IL MAGO DI OZ fame & fama

mago di ozDove finisce il reale e comincia il fantastico?
Non chiedetelo al mago di Oz, e nemmeno al suo autore.
È stata anzi la poetica della confusione tra l’una dimensione e l’altra a certificarne il plauso incredibile, persino spaventoso.
Quattordici romanzi della saga.
Al ritmo di uno all’anno, dopo il successo del primo, The Wonderful Wizard of Oz, uscito a Chicago il 17 maggio del 1900, con l’editore George M. Hill Company.

Né Baum aveva previsto il successo furioso che avrebbe prodotto.
Lui che, classe 1856, nella “città del vento” s’era trasferito nove anni prima, dopo una serie di attività non propriamente fortunate, s’infiamma e infervora per quel regno inventato, e partorito di slancio, con la stessa seria determinazione dei suoi lettori.

“I miei deliziosi tiranni”, li chiamerà esplicitamente qualche anno. Perché i piccoli accoliti, innamorati del Regno di Oz, riempiranno a ritmo vertiginoso (a pacchi di cinquanta o cento al giorno testimonierà il figlio di Baum) la sua cassetta della posta. Lettere con esplicite domande, richieste per il sequel, dettagli da specificare.

Risponderà lui a tutti, personalmente, consapevole che nulla avrebbe reso più felice lui, da bambino, che ottenere una risposta a firma dell’autore amato. Eppure quest’accoglienza lo esalterà e lo logorerà, intrappolandolo nella sua stessa creazione. “Un tempo mi figuravo davvero come “autore di favole” – dirà di sé- “ma ora sono un semplice editor o segretario personale di un manipolo di giovanotti le cui idee sono come fili che a me spetta intrecciare nella matassa delle mie storie.

Di Oz Baum non si libererà mai.
E nel tempo a venire, fino al momento della sua morte, 19 anni dopo (il 6 maggio), a quello e a quello soltanto si sottometterà. Ma tanto vale almeno comandare l’onda e così lo farà a modo suo.
Dopo alcuni tentativi di deviare e iniziare nuovi mondi, spinto dall’attenzione dei bambini e stimolato dal bisogno di denaro (fame e fama a braccetto), innesterà piani sovrapposti d’utopica, strabica fantasia, conducendo, tra i confini del regno incantato da lui stesso creato, altri spunti, tanto concreti e storici, quanto fantasiosi.

Che cosa c’è di più American Dream di questo?
Riuscirà, lui, in un’impresa cui hanno fallito tanti.
Sarà il creatore del più celebre racconto americano per bambini, ordendo, passo per passo, una forma fantastica specificamente a stelle e strisce.
E dopo le mirabili voci di Peter Pan, Alice, personaggi che non usciranno mai dall’immaginario, tanto meno di chi ha l’inglese come lingua madre, ecco che svetta nel giardino delle Esperidi infantile un autentico genere fantastico d’oltreoceano.
Nessuna soccombenza più, nemmeno nell’immaginazione, al vecchio regno.

S’appresta a penetrare la coltre dei sogni e desideri una Dorothy reale e pragmatica con le sue scarpette rosse che solo la forza devastante d’un ciclone poteva condurre nel cuore d’un regno inventato, dove pure, grazie al suo buon senso e alla pratica azione, saprà farsi Principessa, sconfiggendo streghe, rassicurando leoni, nobilitando omini di latta, spaventapasseri e così imbastendo una nuova mitologia.

Fenomeno Pop?
Narrativa di Serie B?
Diseducativa amorale fiaba senza ideali ed eroi?
Il Mago di Oz fa cadere gli altarini, e accende il Puritanesimo a stelle e strisce. Infatti, nonostante il successo immediato dei numeri, e la sete indomabile di nuovi dettagli che fa fremere il piccolo (in senso di età) popolo dei lettori, i detrattori non mancano.

Critici letterari in primis, che snobbano Oz perché, a loro dire, poco elevato. I puritani contestano una mancanza di guida spirituale, l’esaltazione di una qualche mollezza codarda, l’inservibile ruolo dell’utopia pasticciata in salsa animalista e animistica (oggetti e cose, come bestie e materia parlano, ragionano, discorrono).
E poi c’è il fronte accanito dei bibliotecari. Già, loro, che devono scegliere, scartano i titoli di Baum. Non li vogliono, li combattono.

