jane austen“Tutto il mondo è animato e pieno di dèi” sosteneva il saggio Talete, ricomprendendo nella lista anche i mostri, dal latino monstrum, ovvero fuori dalla norma.

Ma se per millenni questo bacino di creature se ne stava nel favolistico mondo, secondo quanto ci racconta Jane Austen, a metà Settecento demoni, draghi e ninfe pare abbiano pensato bene di acquattarsi in famiglie. E da lì mimetizzarsi sotto tic verbali, egoismi giganteschi, difettucci miserrimi e crudeltà pantagrueliche.

E lei, britannica di Steventon, nata il 16 dicembre del 1775 e morta presto (esattamente 200 anni fa, il 18 luglio 1817), non s’è lasciata sfuggire l’occasione di osservarli, studiarli e “sezionarli” con acutezza e irriverenza, rivelandosi così d’essere, sotto le pieghe delle immense gonne, una Magnifica Spiona.

La piccola Jane se ne accorge molto presto dell’arcano, ovvero che lì, nel cosmo domestico, tra pentole che sobbollono, libri polverosi, lenzuola stese e giardini rigogliosi, ci sono tesori e segreti. Il multiforme si sbilancia non appena crede d’essere non visto, e allora il segreto sta nel cogliere l’istante esatto, quando la patina che riveste cose e persone si sfalda, esattamente nel modo in cui la nebbia abbandona la brughiera.

Ha un’arma, però, la nostra Jane: l’ironia. Che, come il furbo Gatto con gli Stivali della fiaba di Perrault, non risparmia di usare, sfidando l’orco tracotante e pieno di sé a mostrare un’abilità che sorprenda, ovvero a trasformarsi in qualcosa di infinitamente piccolo, magari un topolino (e il gatto se lo mangia in un boccone).

La Austen guarda, registra, e poi scrive. Ne escono dialoghi che sono rapsodia.

Rapidissimi, cinematografici ben prima dell’avvento della pellicola, un botta e risposta quasi tennistico, innocenza e rabbia, meno ragione e più sentimento, di un’eleganza dotta che non scende mai di livello nemmeno quando ha a che fare con il meschino degli umani.

“Ti diverti a torturarmi! Non hai proprio pietà dei miei poveri nervi…” “Ti sbagli della grossa, cara. Ho il massimo rispetto per i tuoi nervi. Sono mie vecchie e care conoscenze. Sono per lo meno vent’anni che te li sento nominare.” [Orgoglio e pregiudizio] 

Con superba noncuranza, mischia partite di whist, opinioni sul panorama, lotte contro matrimoni combinati e stoccate geniali sulla profondità di quell’inconscio che ancora Freud non aveva rivelato.

In quasi ogni affetto c’è tanta parte di gratitudine, o di vanità, che non c’è da fidarsi a lasciarlo in balia di se stesso. Tutti possono dare il via liberamente a un sentimento e l’inclinazione verso qualcuno è più che naturale, ma sono pochi coloro che hanno abbastanza cuore da innamorarsi veramente senza alcun incoraggiamento. Nove volte su dieci una donna farebbe meglio a mostrare più simpatia di quella che prova. [Orgoglio e pregiudizio]

A Netflix oggi, senza dubbio, la scritturerebbero con un contratto a molti zeri.

Un tratto di lei, quest’acutezza, che la piccola Jane sfrutta, trasformando lo sguardo e quella curiosità smodata, che talvolta la natura accorda a certe fanciulline, nell’insidioso tarlo che sarebbe piaciuto a Schopenhauer, ovvero di strappare non più il velo collegiale della madre superiora, quello di Maia, piuttosto.

Maestra involontaria (e in gonnella) di quell’ Holmes (Sherlock) che turberà Scotland Yard poco meno di un secolo dopo, Jane Austen inchioda chi legge alla trama, che si snoda sui personaggi, mai contro o a fianco. Un abito, invece, ordito e cucito, punto per punto, pagina per pagina. E ammanta chi lo indossa, d’una sorpresa spiazzante, perché alla fine lui o lei si ritroverà più nudo dell’imperatore.

Dove colpisce Jane fa centro.

Mentre riveste, insomma, spoglia. E s’insinua, grazie a parole che sa trasformare in lance, puntute amigdale di primitiva potenza.

Non conquistano, le sue eroine. Non come vorrebbero. Non quell’amore cubitale che è dogma e quasi religione. L’attesa è tale che non può che andare delusa.

Elinor, Lizzy, Fanny (e le loro “sorelle di carta”) devono ridimensionare i sogni per riuscire a stare nella vita.

Quando nel gennaio del 1813, esce Orgoglio e pregiudizio con l’editore Egerton, la scrittura di Jane pare alla famiglia, tranne al padre, che da subito ha visto il talento della figlia, una sorta di divertissement. E in qualche modo come gioco nasce, se è vero che Jane usava le storie per intrattenere durante le lunghe e frequenti occasioni d’incontro che accadevano nella grande casa di famiglia.

Ne seguiranno, rapidissimi, Mansfield Park (1814), che fu un successo di vendite (tutte le copie esaurite in sei mesi), Emma (1815) che esordì con il più famoso John Murray, stimato editore londinese.

L’anno dopo, Jane s’ammala.

È grave.

Nessun’altra opera apparirà in vita.

Postuma invece.

Con alcuni “interventi” dei parenti.

Perché qualcosa turba, del suo eloquio, della precisione, sferzante, di certi “smascheramenti”. Soprattutto in chi le abita accanto e di piccinerie, difetti, oltraggi forse anche e sicuramente scivoloni, ne ha parecchi.

Non stupisce allora sapere che, dopo la sua morte, la sorella tanto amata prima, i fratelli e i nipoti poi, distrussero moltissime lettere e carte private.

Al punto che un nipote, tal J.E. Austen-Leigh, s’arrischiò pure a scriverne una biografia dove presenta l’intelligente e rivoltosa Jane come una brava signorina, con l’amore per la casa e la famiglia e incidentalmente, guarda caso, il vezzo della narrativa (anche se tutti avrebbero preferito si dedicasse al piccolo punto o ai gatti…).

Ma la penna batte l’ipocrisia. E le sue storie ce la regalano inimitabile modello di grande e sottile ribellione.

Silvia Andreoli

 

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