JACQUES BREL il diritto di sognare

Oggi è considerato un covo dell’Isis, ma il sobborgo bruxellese di Schaerbeek merita una visita per almeno due motivi: la prima casa Art Nouveau costruita da Victor Horta e quella al 138 di Avenue du Diamant dove c’è una targa ricordo con questa scritta: «Ici est né Jacques Brel 1929 -1978. Il a chanté le plat pays, le vieux, la tendresse, la mort. Debout il a véçu sa vie et le poéte vit encore» (“Qui è nato Jacques Brel. Ha cantato il paese piatto, la vecchiaia, la tenerezza, la morte. In piedi ha vissuto la sua vita e il poeta vive ancora”).

 

Una vita formidabile quella del grande chansonnier belga. Vissuta sempre “in piedi” e conclusasi drammaticamente a Bobigny, alle porte di Parigi, il 9 ottobre 1978 per un’embolia polmonare. In mezzo c’è stato di tutto: la faticosa scalata, un matrimonio sofferto, gli amori parigini, i trionfi all’Olympia, l’addio alle scene, gli ultimi anni felici alle Isole Marchesi, nella Polinesia Francese. Dove viveva trasportando medicine a beneficio di quegli indigeni che lo rassicuravano «parlando della morte/come si parla d’un frutto». E dove riposa per sempre a Hiva Oa, l’isola a forma di cavalluccio marino che era stata anche il rifugio di Paul Gauguin, suo vicino di tomba.

 

Il cantore della tenerezza era nato da padre fiammingo e da madre con lontane origini spagnole nelle vene, retaggio del dominio castigliano del XVI e XVII secolo. La sua era una famiglia devota alla causa dell’arricchimento, della promozione sociale e della forma, tanto da non parlare in casa che il francese, la lingua della nobiltà. Morbosamente attaccato alla madre, figura malaticcia e succube del marito, un padre-padrone insensibile ad altre ambizioni che non riguardassero potere e denaro, il giovane Jacques fu subito e per sempre un ribelle, un inquieto.

A causa degli scarsi risultati scolastici abbandonò presto gli studi e non ancora diciottenne iniziò a lavorare nella fabbrica di cartone gestita dal padre (ed è da questa esperienza che viene la sua affermazione di sentirsi “encartonnée”). Scandaloso per i benpensanti e anche per i suoi operai ritrovarlo a cantare in sordide taverne «i sentieri che portano all’officina/li vorrei bruciare»!

 

Jacques BrelIntanto frequenta un movimento di ispirazione cristiano-sociale, la Franche Cordée, fondato nel 1940 da Hector Bruyndonckx, e diventa un fustigatore dell’untuosità borghese («nazisti durante le guerre/e cattolici in mezzo/non fate che correre/dal fucile al messale»). È in questo ambiente che conoscerà la moglie Thèrese Michelsen, che gli darà nel giro di qualche anno tre figlie.

 

Partecipa a Bruxelles a diversi spettacoli teatrali e propone brani di sua composizione in alcuni cabaret o durante feste organizzate da studenti. Nel 1953 incide il suo primo disco, un 78 giri con due canzoni: “La foire” e “Il y a”. Il disco capita tra le mani di uno dei più grandi scopritori di talenti dell’epoca, Jacques Canetti (fratello di Elias), che lo convoca a Parigi.

 

Il 1° giugno 1953 Brel abbandona per sempre la fabbrica di cartone. Qualche giorno più tardi, prende il treno per Parigi, in terza classe.

 

Scriverà in “Départs”:

 

«… Sur les quais des gares

Tous les “au revoir”

Et tous les adieux

Nous rendent l’espoir

Nous rendent plus vieux»

 

(“Sulle banchine delle stazioni/ Tutti gli arrivederci/ E tutti gli addii/ Ci restituiscono la speranza/ Ci fanno più vecchi”)

 

In un attimo Brel si lascia tutto alle spalle: lavoro, ricchezza, moglie e figlie, ma soprattutto quell’imborghesimento che permea la società della capitale belga e del quale lui si farà sovente beffe in memorabili canzoni (una fra tutte, “Les Bourgeois”). A fine giugno debutta a Les Trois Baudets, il celebre locale di Canetti. Lì rimarrà in cartellone per cinque anni, mangiando i primi mesi solo sandwich al Camembert e pommes frites e cantando anche nelle caves e nei bistrot (leggenda vuole anche addirittura sette per notte). Il successo però si fa attendere. Il pubblico e la critica francesi, infatti, non sembrano apprezzare la sua musica, forse anche a causa dell’origine belga (è rimasta celebre la frase di un giornalista che ricorda a Brel che «ci sono ottimi treni per Bruxelles»).