Non basta, però, ad arrestare l’ascesa d’un genere e d’un meccanismo.
Il Mago di Oz incanta e persuade, fa sorridere e domandare.
Domandare, quanto meno agli adulti, nell’infinita radiografia delle pagine: ma che cosa mai c’è dietro? Dietro al velo, alle ombre, alle invenzioni?

Certamente c’è Baum, che s’è messo in gioco senza risparmiarsi. Che assorbe, scandaglia, prende, usa, distorce.
Attinge dal reale per creare il fantastico e s’avvede, d’un tratto, però, anche, che il fantastico ha preso in scacco il suo, di mondo, e appunto il confine non ha nessuno spessore.
Così lui, genero di una delle più famose suffragette nonché femministe americane, sedotto dalla grandezza della Chicago World’s Fair che il 1° maggio 1893 apre i battenti e sancirà 27 milioni di visitatori, intreccia alti ideali e dettagli scintillanti. Apprende ogni caratteristica della Città Bianca, inaugurata alla fiera e ne farà lo scenario per la sua Città di Smeraldo.

Comporrà ostili differenze e ingenue capitolazioni.
Mischierà, cadrà anche in apparenti contraddizioni che pure nel regno del fantastico non si risolvono in un fallimento, semmai in una nuova logica e spinta per procedere oltre.
Non solo: il Mondo di Oz è pieno di femmine, eroine coraggiose, tutte assai più capaci dei maschi. E soprattutto, ribelli e determinate, faranno scolorare il potere modello macho man, ridicolizzandolo.
Ma più che con un Baum femminista sembra di avere a che fare con un attento osservatore del reale, di ciò che accade lì, fuori, nelle strade, e d’un artefice paziente quanto minuzioso della trasposizione di questo nel suo regno, e dunque seguendo logiche e strategie, dettagli, colpi di testa, invenzioni assolutamente particolari.
A dimostrare insomma che la vera arma della fantasia non è nell’ignorare ciò che accade davvero, ma traslarne semi e forze, dopo un’accurata cernita, e quindi trasfigurarla secondo un capriccio serio serissimo come sanno testimoniarlo solo i piccoli, fedelissimi lettori.

Qualche intoppo , nondimeno, si verifica.
In Italia, per esempio, Il meraviglioso Mago di Oz “sbarca” (appena prima degli Alleati) nel 1944. Sarà però solo con gli anni settanta che affermerà il suo potere d’influenza, grazie ad un susseguirsi di traduzioni. Eppure non ci si discosterà dal primo.
Per il pubblico italiano Oz è un libro e un libro soltanto.
Né è stata necessaria alcuna censura o un’attività caparbia di blocco da parte delle biblioteche, com’è accaduto invece in USA.
Gli altri tredici volumi della saga non sono arrivati, o meglio si tentò con tre, ma il fuoco fatuo si spense prima ancora di mandare una misera scintilla. Un vuoto che ha indotto i pochi curiosi che si sono addentrati a interrogarsi sulla ragione a rispondersi che si sarà trattato di un sequel di tono minore.

Niente affatto.
Perché nelle pagine che seguono al primo volume, le invenzioni sono incantevoli. Dal Libro della Storia, fatto di pagine bianche che si scrivono contemporaneamente all’accadere degli eventi nel mondo reale, all’Orecchio della Montagna, che capta i segnali della catastrofe imminente, sia Borges che Orwell che gli scienziati all’avanguardia avrebbero di che gioire.
E poi chi non se li è trovati addosso, almeno una volta, gli occhiali verdi che filtrano la realtà per volere del più cialtrone dei maghi impostori del mondo o quelle scarpette rosse che Judy Garland, vestendo i panni di Dorothy, rese mitiche, nel film del 1939, con la regia del celebre Victor Flemming, che quello stesso anno firmò il colossal campione d’incassi Via col vento?
Né si commetta l’errore di credere che abbiano perso la loro funzione. Sono necessari, invece, per arrivare, magari zoppicando, oppressi da un attacco di vigliaccheria o dal terrore di non sapere amare, là, Somewhere over the rainbow. Basta non smettere di cercare.

 

Silvia Andreoli

One Reply to “IL MAGO DI OZ fame & fama”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *