KARL MARX non quello del Capitale, l’altro: l’ironico borghesuccio

Con la realizzazione in Cina di una statua di Marx di sei metri, offerta in gentile omaggio alla città natale di Treviri, le celebrazioni per il bicentenario della nascita del filosofo tedesco, il 5 maggio del 2018, sembrano ormai aperte con largo anticipo. Il regista haitiano Raoul Peck ha appena presentato alla Berlinale un apprezzato biopic sugli anni di gioventù del giornalista e attivista politico e in libreria si moltiplicano i saggi sul pensatore con la recente traduzione di un testo del filosofo indiano Bhimrao Ramji Ambedkar, che indaga sulle affinità elettive tra buddhismo e marxismo, e di Marx à rebours del francese Bruno Pinchard che affronta il suo lato “metafisico”.

 

Ma come dovremmo celebrarlo esattamente se lui stesso si sentiva “tutto fuorché marxista” e considerando che la sua opera, per stessa ammissione dell’autore, doveva intendersi come ancora incompiuta? Vale la pena di insistere sul fatto che l’autore del Manifesto, prima di scagliarsi contro i suoi avversari, proponeva un autentico e insuperato “elogio della borghesia” mettendone in mostra i meriti storici e le ragioni del successo? Non sarebbe il caso di completare il quadro che lo riguarda ricordando anche le contraddizioni del profeta comunista, o del “Machiavelli del proletariato”, come lo definiva Don Benedetto Croce?

 

Questioni retoriche, e non del tutto nuove, si obietterà. Vero, il fatto è che l’oscuro ebreo di Treviri divenuto l’uomo più influente sul pianeta dopo Gesù Cristo, a un decennio dal crollo del muro di Berlino e dopo i requiem suonati da ogni parte, tra il deliquio di molti e la tardiva resipiscenza di altrettanti, è tornato ormai a essere un pensatore à la page, un guru affascinante che aveva previsto tutto e che ha ancora molto da insegnarci in fatto di “corruzione politica, tendenze monopolistiche, alienazione, diseguaglianze e mercati globali” (copyright: The New Yorker): perché il turbocapitalismo tecnologico, già peraltro offuscato dal lungo ciclo recessivo, lungi dal realizzare nuove e acclamate opportunità per tutti, sembra aver creato più che altro nuove élite del lusso e ulteriori fossati tra ricchi e poveri del mondo.

 

Perché la cosiddetta nuova iperclasse dei giganti del web pare destinata a delineare le sorti del Ventunesimo secolo, perché la knowledge economy, o più semplicemente la globalizzazione del mercato e l’internazionalizzazione delle attività economiche, stanno ricreando una  lotta di classe tra finanza e speculatori, dirigenti politici, consulenti e padroni dell’infomation technology da un lato e il resto del mondo degli sfruttati dall’altro, che pure sembrava dover essere il principale beneficiario di una nuova sensazionale ed elettronica rivoluzione democratica.

Pochi giganti dell’economia globale sembrano ormai controllare ogni aspetto della nostra vita; ci offrono “esperienze a pagamento” per ogni genere di bene, servizio, intrattenimento o informazione, cui avremo modo di accedere attraverso la rete, il telefono cellulare, il satellite, la banda larga o quant’altro. Fine della proprietà privata di molti, o della grande maggioranza, insomma, destinata a vivere più che in un paradiso comunista, in un grande luna park internazionale dove ogni cosa sarà offerta in affitto (e non necessariamente a prezzi particolarmente vantaggiosi).

 

Non a caso Umberto Eco ha ricordato che, a oltre centocinquant’anni dalla sua apparizione, il Manifesto del partito comunista conserva la forza di un “formidabile colpo di timpano” da sinfonia beethoveniana: «Uno spettro si aggira per l’Europa (e  non dimentichiamo – aggiunge Eco – che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico e gli spettri sono entità da prendere sul serio)».

 

In ogni caso, al di là di ogni giudizio sulla validità dell’imperativo rivoluzionario delle masse o della talpa di marxiana memoria destinata a scavare sotto le macerie di un ordine borghese in sfacelo per spingere definitivamente verso il precipizio l’“iniquo” sistema capitalistico, non c’è dubbio che la tesi della pauperizzazione delle classi lavoratrici, parìa della terra sfruttati da un ceto di privilegiati, tornerebbe ad avere una conferma, all’inizio del nuovo secolo, con l’alba di una nuova età delle diseguaglianze, o dell’orrore economico, dominata da una superborghesia tendenzialmente ancora più ristretta e cosmopolita con stretti collegamenti e granitica solidarietà al suo interno, lontana anni luce dal resto dell’umanità che, come ha scritto Jacques Attali, potrebbe tranquillamente essere descritta nei termini di un nuovo lumpenproletariato

 

Ecco perché tornare a leggere Marx, ben più che i “marxisti rococò” del Ventesimo secolo (come li ha definiti con sprezzo Tom Wolfe), può rivelarsi interessante. Non solo perché la pubblicazione degli scritti giovanili di Marx nel 1930, e poi dei Manoscritti economico-filosofici e dei Grundrisse ha rivoluzionato storicamente la stessa interpretazione del suo pensiero, ma perché il marxismo fu inizialmente, e in modo decisivo, il frutto del golpe dell’uomo che si assunse il compito di custodire, ordinare gli archivi di Marx, e diffonderne alcune opere a scapito di altre, a cominciare dalla pubblicazione postuma dei volumi mancanti del Capitale: e cioè Friedrich Engels, seguito su questa via principalmente dai russi. Insomma, se è vero che l’uxoricida Louis Althusser, massimo divulgatore e studioso francese di Marx, non aveva mai – per sua stessa ammissione – letto per intero Il Capitale, allora forse non sono molti nemmeno coloro che hanno conosciuto il vero umorale borghese di Treviri; assai meno, comunque, di quelli che hanno frequentato prevalentemente il suo sosia corrusco, con tutti i tratti del noioso maître à penser e del dogmatico predicatore politico.

 

È venuto il momento allora di riscoprire, con la necessaria e impudente ironia del caso, il sosia dimenticato di Marx, un uomo ricco di contraddizioni, ironico, romantico e dotto, che passò gli ultimi anni della sua vita nel silenzio delle sale di lettura della British Library; il divoratore di libri e indefesso lettore di Shakespeare, Dickens, Thackeray, Molière, Racine, Voltaire e Goethe, che si rilassava leggendo Tucidide e i classici greci e latini quando era stanco di economia; lo stesso esponente della middle class anglosassone che visse gran parte della sua esistenza tirando a campare (tra malanni continui, scarso denaro, e disgrazie familiari), ma che un giornalista americano intervistò nel 1871 in un elegante appartamento londinese arredato con gusto tra vasi di rose e vedute del Reno, descrivendolo, con felice gusto per la contraddizione, come un prosperoso stockbroker all’inizio della sua fortuna (sarà che la madre gli ripeteva sempre di “fare capitale”, anziché di scriverne soltanto). Appartamento elegante e ordinato? Non si direbbe dalle descrizioni dell’epoca.

 

Certo Marx non badava molto all’apparenza: «Conduce una vera esistenza da zingaro. Lavarsi, pettinarsi, cambiare la biancheria sono per lui delle rarità; alza volentieri il gomito. Spesso se ne sta tutto il giorno stravaccato, ma se ha molto da fare, lavora giorno e notte con una resistenza inesauribile; il sonno e la veglia non sono distribuiti nella sua vita in modo regolare; molto spesso rimane sveglio tutta la notte, poi verso mezzogiorno si getta vestito sul canapé, dorme fino a sera, senza preoccuparsi di chi gli gira intorno, in quella casa in cui tutti vanno e vengono liberamente».

In Mio marito, Karl Marx Indro Montanelli ne ha fatto un ritratto al vetriolo, facendo parlare direttamente Jenny von Westphalen, l’erede di nobile famiglia prussiana che ebbe la ventura di sposare il rampollo spiantato di una famiglia di mercanti ebrei, velleitario economista con poche nozioni di economia, guadagnandoci anzitutto una vita di stenti, tra un fiasco editoriale e una mancata consegna, uno sfratto e un esilio. «Concederai che tutta questa merda è discretamente gradevole», scriveva in una “vera” lettera alla madre, «e che io sto immerso fino alla cima dei capelli nello schifo piccolo-borghese. Ma infine, per dare alla vicenda una punta tragicomica, ci si aggiunge anche un mystère, che ora ti svelerò in pochissime parole…». Si trattava probabilmente del borghesissimo e noto inghippo della cameriera messa incinta dal filosofo.

 

Benché egli stesso avesse tra l’altro una grande e spesso necessaria predilezione per pseudonimi d’ogni genere (“Monsieur Ramboz”, quand’era a Parigi, “A. Williams” nom de plume durante il suo soggiorno londinese. E ancora “Old Nick”, “Charley” o “il Moro”),  la storia ha spesso trascurato il saggio e simpatico doppio di Marx, che ci ha invece lasciato in eredità aforismi, profezie e suggestioni spesso del tutto lontane da quelle che per oltre un secolo si sono studiate, tramandate e infine ritrattate con più o meno zelo.

Era lo stesso uomo che non nascondeva di diffidare di economisti e filosofi e che il celebre critico letterario americano Edmund Wilson ebbe a definire come “il più grande ironista del mondo dopo Swift”. Insomma, un esemplare esponente della “booboisie”, come la definiva H.L. Mencken; un piccolo borghese vittoriano nei panni di un rivoluzionario (o viceversa, se si preferisce), sposo di una principessa e amante dei piaceri e della vanità della vita, abituato a convivere con il proprio alter ego di austero philosophe.

Un uomo la cui straordinaria attualità risiede  nel metodo di analisi, perlopiù sopravvissuto ai suoi contenuti, e nella dedizione a temi quali la dialettica tra progresso e catastrofe che riguarda le presenti generazioni, almeno quanto quelle otto-novecentesche, ma anche e soprattutto nell’ambiguità del pensiero e degli scritti (quelli giovanili e della maturità), nella perfetta convivenza dell’utopia socialista e dell’amore per il quieto vivere, della teorizzazione del riscatto del proletariato e del solido ancoraggio ai principi della vita borghese, degli slanci rivoluzionari e dell’ammissione della loro precaria velleità.

Un Marx tirato per le mutande, ancor più che per la giacca, si obietterà, eppure quel Marx è esistito, anche se alla storia ne è passato un altro e occorre scavare solo un poco per portare alla luce il suo sosia.

 

 

Carlo Alberto Brioschi*

 

*Dopo molti anni come giornalista e ancor più come editor e direttore di saggistica in Mondadori e Rizzoli, ha fondato un’agenzia editoriale con un nome per i più inspiegabile: Blandings, amena località letteraria dove lavora più di prima ma con molti più “capi”. Onnivoro per interessi (non solo alimentari), nutre un’insana passione per la storia della corruzione su cui ha scritto alcuni libri pubblicati anche fuori dai confini dell’amata Penisola. Qui lascia ogni tanto qualche traccia: “non solo libri”, www.carlobrioschi.blogspot.it

 

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