JOHN FANTE inaffondabile spaccone

Sono nato a Denver, Colorado, nel 1911, in una fabbrica di maccheroni, che è proprio il posto giusto in cui un uomo della mia stirpe possa prendere la prima sculacciata, dato che i miei erano contadini italiani. Mia madre è nata a Chicago, ciò che fa di me un americano quanto basta. Mio padre fu molto felice alla mia nascita. Così felice che si sbronzò e rimase sbronzo per una settimana. E allo stesso modo, negli ultimi ventun anni, ha continuato a celebrare il mio avvento.”

A presentarsi così, in una lettera indirizzata all’illustre e potente critico letterario Henry Louis Mencken, direttore di The American Mercury è un giovanissimo John Fante. Per impressionare colui che diventerà il suo editor, mentirà sulla data di nascita, posticipandola di due anni. La lettera è datata 7 agosto 1932 e risponde alla richiesta di una breve nota biografica da utilizzare per la pubblicazione del suo primo racconto, Chierichetto.

Da queste poche righe emergono già prepotenti sia la personalità dello scrittore che alcuni dei suoi temi narrativi più forti, e due dei personaggi che renderanno indimenticabili i suoi romanzi: il padre Nick e la madre Maria. E già si intravede il suo stile provocatorio, venato di un sarcasmo amaro, di una cruda autoironia, rivelando  la sua innata tendenza  alla spacconata.

Attraverso i suoi alter ego, Arturo Bandini (protagonista dei romanzi Aspetta primavera, Bandini, 1938; La strada per Los Angeles, 1936 pubblicato postumo nel  1985; Chiedi alla polvere,1939 e Sogni di Bunker Hill, 1982)  e Henry e Dominic Molise (La confraternita dell’uva, 1977; A ovest di Roma, pubblicato postumo nel 1985; Un anno terribile, pubblicato postumo nel 1985) raccontò, utilizzando sempre spunti dichiaratamente autobiografici, la vita degli italo-americani di prima e seconda generazione, la  povertà, il desiderio di riscatto, le bevute epiche e caciarone, le umiliazioni, le dinamiche tragicomiche di famiglie litigiose e chiassose sempre al limite – spesso valicato – della rissa, i parenti ingombranti e gli amici rumorosi e invadenti, un padre ubriacone e puttaniere e una madre-madonna fervida credente  e devotissima al figlio scrittore.

John Fante, infatti, nasce l’8 aprile 1909 (e non nel 1911!) in Colorado, da una famiglia di immigrati italiani, anzi abruzzesi: il padre Nick, originario di Torricella Peligna, in provincia di Chieti, era muratore; la madre Maria era nata a Chicago da genitori italiani. Trascorre un’infanzia poverissima a Boulder, frequenta scuole cattoliche e l’Università del Colorado. Nel 1932 si trasferisce a Los Angeles, con la determinazione di diventare uno scrittore, e svolge lavori di ogni genere.

Fante ha quasi immediatamente un buon successo, tra il 1938 e il 1940 pubblica  i  libri che lo portano ad essere tradotto, per esempio, anche in Italia, fin dal 1941. In quegli anni Fante viene considerato uno degli scrittori americani più interessanti. Poi, più nulla. Semplicemente scompare. Una decadenza inesorabile che lo porta ad approdare, come molti altri (Dorothy Parker, ad esempio) a Hollywood (potremmo dire, con Salinger: andò a sputtanarsi a Hollywood, ricordate il fratello del giovane Holden?) dove la sua fama come sceneggiatore percorre lo stesso iter: grande e immediata subito, poi la triste decadenza, l’alcolismo, il diabete che lo porta anche a subire, negli ultimi anni di vita, l’amputanzione di un piede.

Chi era John Fante? Era un “bellimbusto dai modi un po’ spicci e un po’ teatrali con una spudorata propensione a spiattellare fatti e sentimenti privatissimi” come scrive Francesco Durante nella sua introduzione alla raccolta di racconti Dago red, un immigrato italiano di seconda generazione.

Nel Colorado, dov’è nato, quelli come lui venivano derisi, li chiamavano WOP,  dall’acronimo WithOut Passport o Paper, oppure dalla parola Guappo. Li chiamavano anche Dago, da dago red, il vino scadente che bevevano in abbondanza: persone che pur essendo nate negli USA non erano considerate veri Americani, perché mantenevano ancora troppo forte l’impronta del loro paese d’origine.

Fante, partendo dal desiderio di uniformarsi a una realtà, quella americana, che lo respinge come diverso, giungerà all’accettazione della sua diversità che inizialmente sembra una debolezza e che invece, alla fine, dopo umiliazioni, dolori, sconfitte, sarà riconosciuta come un punto di forza. Fante ha anticipato in qualche modo la scelta che faranno molti scrittori ebrei (da Bellow a Roth a Ovadia) ma anche registi come Woody Allen, di raccontare con vena ironica e malinconica allo stesso tempo la sua gente, esibendone vizi e virtù, per dimostrare che alla fin fine, l’America può essere, anzi è, una terra come le altre (altro che “sogno americano”!) una terra inospitale dove nessuno ti regala niente e dove ti devi guadagnare tutto duramente, con sangue sudore e lacrime.

Fante spaccone, rissoso, politicamente scorretto, ha l’onestà intellettuale di dipingersi con tutte le sue contraddizioni e vigliaccherie mascherate da provocazioni, come quando si rivale su quelli che gli sembrano un gradino sotto di lui nella scala sociale: la messicana Camilla, protagonista di Chiedi alla polvere, la barista che lui umilia senza motivo, solo per il gusto di sentirsi superiore a qualcuno, ma della quale si innamorerà perdutamente, oppure, ne La strada per Los Angeles il collega, sempre  messicano, il peón più efficiente di lui che vorrebbe ridicolizzare, ricavandone invece soltanto una colossale brutta figura, oppure, arrivando al parossismo, la strage assurda e ridicola, sempre ne  La strada per Los Angeles, di granchi:

[] Tutt’a un tratto ogni cosa, ai miei piedi, prese a muoversi. [] Erano granchi! [] Avevo una tale paura che non potevo muovermi [] Di colpo sentivo crescere in me una frenesia: dovevo uccidere questi granchi, tutti quanti. [] Erano avversari degni del grande Baldini, Arturo il conquistatore. [] Sparai ai granchi per tutto quel pomeriggio [] Ci avevano provato a depormi, quei granchi dannati: avevano avuto l’ardire di cercare di fomentare una rivoluzione, e io mi stavo vendicando. []  Che cosa gli era preso che erano diventati così presuntuosi? [] Ma pensa: una nazione di granchi in rivolta. Che ardire! Dio, ero fuori di me”.

Siamo di fronte alla rappresentazione perfetta del razzismo violento e  vigliacco del frustrato, che in questi nostri tempi, ahimè, conosciamo fin troppo bene.

Fante racconta con sguardo lucido, infatti, ciò che conosce bene, benissimo, il suo “villaggio” come direbbe Cechov e facendo questo si rende universale ai nostri occhi che seguiamo le vicende dei protagonisti come se fossero le nostre.

E per questo sarà sempre inaffondabile.

 

 

 

 

 

 

 

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