IL GRANDE TORINO Fu vera gloria?

«Si potrebbe andare a Milano».
Ah, se lo avessero fatto! Si riscriverebbe la storia. E che storia! Quella del nostro calcio, ma anche quella della società italiana, appena uscita dal fascismo e dalla guerra.
Era il 1949, l’Italia arrancava con buona volontà per ricostruire città ridotte a macerie. Di boom economico neanche l’ombra. Si emigrava: Svizzera, Germania Ovest, Sudamerica e soprattutto Belgio. Quelli che rimanevano si consolavano di domenica, prima a messa, o nelle sedi di partito, poi con la partita di calcio.

L’anno prima, il 1948, i tifosi finirono in un film, uno sciame che andava allo stadio per un Roma-Modena che non entrò di certo nella storia. Il film invece sì, eccome! Era Ladri di biciclette. L’Italia sportiva era roba di guelfi e ghibellini: o Coppi o Bartali in bici, o Consolini o Tosi nel lancio del disco, sempre meglio di quel passato orrendo in cui l’alternativa fu o Roma o morte.

Ma il Torino, il Grande Torino, una specie di armataa… piedi che trionfava ovunque, quello era di tutti, senza distinzioni. Nel 1947 il commissario tecnico Vittorio Pozzo decise di trasferirne addirittura dieci su undici in Nazionale, contro l’Ungheria, vincendo, ovviamente. Pozzo rinunciò a far giocare solo il portiere, per pudore, ma nessuno si sarebbe stupito se avesse messo in campo il Grande Torino per intero. Perché quello squadrone in maglia granata era la Nazionale di tutti, anche di chi non tifava.

«Atterriamo a Milano?». «No, dai, a Torino, abbiamo fretta».
Tutto si consuma tra il 27 febbraio e il 4 maggio 1949. La prima data è quella di una partita della Nazionale a Genova contro il Portogallo. I due capitani si conoscono e si stimano: il nostro è Valentino Mazzola, capitano anche del Torino, per i portoghesi è Francisco Ferreira, capitano anche del Benfica. Ferreira ha 30 anni, pensa di giocare gli ultimi spiccioli della sua vita, né migliore né peggiore di quella di molti suoi connazionali, nonostante la fama. Pochi soldi, qualche debito, e una proposta a Mazzola: «Il Torino è la squadra più forte e più celebre d’Europa; perché non venite a Lisbona per un’amichevole in cui io annuncerò che smetto?».

Mazzola accetta e parla al presidente del Torino, Ferruccio Novo, diventato anche commissario tecnico della Nazionale al posto di Pozzo, e organizza tutto col suo omologo del Benfica. Di malavoglia, però. C’è in ballo il campionato, il Toro può vincerlo per la quinta volta consecutiva, non ci si può distrarre con un’amichevole, pensa Novo. Ma ai suoi ragazzi non può dire di no, visti i risultati. E sia, si andrà a Lisbona ma a un patto: solo dopo la partita più importante della stagione, in trasferta contro l’Inter, che insegue il Torino a quattro punti di distanza.

Il 30 aprile si gioca Inter-Torino. Finisce 0-0 coi granata che s’accontentano di controllare la gara. Così, a quattro giornate dalla fine, il Toro ha quattro punti di vantaggio, sufficienti per potersi distrarre due o tre giorni a Lisbona con l’amico Ferreira.

Il 4 maggio, il giorno dopo l’amichevole che il Benfica vince 4-3, alle 9,40 un trimotore Fiat G212 della Ali, Avio Linee italiane, decolla. A bordo, 18 calciatori, 3 dirigenti, 2 allenatori, un massaggiatore, 3 giornalisti e 4 uomini dell’equipaggio. Nessuno può immaginare che al comando del velivolo c’è un signore dal cognome sinistro per la storia granata,il tenente colonnello Pierluigi Meroni, di 33 anni.
Alle 13 l’aereo atterra a Barcellona, e riparte alle 14,50. La rotta è quella che passa per Tolone, Nizza, Albenga, Savona, prima di arrivare a Torino.
Sole, bel tempo e visibilità ottima fino a Savona, a mezz’ora dalla fine del viaggio.

