JACK JOHNSON Il “mandingo” che sfidò l’America

Prima di Muhammad Alì e di Joe Frazier, prima di Mike Tyson e George Foreman c’è stato lui:
il gigante di Galveston. Il “mandingo” che ha sfidato l’America.

Ricordate Django Unchained di Quentin Tarantino? Beh, è lui.
John Arthur Johnson detto Jack nacque il 31 marzo del 1878 in una sperduta contea del Texas, da genitori da poco liberati dalla schiavitù e quindi, se è possibile, ancora più poveri e ai margini della “land of the free”. E nelle Battle Royal si fece un nome, oltre che i muscoli, e una tecnica difensiva che rivoluzionerà la storia della box.

Senza regole, senza arbitri, senza pietà. Quelle lotte erano state inventate dall’uomo bianco per passare il tempo e forse per confortarsi della propria inferiorità fisica. Non a caso finivano con il lancio di monete nel ring, l’unica vera superiorità “razziale”, la sola cosa più potente dei muscoli e della disperazione.

Jack però era diverso da tutti gli altri. Aveva fame sì, e per questo scappò di casa a dodici anni.
Ma aveva un obiettivo, non un sogno (come fai a fantasticare quando alla sera vai a dormire tumefatto?), un progetto preciso: uscire dall’oscurità. Con tutte le sue forze.

E così nel 1903 vinse il World Colored Heavyweight (il titolo mondiale di box per i neri) e nel 1908 tolse il cinturone a Tommy Burns e diventò il primo boxeur nero della storia a vincere il titolo dei pesi massimi, quello vero, che fino a a quel momento aveva cinto solo addomi bianchi.
L’incontro che consegnò Johnson alla storia non fu, però, quello con il pugile canadese ma quello si tenne due anni dopo a Reno, Nevada, contro James J. Jeffries.
La stampa lo battezzò ancor prima che avesse inizio “l’incontro del secolo”. E tale fu.

Jeffries, che era il campione in carica, due anni prima si era rifiutato di competere contro un “negro”, ma adesso aveva accettato di scendere nel ring per una missione ancora più importante che riconquistare il titolo: essere “the great white hope”, la grande speranza bianca.
E sì, perché era a rischio l’orgoglio del suo Paese e dei suoi padri fondatori.
E lo perse. E malamente, tanto che i suoi secondi gettarono la spugna per evitargli un umiliante KO.

Quella notte del 4 luglio (strano no, il giorno dell’Indipendenza!) gli Stati Uniti furono attraversati dalla West alla East Coast da disordini, scontri, tensioni razziali nella maggior parte dei casi fomentate dalle forze di polizia. Più di venticinque stati, oltre cinquanta città, centinaia di feriti, ventitré morti neri, due bianchi.

65,000 dollari.
Il “negro” era diventato ricco.
E da quel momento la sfida uscì dal ring.

Non ringraziò il buon Dio e neanche la magnanimità dell’uomo che bianco, che comunque l’aveva accettato su un ring, no. Mai. Fece dell’arroganza e della cafonaggine degna di un gangsta rap la sua cifra e, forse inconsapevolmente o forse no, inventò una nuova icona pop: il nero che ce l’ha fatta. Guidava auto da corsa, si vestiva in maniera eccessivamente elegante e sgargiante, spendeva fiumi di soldi in locali notturni tanto che,  per risparmiare, ne comprò uno ad Harlem, lo chiamò non a caso Deluxe e lo vendette tre anni dopo a un gangster vero, Owney Madden, che lo ribattezzò Cotton Club.

Veniva fermato spesso dalla polizia stradale per eccesso di velocità e pagava le multe due volte, “così vale anche per la prossima”. Amava l’opera di Verdi, Il Trovatore più di tutti, suonava la viola e adorava Napoleone. Ma soprattutto frequentava solo donne bianche e adorava farsi paparazzare e rilasciare dichiarazioni alla stampa in cui spiegava, senza omettere i prevedibili dettagli, perché le donne bianche impazzissero per lui.

E un giorno si beccò una denuncia. Nel 1912, all’apice della sua carriera e della sua forza fisica.
Che cosa aveva fatto, oltre che sposare una donna bianca nel 1911?
Aveva violato il Mann Act. Meglio noto come The White Slave Trafic Act era una legge promossa dal senatore repubblicano James Robert Mann per arginare il fenomeno della schiavitù bianca (gulp!),
in particolar modo delle donne. In sostanza la legge perseguiva e puniva chiunque trasportasse oltre il confine del proprio stato di residenza “una donna o una ragazza a fini di prostituzione o dissolutezza o per qualsiasi altro scopo immorale”.
Come dire: non è necessario essere un pappone, basta un comportamento sessuale dissoluto e la legge ti punisce. Ma per una nobile causa: proteggere la donna  – e mai il termine fu più adatto – in oggetto.

E Jack dissoluto lo era, e tanto.
A ogni match che giocava fuori casa si portava dietro il suo codazzo di ragazze, quindi gli estremi c’erano, per il traffico di donne. Dissolutezza, sodomia e altri capi d’imputazione erano facilmente deducibili dagli uomini di legge.
Una, Belle Schreiber, lo denunciò, ma chi rischiò di finire in galera fu un’altra, Lucille Cameron, perché di lei c’erano le prove. Ma la ragazza negò. E lui la sposò, tre mesi dopo la morte della prima moglie.
Ma non bastò il matrimonio riparatore, l’accusa rimase e loro scapparono, destinazione Parigi, la più libertina delle città.
Per sei anni vissero latitanti tra la Francia e il Messico fino a quando nel 1920 tornarono, e lui pagò il suo debito con la giustizia: un anno nel carcere di Leavenworth, Kansas.
Nel 1925 gli tolsero il titolo, ma lui continuò a combattere da professionista fino al 1938, fino a sessant’anni. La motivazione? I soldi, what else?

A decidere della sua vita fu ancora una volta la fame.

La sera del 10 giugno del 1946 Jack sfrecciava sulla sua auto da corsa per le strade di Franklinton, si era fatto tardi e non aveva ancora mangiato. Così si fermò in un ristorante, un buon ristorante, uno di quelli che gli era già costato un numero indefinibile di pugni, per poterselo permettere.
Ma in Nevada, in quei posti per ricchi, i “negri” non erano ammessi. Non era questione di soldi e neanche di fama. Era la razza bianca che si difendeva dai suoi uppercut e da quelli di tutti i “mandinghi” che minacciavano la sua supremazia per il solo fatto di esistere e di essere lì.
Furioso, si rimise alla guida e sgommò.
Si schiantò pochi chilometri dopo e morì sul colpo con quella stessa morsa nello stomaco che lo aveva fatto andare via di casa poco più che bambino.

Nel 1971 Miles Davis, un altro nero uscito dall’oscurità, gli dedicò un album, A tribute to Jack Johnson. La voce di Brock Peters, che chiude l’ultima traccia recita:

«I’m Jack Johnson. Heavyweight champion of the world. I’m black. They never let me forget it.
I’m black all right! I’ll never let them forget it!»*

Nel maggio del 2018 il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha decretato il perdono postumo per Jack Johnson.
Promotore dell’iniziativa e cerimoniere Sylvester Stallone.
Per Lucille, dalla legge equiparata a una cavalla trasportata a uno Stato all’altro, nulla, neanche un
“Ops, ci spiace!”. Ma questa è un’altra storia…

*(“Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei pesi massimi. Sono nero. Non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. Sono nero, d’accordo! E non permetterò mai che lo dimentichino!”).

 

 

4 Replies to “JACK JOHNSON Il “mandingo” che sfidò l’America”

  1. Brava é poco carissima Anna, l’articolo mi é piaciuto monto. Scrivi con garbo, stile, buon umore e mosto ben documentato. Ci porti da una “vecchia” storia a un momento presente . Sei davvero brava.
    Saludos

  2. Gran bel pezzo! Non conoscevo il personaggio e la sua storia. Grazie per averla raccontata, Anna!

    1. Grazie Annalisa, io appena ho scoperto la sua storia me ne sono innamorata. E ci sto lavorando…

  3. Anna ho appena letto la storia di Jack Johnson. Bellissima e tu, come sempre, mi fai sentire così vicina la persona di cui parli che mi sembra di averlo conosciuto! Ed ora aspetto il prossimo pezzo….non te ne andrai mica in ferie?

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