ITALO CALVINO le fiabe sono vere


italo calvinoA paragonarlo a un quadro, nel gioco del “se fosse…”, il dubbio sarebbe tra la Scala Infinita di Escher in Relativity (1953) e una delle rutilanti, ripetitive serie della Marilyn policroma di Andy Warhol.

Perché nessuna scrittura è al contempo più geometrica e oscura, impegnata e trasognata, ma anche ironica e sfuggente di quella di Italo Calvino.

E infatti lo si ama per disparate ragioni e passioni, tutte tra loro in perenne scontro.

Ma il conflitto qui non porta né alla nevrosi, né alla guerra. Semmai trascina in quell’atmosfera esatta della fiaba che ha costruito il regno dei fratelli Grimm a inizio Ottocento, nel periodo esatto in cui, tra la loro azione di compilare – ovvero raccogliere – fiabe secondo com’erano narrate e in uso nelle diverse aree geografiche tedesche, qualcun altro, con analogo spirito, raccoglieva abitudini e consuetudini, per farne i primi corpus di raccolte organiche di leggi.

Fiaba come anticipazione potentissima dei mini-micro mondi virtuali che oggi s’accendono con un pollice. Come specchio dell’incubo anche, incubo sperimentato e conosciuto della grande guerra. La fiaba come evasione e fanta-scienza.

Poco fruttuoso ripercorre alla lettera la biografia dell’uomo Calvino.

Come ha scritto senza giri di parole in risposta a Germana Pescio Bottino, il 9 giugno 1964:

“Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere.

(Quando contano, naturalmente.)

Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra.

Mi chieda pure quello che vuol sapere e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura”.

Basti sapere che ha attraversato il Novecento, nascendo il 15 ottobre del 1923 e morendo il 19 settembre del 1985. Il primo respiro a Santiago de Las Vegas de La Habana, a Cuba, l’ultimo a Siena.

In mezzo, l’infanzia a Sanremo (il padre Mario, agronomo, è originario di lì) e lo scorcio inquieto di quell’adolescenza durante la quale tutt’Italia perderà l’innocenza.

La giovinezza s’affaccia a Torino, dove si iscriverà alla facoltà di Agronomia e conoscerà l’ambiente degli intellettuali antifascisti, la Resistenza, e, durante e dopo la guerra, l’impegno a 360°.

Incarichi, – lavorativi, politici, sociali. Tanti, tantissimi, sempre importanti, qualificati, di rilievo. E luoghi, altrettanto importanti: Milano, Roma, Parigi.

Questo, in soldoni, per terminare l’esercizio arbitrario e sempre imperfetto di circoscrivere, come fosse a matita, o a gessetto, di una vita l’area su carta geografica. Indicando che lì, ecco, ci sta il tesoro.

E che tesoro, questa volta, perché il tesoro sono i libri.

Ma libri che indicarli con una cronologia sarebbe tradirne il senso.

Sono, invece, come si azzardava all’inizio, ciascuno per strade e intrecci differenti, tappe sfuggenti ma concrete, scalini di una scala escheriana che si può salire o scendere senza ordine preciso. Sono, anche, immagini in sequenza warholiana, che annichiliscono mentre rapiscono il senso, gettando in pasto a chi guarda, e legge, l’interrogativo assoluto di cercare le differenze, le sfasature, le impercettibili pieghe dove la vita s’annida e dà lo scarto al senso.  Un senso, ecco l’errore da non commettere, che rifiuta d’essere cristallizzato in un significato univoco, un solo ruolo e potere.

In realtà quel che se ne capisce è che il vero potere si concentra nel rivelare che un ordine, nel tempo, lineare non esiste. Che quella è stata la miglior menzogna dell’Ottocento, ma che, come racconta la topografia delle città invisibili, l’universo spiato da un albero, l’indigestione di funghi d’un prato cittadino, una menzogna era se la si doveva prendere alla lettera.

Diverso invece se la linea del tempo la comincia il “C’era una volta” e termina con il “E vissero tutti felici e contenti”.

In mezzo?

In mezzo ci sta l’uomo, che interroga i destini incrociati, inabissandosi lungo il sentiero dei nidi di ragno, per arrivare in fondo a Eufemia, “la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio” [Le città invisibili, 1972].

In mezzo c’è il vuoto “che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri” [Le città invisibili]. Con quella “Leggerezza”, “Rapidità”, “Esattezza”, “Visibilità”, “Molteplicità” [Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, ] che consentono un acuirsi della libertà, mitologia prima e unica, con cui si possono spaginare gli anni, invertendo la rotta del viaggiatore.

Lo aveva capito, lui, Calvino, con calma, e quella frenesia quieta che danno gli incanti quando assisti al loro dispiegarsi, e li registri, quasi fossero fatti, cronaca. O forse folclore. E lo aveva capito così nel profondo d’avere voglia, d’un tratto, di rivelare dopo il meraviglioso lavoro di raccolta delle Fiabe italiane [1956], per la collana I Millenni di Einaudi, il segreto.

Lo si trova  piccolo, preziosissimo saggio “Sulla fiaba”. Che ammalia più d’ogni incantesimo e pozione:

 

Ogni volta mi pareva che dalla scatola magica che avevo aperto, la perduta logica che governa il mondo delle fiabe si fosse scatenata, ritornando a dominare sulla terra.

Ora che il libro è finito, posso dire che questa non è stata un’allucinazione, una sorta di malattia professionale. È stata piuttosto una conferma di qualcosa che già sapevo in partenza, quel qualcosa cui prima accennavo, quell’unica convinzione mia che mi spingeva al viaggio tra le fiabe; ed è che io credo questo: le fiabe sono vere.

 

E infatti lì nessuna copia è mai uguale all’altra. Anzi, a starci attenti, si scopre che siamo, noi tutti, immancabilmente, e contro ogni evidenza, l’originale irripetibile tassello di quella grande scatola magica.

 

 

Silvia Andreoli

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