia.

 

È in occasione di questo primo libro che Katherine Mansfield incontra nel 1912 il vero, unico amore: il giovane critico John Middleton Murry

Lui scriveva per la rivista letteraria Rhythm e diventerà non solo suo marito, ma anche il suo biografo e curatore letterario.

La relazione si sviluppa tra alti e bassi, momenti esaltanti alternati a incomprensioni e tensioni fortissime, fulminee passioni amorose che portano Katherine altrove, come quello, nel 1915, per Francis Carco, un modesto scrittore francese, e lunghi periodi di lontananza per curare la tubercolosi che la colpisce nel 1918 e non le darà scampo, concludendo la sua vita nel 1923, a soli 34 anni, in Francia, dove aveva cercato disperatamente di trovare sollievo alla malattia.

Le lettere che Katherine Mansfield ha scritto a John Middleton Murry sono raccolte e pubblicate nel 1961 in un volume da Il Saggiatore

Sono la testimonianza di un amore profondo e mai sopito nonostante un ménage lontanissimo dagli stereotipi matrimoniali.
La prima lettera che vi leggiamo è stata scritta nell’estate del 1913 dal cottage di Cholesbury: “Appena te ne sei andato la casa è piombata in un sonno profondo e rifiuta di svegliarsi”. Attraverso queste pagine scritte nell’arco di quasi dieci anni (l’ultima è datata 31 dicembre 1922, nove giorni prima di morire) noi partecipiamo a questo rapporto, a quest’amore, e alla vita di una donna che parla di di sé, della sua scrittura, della sua malattia, della feroce nostalgia per l’amato, dell’attesa – spesso delusa – di ricevere sue notizie, una donna che rivive, attraverso i ricordi, momenti gioiosi vissuti con lui.

Pietro Citati, nel volume Vita breve di Katherine Mansfield (Rizzoli, 1980),  descrive con poetica chiarezza il carattere di lei

Appariva,  come scrisse essa stessa in un suo racconto “una creaturina minuscola, mezza farfalla e metà donna […] c’era in lei qualcosa di così fragile, di così febbrile – che una parola, un gesto o un minimo soffio di vento o soltanto la luce bastavano a offendere”. Eppure, nel leggere quelle lettere a John, emerge un animo del tutto diverso, se non opposto, che rivela la più ardente delle creature. Scrive Citati: “Se amava, bruciava di un fuoco furioso, che accendeva e attizzava con la fantasia: ardeva di un fuoco incontenibile, che mai poteva placasi o esprimersi. Così aveva l’impressione di recitare da sola sulle fragorose scene teatrali della passione: nessuno rispondeva alle sue parole, o dei pallidi fantasmi che aveva creato con le sue mani; e persino la vita, immaginata così calda e intensa, sembrava spegnersi davanti ai suoi desideri”. E ancora: “Soltanto D. H. Lawrence, quando scrisse Women in love e la raffigurò nel personaggio di Gudrun, comprese il suo lato di Medusa: la sua furia, la sua tenebra, la sua violenza”.

Katherine Mansfield vive intensamente, con voracità, come se sentisse di avere poco tempo a disposizione

E si abbandona alle emozioni; scrive nella rivista “Athenaeum” infatti: “Senza emozione la scrittura è morta”.
Grazia Livi, nel suo libro Da una stanza all’altra (La Tartaruga, 2012) di lei dice: “La chiave di volta del suo lavoro è l’esperienza. L’esperienza intesa come contatto immediato col reale. Sentita alla stessa maniera dei poeti: non tanto per il contenuto in sé, quanto per la sua indicibile qualità, che è spia folgorante e elusiva della profondità della vita. Anche lei, come Joyce, come la Woolf, aspira ad afferrarla, elaborando un sentimento del momento di essere, o del momento reale. Ma con una differenza. Il momento della Mansfield non ha una tonalità concettuale, né spirituale, ma solo intuitiva, e vuole esprimere solo una sorta di adesione pura, un puro trasferirsi nell’altro e nella situazione, con assoluta sincerità, con assoluta limpidità”. Leggiamo e rileggiamo i suoi racconti pubblicati in cinque volumi da Adelphi tra il 1978 e il 1979, e ne avremo la prova più che evidente.

Forse per questo l’amore per John poteva mantenersi integro e vitale solo nell’assenza, nella lontananza, nutrendosi delle parole, delle fantasie e delle immagini che prendevano forma e ricevevano linfa  sulla carta, parole e pensieri che alimentavano la loro relazione, impossibile nella quotidianità e nella normalità di un matrimonio borghese che non era fatto per loro.

In questi tempi di epidemia, sono certa che non avrebbero sofferto troppo per le restrizioni a cui siamo sottoposti tutti.

 

 

 

 

 

 

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