L’Ulisse di Joyce è roba da lettori tosti, ma anche da lettori che sanno divertirsi quando scelgono un libro tosto.

È innegabile: l’Ulisse di Joyce va “studiato”, consultando libri di critica che aiutano a far comprendere, o meglio interpretare, quel fiume di parole che alla fine di circa 900 pagine creano il romanzo/antiromanzo per eccellenza.

Pennac andrebbe fatto santo subito per aver sostenuto il diritto del lettore d’interrompere la lettura di un mattone.

Ma con James Joyce non bisogna mai mollare, sarebbe una sconfitta.

La sfida è tutta lì. Una forma di masochismo? Forse. Ma quando si comincia a entrare nel cuore dei suoi personaggi si è presi fino all’osso.

Si inizia con Stephen Dedalus. Autobiografico, artista un po’ riservato , intellettuale , riflessivo, solitario.
È lo Stephen del Ritratto di artista da giovane con i suoi dilemmi, il suo rapporto conflittuale con la religione, la famiglia, la patria: le tre reti che intrappolano l’uomo e l’artista nella città di Dublino, il centro della paralisi.

Stephen/Telemachus ci abbandona dopo i primi tre capitoli (quelli della Telemachia), per ricomparire più avanti quando incontrerà Bloom/Ulisse ed inizierà l’Odissea vera e propria.
Bloom e Stephen, un padre senza un figlio, un figlio senza un padre. Tutto il romanzo si basa sulla ricerca di una paternità impossibile e il vagabondare per le vie di Dublino dei due personaggi è anche una ricerca di se stessi, in un tempo della narrazione ridotto a sole ventiquattro ore.

Si prosegue con l’Odissea e si scopre Bloom/Ulisse: un uomo comune, molto fisico e concreto, meno intellettuale di Stephen ma uomo moderno, aperto e tollerante, pur con i suoi limiti, un eroe/antieroe. E ad ogni modo, sia Stephen sia Bloom sono personaggi modernissimi, e come tali vittime del moderno che abitano.

E poi, evviva, si arriva agli ultimi tre episodi ed ecco, arriva lei: Molly Bloom/Penelope.

A differenza di Penelope, Molly è tutt’altro che fedele. Sensuale, intrigante, positiva, tradisce Bloom con un certo Boylan e nella sua naturalezza riesce a dominare tutto il romanzo. Pur presentandosi solo alla fine è sempre presente sin dall’inizio, nella mente di Bloom. Nella sua accettazione della vita, nel suo monologo finale “ and yes I said yes I will yes” è racchiusa tutta la sua concezione dell’esistenza.

Molly è la vera figura vincente del romanzo, è la risposta a tutti i dubbi di Bloom. La sua vita non ha ideali, lei semplicemente vive, afferma la vita. Come Molly Brown, la nostra Molly Bloom è un’inaffondabile. E sì, un’inaffondabile della letteratura moderna.

Nella complessità del romanzo di Joyce non mancano aspetti comici.

Ed ecco che persino l’Ade del sesto capitolo risulta a tratti esilarante.
Il capitolo è ambientato nel cimitero di Dublino: Bloom ricorda con tristezza la morte del figlioletto Rudy, avvenuta a sole 11 settimane, la morte del padre Virag, suicida, la morte dell’amico Paddy Dignam al cui funerale sta partecipando e la morte dei grandi patrioti irlandesi come Parnell. A queste serie riflessioni si contrappongono pensieri più materiali, concreti sulla morte che mostrano un Joyce dissacrante, ironico e provocatorio.

Il modo in cui Bloom/ Joyce prende le distanze dalla morte fa pensare un po’ a Everyman di Philip Roth ma in maniera più comica, grottesca. Fa davvero sorridere quando si interroga nel cimitero di Glasnevin sul perché non piazzino minialtoparlanti sulle tombe con la voce dei morti, invece delle immagini, per non farli dimenticare e per poter ascoltare le loro voci o quando si chiede perché i morti non si seppelliscono in verticale (occuperebbero meno spazio) o perché non mettono birra invece che vino nel calice durante l’Eucaristia, accusando i devoti di cannibalismo per il fatto di mangiare l’ostia come Corpo di Cristo e giocando sui fonemi delle parole Corpus/ Corpse (cadavere in inglese).

E che dire della proposta dell’idea di mettere dei telefoni nelle bare in modo da consentire ai cadaveri di chiamare nel caso non fossero morti davvero e si risvegliassero? E a proposito del risveglio, Bloom commenta: che cosa accadrebbe se ci fosse davvero la resurrezione come per Lazzaro? E immagina tutti i cadaveri che corrono all’impazzata nel cimitero alla ricerca dei loro organi interni.

Blasfemo, grottesco, ridicolo, scherzoso. L’Ulisse è anche questo.

Insomma, tra monologhi interiori, flussi di coscienza à go-go, metodo mitico e tonnellate di riferimenti culturali altissimi, è piacevole scoprire in questo impegnativo romanzo/anti-romanzo, scorci più leggeri e persino divertenti.

Eclettico, fluido, talvolta incomprensibile, ma anche gradevole, ironico, beffardo. L’Ulisse è un romanzo unico. Rivoluzionario. Innovativo. Originale. Irriverente. Come era lo stesso Joyce .

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