MOLLY BROWN
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Straordinari

IL RIVOLTOSO SCONOSCIUTO la storia siamo noi

tienanmenChe cosa spinge un ragazzo di diciannove anni a usare il corpo, suo, per fermare l’avanzata di una colonna di carri armati T59 in Piazza Tienanmen (letteralmente: piazza della Porta della Pace Celeste)?

Follia? Incoscienza? Disperazione? Onnipotenza? Fede? Disperazione?

 

L’età, prima di tutto, che accende la fame di giustizia, l’istinto a dire: no.

Non ci sta, quella mostruosa scia che incede. Artiglieria pesante squadernata contro corpi, idee, pensieri.

Non ci sta neppure nella logica della violenza. Non è lotta tra Titani, piuttosto una contraffazione al di là degli schemi stessi della prepotenza. Così il corpo si para dinnanzi, e forse la voce mormora, agitata, memore di qualche capriccio d’infanzia: no e no.

 

Intorno: 880 metri da nord a sud, 500 metri da est a ovest. Un totale di 440.000 metri quadri, la piazza più grande del mondo. E lui sta lì, sulla via d’accesso, lungo la grande arteria di Chang’an, ed è immensamente solo. Diventerà memoria collettiva.

 

La vicenda di quel 5 di giugno si colloca al secondo giorno di rappresaglie violente, cominciate nella notte tra il 3 e il 4. La sua narrazione è densa di falle, probabilmente di errori, indotti o sfuggiti. Ma ha un impatto di tale pregnanza da non lasciare dubbi.

È lì, sotto gli occhi di tutti.

 

La versione più diffusa della fotografia è stata scattata da Jeff Widener, Associated Press, che si trovava al sesto piano dell’hotel di Pechino, circa 800 metri dalla scena.

L’obiettivo che monta sulla macchina è un 400 mm, dotato di moltiplicatore focale. In quello stesso istante anche Stuart Franklin, Magnum Photos, è pronto. Coglie una prospettiva più ampia di quella di Widener, la sua scena pullula di carri armati.

Charlie Cole, del Newsweek, immortala il ragazzo in un click che otterrà il Premio World Press Photo.

Ventisette anni fa (presto ventotto) non si esibivano selfie, tablet, telefonini ovunque. E una fotografia poteva essere la differenza. Quella abissale tra sapere e non sapere. Di più: testimoniare. Così il Rivoltoso Sconosciuto presto dilaga in ogni angolo del pianeta.

Testimonia la violenza. Il regime. Le menzogne diffuse a livello internazionale.

Sbugiarda ideologie e stati e diplomazie.

 

Dagli schermi dei telegiornali irrompe nelle case all’ora di pranzo e di cena, domina le prime pagine dei quotidiani. Eppure non compare un nome, un’identità certa. Anzi, quella mancanza diventa la sua prima caratteristica.  È titanico, nella sua infima piccolezza. È un ragazzo a Pechino, uno dei ragazzi della protesta della piazza Tienanmen. La metafisica stessa dell’idea di gioventù.

 

Mentre il dibattito politico si infiammerà, e rimbalzeranno colpe, responsabilità, si tenterà di piegare anche le immagini al “punto di vista”, e il torrente in piena investirà uno degli ultimi baluardi della certezza comune, quell’identità d’anagrafe, figlio di.

L’ha pagato con la vita, quel gesto, il ragazzo, Rivoltoso Sconosciuto, Anonimo, chiamato anche Tank Man, splendido simbolo d’un tratto, mito inconsapevole? Impossibile sapere con certezza.

Qui la storia scivola nelle teorie, verso demoni ed eroi. Si arriverà persino a sostenere che quel giovane non era uno degli studenti in rivolta, ma un contadino che si trovava a Pechino per vendere la propria merce, e se ferma i carri armati, lo fa per ottenere un’informazione, chiedere al conducente da dove provenissero, dal momento che anche lui aveva fatto il carrista.

