Indro MontanelliSono già passati 16 anni dal 22 luglio 2001, ma nessuno si è dimenticato di Indro Montanelli, da tutti venerato come il più grande giornalista italiano del Novecento.

Anche se lui, a novant’anni suonati, scrisse: «Io forse sarò ricordato, quando avrò preso congedo da questo mondo, da qualcuno dei miei lettori, non certamente dai loro figli. So di aver scritto sull’acqua. Ma ciò non mi ha impedito di continuare a scrivere, impegnandomi tutto in quello che scrivo…».

Alla nipote Letizia Moizzi dettò questo auto-necrologio rivelatore: «Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza / Indro Montanelli / giornalista / prende congedo dai suoi lettori, ringraziandoli della fedeltà e dell’affetto con cui lo hanno seguito». Un congedo commosso a quelli che lui, cresciuto con il mito di «scrivere per farsi capire anche dal lattaio dell’Ohio», considerava la sua vera famiglia.

Sulla lunga vita e sulla prestigiosa carriera di Montanelli sono stati scritti decine e decine di libri. Di lui si sa, o si crede di sapere, ormai tutto. Dalla leggenda del perché si chiamasse così – per mascolinizzazione del nome della divinità induista Indra, scelto dal padre Sestilio per fare un dispetto ai parenti della moglie – oltre che Alessandro, Raffaello e Schizogene (ovvero “seminatore di zizzania”) al divorzio con Berlusconi. Dalla relazione di “madamato” con la piccola Fatima in Eritrea al racconto di una memorabile cena con Papa Giovanni Paolo II. Dalla prigionia a San Vittore con Mike Bongiorno alle polemiche con l’amico-nemico Fortebraccio.

Non fece in tempo a commentare la tragedia dell’11 settembre, ma aveva già predetto che il futuro avrebbe portato un tempo di conflitti striscianti, forme di guerra endemica e di terrorismo. «Se avessi vent’anni avrei paura del fanatismo religioso. Le ideologie politiche sono morte, per il momento, ma le religioni tendono facilmente a diventare politica», profetizzò poco tempo prima di morire.

Si definiva “anarcoliberale” e anche un “condannato al giornalismo” («perché non avrei saputo fare niente altro» scrisse in Questo secolo, 1982) e negli ultimi anni, parlava con rimpianto del suo secolo che stava finendo: «Un secolo di sangue, di barbarie, di orrori. Un’ininterrotta “suspence”. Quando li vivevo, quei drammi, non vedevo l’ora che finissero. Ora mi mancano».

Per i suoi tanti orfani ogni tanto arriva ancora qualche piccola e curiosa nuova rivelazione, come quella secondo cui Indro, quando andava d’estate in vacanza a Cortina d’Ampezzo, si fermava a Valeggio sul Mincio, in compagnia dell’amico Cesare Marchi, per gustare i deliziosi agnolini nell’Antica Locanda Mincio di Borghetto. Se invece era diretto al mare, a Montemarcello, trovava sempre il modo di fare una sosta a Berceto, sulla strada della Cisa, per gustare un buon piatto di funghi porcini. Notizie che sembrano stupefacenti, considerata la nota sobrietà di Montanelli, magro come un grissino, a tavola. Leggenda vuole infatti che si nutrisse più o meno con una minestrina, un pugno di fagioli con un cucchiaino di olio, uno spicchio di pomodoro, poche verdure. E qualche giornalista milanese di lungo corso ricorda ancora i pranzi-esame alla Tavernetta Da Elio di via Fatebenefratelli, quando ordinava enormi piatti di fave crude per tutti (e chi non dimostrava di gradirle non acquisiva certo punti ai suoi occhi).

Nonostante gli innumerevoli successi, Montanelli fu però per tutta la vita un uomo inquieto, tormentato dalla depressione. Un coacervo di contraddizioni. Così tanto che forse tra tutti gli aneddoti e i ricordi, l’informazione che più ne rivela il carattere è un verso della poesia che più amava, If di Kipling: «… e perdere, e ricominciare daccapo». Quasi un vademecum esistenziale per un uomo destinato a vivere sempre controcorrente. E con la schiena dritta. «Perché non ho potuto sempre dire tutto quello che volevo, ma non ho mai scritto quello che non pensavo», dichiarò.

Non ebbe (almeno ufficialmente) figli, ma ai giovani dava regolarmente un unico e prezioso consiglio: «Combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s’ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio».

Inaffondabile perché… È l’unico giornalista italiano che sia diventato leggenda. A lui Milano ha intitolato i Giardini Pubblici dove amava passeggiare ogni mattina e dedicato una statua che lo raffigura intento nella stesura di un articolo con la celebre Lettera 22 sulle ginocchia.

Marina Moioli

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