MOLLY BROWN
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Immaginati

JULIO CORTAZAR l’enigma cronopio


Danza, il cronopio, fantasioso, dispettoso, poetico. Danza, ballerino, come quello di Lucio Dalla, sulle norme, sulle convenzioni, invenzione mirabile del più mirabile degli argentini che, quando ci si mettono – Maradona, Gardel, Evita, Borges – sanno produrre il meglio, poca discussione.

Ogni tanto incontrate persone cui non piace, Julio Cortázar, ma non badateci: per coloro che lo leggono, diventa imprescindibile. «Chiunque non legga Cortázar è condannato», l’ha detto Neruda. E poi piaceva eccome a Italo Calvino questo spilungone bambino, inventore di emozioni e archetipi, di visioni, di fantasmagorie, di un libro imperdibile, Rayuela, con una figura, quella della Maga, semplicemente indimenticabile, così come stupefacente è il Charlie Parker immaginato e immaginario protagonista della long-short story Il persecutore.

Storie di cronopios e famas, del 1962, è un capolavoro perché contiene, scrigno magico, pezzi come Istruzioni per cantare «… si cominci con lo spaccare gli specchi di casa, si lascino cadere le braccia, si guardi vagamente la parete, e ci si dimentichi»; Istruzioni per salire le scale… «le scale si salgono frontalmente, in quanto all’indietro o di fianco risultano particolarmente scomode»; e poi perché ci sono loro, – esseri verdi e umidi, immaginabili e reali – che si contrappongono ai famas, altra, e opposta, genía d’esseri strani. E alle speranze, più defilate, più immobili, «che si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini». Volete sapere la differenza?

«Quando un fama fa un viaggio… va all’hotel e prudentemente vuol sapere il prezzo della camera, rendersi conto di persona della qualità delle lenzuola e del colore dei tappeti…».

Quando i cronopios fanno un viaggio, tutti gli alberghi sono al completo, «… i treni partiti, piove come la dio la manda e i taxi non li vogliono far salire a meno che non siano pronti a farsi spellare vivi». Eppure dicono che bella città, e sognano tutta la notte una festa in cui sono invitati, e il giorno dopo si alzano allegri. Ah, e quando torna da un viaggio, scrive i suoi appunti su foglietti di vari colori che distribuirà all’angolo di casa sua in modo che tutti possano vederli.

Il fama imbalsama i suoi ricordi, il cronopio sparpaglia il ricordo per la casa, e quando un ricordo passa di corsa gli fa una carezza e dice affettuoso, «non farti male, sai…». Il cronopio, se diventa medico, dice al malato di andare a comprarsi un mazzo di rose, niente di più, e il malato guarisce.

Capovolge le norme, il cronopio, mentre i famas sono l’ordine, la razionalità, l’efficienza: ma, come dice sempre Calvino, tutto ciò sarebbe troppo riduttivo. Il cronopio è uno scarabocchio fuori dal margine, un poesia senza rima, è di più, è molto di più.

Julio il cronopio. Sì, era lui il numero uno dei cronopios, il cronopio mayor, utilizzò il termine per la prima volta nel 1952, affibbiando quell’appellativo, quella benedizione, a Louis Armstrong: vedendolo esibirsi a teatro a Parigi, dove l’argentino viveva in esilio, gli diede dell’enormísimo cronopio. Aveva appena avuto la visione di esseri fluttuanti nell’aria, piccoli globi verdi.  Che spettacolo devono essere, per chi li sa individuare, queste creaturine ingenue, idealiste, disordinate, sensibili, anticonvenzionali e anticonformisti. Ah, scegliete pure la vostra chiave.

Sappiate che i cronopios sono vicino a voi, e li potete riconoscere. Che sono in voi, e ogni tanto li sentite, li ascoltate. O quasi sempre. Che i fama tutti così perfettini e organizzati vi annoiano alquanto, anche se un po’, siete stati, siamo tutti famas. E anche indolenti e insulsi come le esperanzas.

Naturalmente, gioco nel gioco, Julio non rivelò mai l’arcano, i significati metafisici, e neppure confessò esplicitamente se queste figure rappresentassero la tassonomia universale degli esseri umani. Rideva, si divertiva, chiamava i suoi amici, cronopios. Amici, e ammiratori, che utilizzarono il concetto per quadri (Eva Holz), saggi (Luis María Pescetti), canzoni, opere teatrali.

Ma insomma, chi è allora ’sto cronopio? Colui che, quando si lava i denti, spreme tutto il tubetto per vedere volare al vento festoni di dentifricio rosa. Lui, Julio, mancato, ma non morto nel 1994, era, anzi è, inequivocabilmente surrealista, immaginifico, magico, impegnato, sensibile, romantico. E più di un sospetto lo fa venire.

Bruno Barba

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