Fantasia? I più dicono che sì, per essere un ragazzo certo lo era, e anche uno studente.  Giustiziato, purtroppo, poco dopo aver sedato la protesta, da un plotone di esecuzione. Forte anche la versione, opposta, che ne ipotizza la fuga immediata.

Altri giurano di averlo visto portare via sul posto per essere internato in manicomio. Una notizia di qualche anno fa, resa nota dall’agenzia di stampa AsiaNews, sostiene che Wang Lianxi (questo uno dei nome attribuitogli) sarebbe stato rilasciato prima delle Olimpiadi di Pechino, nel 2007.

Il governo della Repubblica Popolare Cinese non ha mai fornito una versione ufficiale sul ragazzo. È certo, invece, che già il 10 giugno 1989, l’ordine a Pechino appare ristabilito e il leader Teng Xiao Ping ne dà l’annuncio in tv. Non menzionerà, naturalmente, i molti genitori cinesi costretti a firmare fogli in cui certificavano che i loro figli avevano perso la vita in incidenti stradali. Per i ribelli, poi, non erano previsti nemmeno riti funebri.

 

Quanto agli Stati Uniti, Bruce Herschensohn, uomo vicino al presidente Nixon, in un discorso al Circolo Presidenziale nel 1991 confermò che il ragazzo della foto venne giustiziato 14 giorni dopo i fatti di piazza Tienanmem. Chi dice la verità? Chi mente?

Sembra che non esista più una verità, le versioni si sono fatte talmente dense e compatte da aver costruito una scorza più vera del vero, annullando eventi e dati e certezze, quelle cose un tempo indiscutibili perché fissate in uno scatto di fotografia e tangibili, accertabili.

 

La politica è fatta di segreti e incongruenze. Ma qualcosa sopravvive, vola più in alto, a dimostrare che il nocciolo duro della storia sorpassa tutto, e trattiene, indenne, l’onda d’urto emotivo che ha travalicato anni e smemoratezza.

 

Non cade mai, il Rivoltoso Sconosciuto, nella sagoma che si erge, e fa intuire un respiro spezzato, il battito del cuore che strepita. La grandiosità del niente contro il tutto. Un puntolino nell’universo della violenza.

Così spacca la bocca dei cannoni, l’indifferenza degli Stati, e farà scrivere al Times, nel 1998, quando accolse il Rivoltoso Sconosciuto tra “le persone che hanno più influenzato il XX secolo: «gli eroi nella fotografia del carro armato sono due: il personaggio sconosciuto che rischiò la sua vita piazzandosi davanti al bestione cingolato e il pilota che si elevò alla opposizione morale rifiutandosi di falciare il suo compatriota».

Grandezza d’uomo normale che chiama altra grandezza dunque.

In quel “contagio” d’un virtuosismo che raggiunge le vette eccelse nella polvere, davanti a quella strana forma di paura che non ghigliottina, invece lancia, verso un empireo che sta qui, a terra, tra la polvere, ma è superbamente immenso. D’una commozione che apparteneva a quella cosa tanto complicata da capire ai tempi del liceo, quella pietas umana di Enea che carica sulle spalle il padre Anchise, conducendo con sé i Penati che il vecchio stringe tra le braccia.

 

Il nome del militare è noto. Si chiama  Xu Qinxian, e fu il generale dell’esercito cinese che si rifiutò di guidare la 38a Armata contro i manifestanti di piazza Tienanmen. Un diniego che gli costò cinque anni di carcere e l’espulsione dal partito. Senza che le pagine descrivano quello che avrà patito, di fame, sporco, dolore, e tortura. Perché, quando vuole, il risvolto del potere si fa d’un tratto discreto e silente.

Anche se, in sottofondo, si ode incessantemente deflagrare il piombo sui sorrisi dei ragazzi.

 

Link:

http://www.raistoria.rai.it/articoli/tienanmen/29396/default.aspx

 

Silvia Andreoli

 

 

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