 

Solo Jacques Canetti crede in lui e gli dà la possibilità di incidere i primi 33 giri. Finché arriva la svolta: l’incontro con la “dea di Saint-Germain-des-Pres”, Juliette Gréco. Che registra una sua canzone, “Le diable”, e gli presenta quelli che poi diventeranno i suoi principali collaboratori: il pianista Gérard Jouannest e l’arrangiatore François Rauber.

 

In una intervista, alla domanda “Quando ha incontrato per la prima volta Brel?”, la Gréco ha risposto così:

«Nel 1954, ero sulla balconata del Gaumont-Palace a Parigi, un bellissimo cinema, con degli organi, e ho visto arrivare questo tizio dinoccolato, con un che di donchisciottesco. Suonava tre canzoni nell’intervallo, nessuno lo stava a sentire. Io mi sono arrestata di colpo, come un cane da caccia. Canetti (il proprietario del cabaret Les Trois Baudets) mi ha detto: “Ah! Le interessa? Si chiama Brel, è belga. Proviamo e vedremo… “. Abbiamo visto. Abbiamo preso “Le diable”. Gli ho detto: “Tutto il resto, sarai tu a cantarlo”. Non ha mai dimenticato. Ci siamo amati seduta stante, da quel giorno finché non è morto».

 

Jacques BrelTre anni dopo, nel 1957, la canzone forse più bella e più famosa di Brel, “Quand on n’a que l’amour”, vince il Grand Prix du Disque dell’Académie Charles Gros e lo consacra anche come straordinario poeta.

 

Due anni più tardi scrive “Ne me quitte pas” (che darà poi il titolo a un album nel 1972). Le tristi parole della canzone nascondono la storia melodrammatica di un amore proibito, strano e appassionato nella Parigi moderna. Quella tra il cantautore e la fidanzata “Zizou”, l’attrice comica Suzanne Gabriello. La famiglia di Brel viveva all’epoca in un sobborgo della capitale francese e lui doveva trovare qualsiasi scusa per poter vedere la sua amante. Quando la moglie Miche (questo il suo soprannome) stanca di bugie torna a Bruxelles, Brel affitta una stanza a Place de Clichy per poter stare con Zizou. Poco tempo dopo lei rimane incinta, ma Brel nega di essere il padre del bambino e dice che non lo riconoscerà come suo figlio. Questo è l’inizio della fine. Furiosa, Zizou minaccia di denunciare e portare l’artista in tribunale. Lui, a quel punto, torna a Bruxelles dalla moglie legittima.

 

“Ne me quitte pas” è una canzone disperata, parla di una rottura tragica, dell’abbattimento di un uomo quando cade, della disperazione e della morte dei sentimenti. Gli esegeti dicono che Brel stia citando Dostoevskij quando canta “fa di me una cosa tua, il tuo cane” e suggeriscono anche che ci siano riferimenti a García Lorca per quanto riguarda il tesoro perduto e l’immagine servile dell’uomo. Di sicuro c’è che Suzanne Grabiello, morta di cancro a 60 anni nel 1992, verrà ricordata per essere stata la “dolce pazzia” di un musicista belga.

 

Uno che per spiegare la sua “filosofia amorosa” una volta confidò:

 

«La tenerezza svanisce poco a poco, e il dramma è che non viene rimpiazzata da niente. Le donne, in particolare, non sono più tenere come una volta. L’amore è un’espressione della passione. La tenerezza è un’altra cosa. La passione sparisce da un giorno all’altro, mentre la tenerezza è immutabile. È un dato di fatto. Io ho l’impressione di essere nato tenero.

