JOHN BELUSHI gli occhi degli anni Ottanta


john belushiSe Carrie Fisher, nel film che ne confermò l’assoluto e ineguagliabile talento comico, lo insegue per tutta la durata della pellicola, cerca di ucciderlo nei modi più truculenti e poi si scioglie di fronte ai suoi occhi irresistibili e rivela di esserne ancora innamorata, un motivo ci sarà. Insomma, il bello dei due Blues Brothers non era lui, era Dan Aykroyd. Lui era basso, grasso, sgraziato, strafatto per la maggior parte della sua vita adulta e sempre sudaticcio. Eppure…

 

Se Bob Woodward, il giornalista che fece dimettere Nixon, gli ha dedicato una biografia dal titolo Chi tocca muore, che gli è costata oltre due anni di lavoro e una lite con la vedova Belushi, un motivo ci sarà. Non è stato certo il comico più longevo della storia del cinema (è morto ad appena trentatré anni), né quello politicamente interessante. Eppure…

 

Se Sergio Leone lo voleva in C’era una volta in America nei panni dell’equivoco Max Bercovicz (poi interpretato da James Woods), un motivo ci sarà. Non era certo un attore “serio” e non aveva frequentato nessuna scuola di recitazione e mai neanche provato un ruolo drammatico. Eppure…

 

Sugli occhi Paul Newman ci ha costruito una carriera.

Ancora oggi non esiste attore che possa vantarne di più belli e ancora oggi su Facebook quando qualcuno vuole fare un regalo a tutte le amiche posta una sua foto, e anche se in bianco e nero si resta incantate. 
Eppure io non saprei citare uno sguardo del mitico Paul che vale quello di Jake Brothers nei sotterranei di Chicago e ho sempre capito Carrie Fisher che lascia cadere il fucile a pompa e crolla tra le sue braccia come in preda a un sortilegio. Perché sì, quegli occhi scuri e lunghi che raccontavano la sua origine mediterranea (era figlio di immigrati albanesi), segnati da sopracciglia esageratamente lunghe, facevano ridere ma non solo.

Facevano tenerezza e anche un po’ tristezza e mettevano a disagio, perché tra una battuta folgorante e una smorfia imprevedibile emanavano lampi di disperazione e solitudine, bisogno e dipendenza.

 

Tra le tante leggende che accompagnano il musical più bello e originale della storia del cinema, c’è anche quella che racconta che l’espediente degli occhiali fu reso necessario dal fatto che Belushi in quel periodo fosse così imbottito di droga da non essere presentabile e che a nulla valse l’assunzione di una guardia del corpo pagata dalla produzione proprio per impedirgli di acquistare più droga di quella prevista dal budget (si dice che una modica quantità di cocaina fosse addirittura inserita nei libri contabili).

Il Washington Post all’indomani dell’uscita in sala bollò come “imbecille” la decisione di far recitare gli attori con gli occhiali scuri per tutta la durata del film, perché è vero, che cos’è un attore senza gli occhi? Ma, se è vero che la storia ruota attorno alle mille peripezie dei fratelli Brothers per recuperare i soldi che consentiranno al loro orfanatrofio di non chiudere i battenti, è altrettanto vero che l’aspettativa di ogni spettatore è scoprire che cosa c’è dietro quel paio di Ray-Ban neri. Ed ecco che imprevedibilmente, durante un grande classico di tutti i film comici, l’inseguimento, viene soddisfatta: Jake si toglie gli occhiali neri e lo fa solo per salvarsi la vita, per commuovere una donna che bacia appassionatamente e, una volta abbandonata tra le sue braccia, lascia cadere per terra.

Non bisogna essere un medico per scorgere, in quei pochi secondi in cui la camera li inquadra, pupille strette a spillo e quella specie di patina vitrea che vela lo sguardo di tutti gli eroinomani. E non basta l’esilarante monologo che si chiude con l’inimitabile urlo «Non è stata colpa mia!» a far dimenticare quello sguardo.

Gli occhi di Belushi hanno sempre qualcosa di struggente, anche quando è Bluto di Animal House, e rutta, beve e vestito da antico romano spara frasi diventate mitiche tanto quanto «siamo in missione per conto di Dio» (una per tutte: «quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare»); anche quando è lo strepitoso Samurai Futaba del Saturday Night Life, che affetta con una katana tutto quello che incontra e balla La febbre del sabato sera vestito come Tony Manero, ma in kimono. C’è qualcosa nei suoi occhi che non trovi in quelli degli altri comici suoi coetanei, neanche dell’amico Robin Williams, l’ultimo che lo vedrà prima del fatale speedball nel bungalow n.3 dell’Hotel Chateau Marmont di Los Angeles la sera del 5 marzo del 1982, e che ne seguirà le orme fino all’ultimo.

 

Saranno stati loro, più che la richiesta della giovane vedova Judi Jacklin, a catturare l’attenzione del cronista più famoso del mondo, per realizzare una biografia in cui quella breve vita, costellata di successi e denaro, viene passata al setaccio e riletta attraverso la lente delle sostanze stupefacenti.

E saranno stati sempre loro a farlo chiamare da Sergio Leone per interpretare Max, l’amico di Noodle, quello che alla fine tradisce tutti perché drogato dal fascino del potere e dei soldi.

E resteranno per sempre loro lo specchio più impietoso di quegli Anni Ottanta, edonisti, disimpegnati, demenziali, effimeri. Violenti come un buco nelle vene.

 

Se ti piace leggi anche: Keith Richards

Anna di Cagno

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *