ITALO CALVINO In viaggio nell’infinito mondo delle fiabe

Questione di un dettaglio. Apparente minuscolo dettaglio.

Ma con le piccole slabbrature, gl’invisibili accenti, le attenzioni caparbie e perfezionistiche aveva la mano, eccome.

Anzi Italo Calvino (scomparso il 19 settembre del 1985, a 62 anni non ancora compiuti) quella mano se l’era conquistata così, precisa e intelligente, soprattutto nei due anni di lavoro, lavorio, miracolo, sul materiale infinito delle fiabe.

È il 15 gennaio 1954 quando, rispondendo per conto di Einaudi in una lettera a Giuseppe Cocchiara, che aveva proposto una raccolta delle più belle novelle del popolo italiano, non solo accetta il compito, ma matura anche una convinzione granitica: di raccogliere ogni fiaba che trova per poi dedicarsi a un’immersione “in solitario”, separata dal mondo.

Fisica. Reale. Quell’andarsene – espliciterà il 16 aprile di quell’anno – in una località solitaria dove «ruminerei le mie fiabe finché non avrò compiuto la nuova versione definitiva».

Sono due anni d’incubatore e alchimia.

Due anni di uno scavo magico, incantato a cui era inevitabilmente impreparato (e chi non lo sarebbe?) che gli insegnerà a guardare la storia, le storie, i libri, quel miracolo minuto del raccontare in un modo che già stava in lui, ma si sbozzerà, prenderà coraggio, sapienza.

Un viaggio da cui non si torna, quello delle fiabe.

E consegnando l’introduzione al volume, il 23 ottobre del 1956, Calvino scriverà a chiare lettere, senza nulla nascondere: «riuscirò a rimettere i piedi sulla terra?».

Ma no.

Per fortuna.

No.

Non più.

Solo così diventerà Cosimo Piovasco di Rondò, Il barone rampante. Poi Marco Polo ne Le città invisibili. Moltiplicherà come un caleidoscopio voci e strade ne Il castello dei destini incrociati. Sarà coraggioso e spregiudicato anche, nella sua posatezza d’immensa attenzione. Preciso, affilato. Toglierà e toglierà. Persino il potere dello scrittore verrà ridimensionato, testimoniando come ogni racconto, ogni romanzo, non siano altro che il risultato di un “fallimento”, di una piccola abdicazione, perché qualcosa è stato escluso, della rosa infinita del possibile, per seguire una strada, impervia e labirintica, anche quando la chiarezza sarà infinita.

Il vero scettro, nella storia, ce l’ha il lettore. Perché ogni testo può essere riscritto, e leggere diventa immediatamente riscrivere.

Non lo sa ancora, lui, Calvino, che accadrà a sua volta di assumere quel ruolo. Inconsapevole?

Forse.

Certo è che nell’approssimarsi alla stesura dell’ultima delle Lezioni Americane, Consistency il titolo, ovvero Coerenza, quel 4 di settembre del 1985, due giorni prima dell’ictus che lo avrebbe portato alla morte il 19, su quel tema era tornato.

Usando Beckett. Il grande immenso Samuel Beckett, il poeta del limite, della parola che scompare all’orizzonte e lascia un suono, un singulto giusto un attimo prima d’essere divorata dal nulla (come le figure ombra dello scultore Alberto Giacometti).

Ebbene, scrive Calvino tra gli appunti di quell’anno: Little is left to tell, mandando a memoria una delle ultime pièce dell’Irlandese, Ohio Impromptu.

Eppure…

Rien sta scritto lì.

Nothing is left to tell.

E com’è accaduto allora che la memoria di uno dei più precisi tra tutti gli scrittori abbia inciampato, si sia incagliata su una minuscola falla?

Davvero è avvenuto questo? O invece, quel 4 di settembre, ha usato il potere del lettore, il colpo di mano, la svolta e ha scelto quella libertà che è rinunciare a un ordine tassativo, componendo senza sosta le infinite direzioni del possibile che un testo ci regala?

Insomma non ci avrà, con quell’incompiutezza, regalato il suo stupendo, ultimo dono, di un ammutinamento non solo consentito ma persino stimolato?

A dirla con Balzac, «leggere è forse creare in due». Ma qui, grazie alle fiabe, si diventa infiniti.

Ha scritto, Calvino: «le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminìo delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo di destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che è appunto il farsi d’un destino […] E in questo sommario disegno, tutto; […] l’infinita metamorfosi di ciò che esiste».

Anche di una frase in una pièce.

E niente diventa qualcosa.

Perché nessun racconto, nemmeno quello sulla fine del raccontare, potrà impedire che si racconti e racconti…
C’era una volta… che c’è ancora questo da stare ad ascoltare.

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