Amo la tenerezza. Amo darla e riceverla. Ma, in generale, noi manchiamo tutti di tenerezza, senza dubbio, perché non osiamo offrirla e non osiamo prenderla. Anche perché la tenerezza dovrebbe venire dai genitori, e la famiglia non è più quella che era un tempo»

 

Per lui, comunque, arriva finalmente il sospirato trionfo. Nel 1961, quando Marlene Dietrich dà forfait all’Olympia a sostituirla chiamano proprio lui. Da lì in poi tiene concerti su concerti  (fino a 350 l’anno) e gira il mondo: dall’Unione Sovietica (Siberia e Caucaso compresi) all’Africa e all’America. A testimoniare la sua fama ormai universale, ci sono i numeri del suo primo concerto alla Carnegie Hall, nel 1965: 3.800 spettatori entrano nel teatro per assistere allo spettacolo, ma ben 8.000 rimangono fuori dai cancelli. Anni dopo, un critico musicale ha scritto che: «I suoi recital sono un capolavoro di indecenza e di matematica insieme. Grondano realmente sentimento, tumulto, rabbia, dolore e ironia da ogni stilla di sudore, da ogni “perla di pioggia” che gli luccica in volto».

 

Nel 1966, all’apice del successo e tra lo stupore generale, Brel annuncia l’intenzione di lasciare le scene. Come Maurice Chevalier, come Edith Piaf e come molti altri. Non canta più in pubblico, ma desideroso di provare nuove strade ed emozioni, per qualche anno si dedica (senza risultati eclatanti) al teatro e al cinema.

 

Poi, ancora una volta nella sua vita, Brel si lascia tutto alle spalle e nel 1972 inizia a girare il mondo sul suo veliero, l’Askoy. Arrivato in Polinesia si stabilisce ad Atuona sull’isola di Hiva Oa, con la nuova compagna, la ballerina Maddly Bamy. Qui inizia nuova vita: allestisce spettacoli e cineforum per le popolazioni locali e porta, col suo bimotore, la posta alle isole più lontane.

 

A spezzare l’incantesimo è la diagnosi fatale: cancro. Cominciano viaggi segreti in Europa per sottoporsi a terapie nella speranza della guarigione. Ma il 9 ottobre 1978 (pochi mesi dopo essere riuscito a pubblicare un ultimo disco, “Les Marquises”) quello che Georges Brassens chiamava affettuosamente “il monaco” muore.

 

E forse, oltre a tutte le struggenti canzoni che ci ha lasciato, come testamento è ancora valida questa lettera, scritta il 1° gennaio 1968. L’augurio di un grande sognatore.

 

«Le seul fait de rêver est déjà très important. Je vous souhaite des rêves à n’en plus finir et l’envie furieuse d’en réaliser quelques-uns. Je vous souhaite d’aimer ce qu’il faut aimer et d’oublier ce qu’il faut oublier. Je vous souhaite des passions, je vous souhaite des silences. Je vous souhaite des chants d’oiseaux au réveil et des rires d’enfants. Je vous souhaite de respecter les différences des autres, parce que le mérite et la valeur de chacun sont souvent à découvrir. Je vous souhaite de résister à l’enlisement, à l’indifférence et aux vertus négatives de notre époque. Je vous souhaite enfin de ne jamais renoncer à la recherche, à l’aventure, à la vie, à l’amour, car la vie est une magnifique aventure et nul de raisonnable ne doit y renoncer sans livrer une rude bataille. Je vous souhaite surtout d’être vous, fier de l’être et heureux, car le bonheur est notre destin véritable».

(“Il solo fatto di sognare è già molto importante. Vi auguro sogni a non finire e la voglia furiosa di realizzarne qualcuno. Vi auguro di amare ciò che si deve amare e di dimenticare ciò che si deve dimenticare. Vi auguro passioni, vi auguro silenzi. Vi auguro il canto degli uccelli al risveglio e risate di bambini. Vi auguro di rispettare le differenze degli altri, perché il merito e il valore di ciascuno sono spesso da scoprire. Vi auguro di resistere all’affondamento, all’indifferenza, alle virtù negative della nostra epoca. Vi auguro infine di non rinunciare mai alla ricerca, all’avventura, alla vita, all’amore, perché la vita è una magnifica avventura e nessuno di ragionevole deve rinunciarci senza ingaggiare una dura battaglia. Vi auguro soprattutto di essere voi stessi, fieri di esserlo e felici, perché la felicità è il nostro vero destino».

 

 

Per saperne di più

http://www.jacquesbrel.be

http://www.artnoise.it/jacques-brel-vivere-sparsi-in-unesattezza-accecante/

 

Se ti piace leggi anche: Vinicius de Morães

Marina Moioli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *