Il valore intrigante di Woodstock

La prefazione di Franco Bolelli al libro Woodstock non è mai finito di Luca Pollini (edizioni Elemento 115)

Il primo impulso è dire no, dai.
Sono passati cinquant’anni, e se qualcuno nel ’69 mi avesse proposto un evento accaduto nel ’19 lo avrei guardato con commiserazione e avrei girato le spalle. Ma se teniamo da parte le celebrazioni e ancor di più – no, ve ne prego – la nostalgia, allora Woodstock ha da offrire un valore simbolico ancora oggi intrigante.
Proviamo per un attimo a decontestualizzarlo al di là del momento storico, come un esperimento antropologico: decine di migliaia di ragazze e ragazzi si ritrovano insieme in un luogo senza organizzazione, senza regole, senza comodità, senza controllo, senza governo, e sapete cosa succede? Succede che tutto funziona. Impressionante, vero?
Sì, funziona perché si tratta soltanto di tre giorni. Ma è come se per tre giorni – nemmeno così pochi quando ci sei dentro – si fosse creata una repubblica indipendente, che stabilisce da sé spontaneamente i propri codici comportamentali.
Ecco, questa è la vera essenza.

Non la musica (musicalmente, diciamocelo, Woodstock non era un granché, a parte qualche esplosiva eccezione). Non le foto delle persone nude o dei vestiti eccentrici. Ma quell’estemporaneo intreccio di spinte vitali che coronava una generazionale vocazione al “perché no?” che faceva apparire naturale qualunque tentativo fuori dagli schemi.

Tutto questo si rivelò tremendamente ingenuo, e assolutamente inadeguato (sgretolare vecchi modelli è mille volte più semplice che costruirne di nuovi e migliori): ma senza quello slancio non ci sarebbe mai nessuna ricerca, nessun avanzamento evolutivo. Perché quell’idea largamente diffusa soprattutto qui da noi che quel movimento fosse espressione di una protesta, di una reazione ai mali del mondo e a un potere ottuso, era assolutamente parzialissima se non proprio fasulla. Certo, l’opposizione alla guerra aveva un suo peso, ma la vera natura di quel periodo storico sta nella liberazione di energie vitali troppo grandi per essere trattenute dentro un vecchio sistema di regole. Si trattava di un movimento vitale ancora più che (contro)culturale e molto più che politico.

Resta un equivoco da sfatare: a tanti allora Woodstock sembrava l’inizio di un’era, in realtà era forse la sua fine. L’eroina cominciava la sua lugubre marcia, e presto sarebbero arrivati Manson e Altamont, e anche chi non scivolò nella disillusione preferì ripiegare in una dimensione più privata, senza più grandi afflati collettivi.

Ma ripeto, se Woodstock ha ancora un suo perché è per la travolgente esplosione di energie in ogni angolo dell’umana esistenza. Qualcosa che va al di là degli anni Sessanta e di qualunque altra epoca.

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