Poi Torino comunica che lì la situazione va peggiorando sempre più. Piove, con vento di libeccio e nebbia, 40 metri di visibilità, le nubi arrivano fin quasi a terra. Sono le 16,55. Passano ben quattro minuti prima della risposta di Meroni. Dice che l’aereo è quasi a Pino Torinese, poi devierà su Superga e infine atterrerà a Torino. Nove chilometri soltanto.
Il resto è noto.

L’aereo non si trova a 2.000 metrima all’altezza del terrapieno posteriore della basilica di Superga, 600 metri circa, dove si schianta a 180 chilometri orari. Alle 17,05 la torre di controllo chiama invano. A riconoscere i corpi di chi è morto viene chiamato proprio Vittorio Pozzo, che si precipita a Superga e riesce da un anello, un portafogli, un documento bruciacchiato, una foto di un bambino, a chiamare per l’ultima volta i suoi ragazzi per nome e cognome, uno dopo l’altro.

Il lutto è di tutti e ai funerali dei campioni accorre poco meno di un milione di persone.
La Federcalcio assegna lo scudetto a tavolino al Toro anche se mancano ancora quattro giornate alla fine del campionato. Il Torino giocherà con la squadra ragazzi. Le avversarie, Fiorentina, Genoa, Sampdoria e Palermo, decidono immediatamente di fare lo stesso. Il Torino vince tutte e quattro le gare e finisce il torneo guadagnando un altro punto sull’Inter, seconda a cinque lunghezze.

Fu vera gloria quella del Grande Torino?Davvero era la squadra più forte del mondo?
Allora non esistevano tornei internazionali per club ma quasi tutti i tecnici sono convinti della forza di quella squadra. E i numeri lo confermano: dal 1943 al 1949, gli anni dei cinque scudetti consecutivi, il Grande Torino giocò 186 partite di campionato con soli 38 giocatori a cui si aggiunsero gli 11 ragazzi del dopo Superga, vincendo 132 gare, con 32 pareggi e 22 sconfitte, segnando 483 gol e subendone 165.

Il Toro non faceva sconti ad alcuno: cinque reti alla Juventus, cinque a Fiorentina, Inter, Bologna e Lazio, sei a Milan e Genoa, sette addirittura al Napoli e alla Roma, in una partita rimasta celebre. Era il 1948 e la Roma lottava per salvarsi mentre il Toro strabiliava per la facilità con cui trionfava. Ma quel giorno a Roma i granata non sembravano in vena e la Roma andò in vantaggio nell’ultimo quarto d’ora del primo tempo. Non si sveglia il leone che sonnecchia! All’inizio del secondo tempo la tempesta s’abbatte sulla Roma: tre gol in quattro minuti, un altro dopo dieci minuti dal terzo per finire con altre tre reti in cinque minuti! Questo era il Torino, che ancora oggi detiene dieci record di campionato, tra cui quello del maggior differenziale tra due squadre: 10-0 all’Alessandria, in una partita di quel 1948 in cui il Toro vinse il campionato con 16 punti di vantaggio, segnando 125 gol in 40 partite.

Atterriamo a Milano? Non se ne parla, andiamo a Torino.
Molti si chiesero perché l’aereo da Savona puntò dritto verso Torino, nonostante le condizioni sfavorevoli anziché dirigersi a Milano, città con minori problemi meteo. Cosa accadde nei quattro minuti di silenzio tra la torre di Torino e la risposta di Meroni?

C’è una vecchia storia in proposito che risponderebbe alla domanda. Una storia verosimile pur senza prove, ma che perfino Gianni Brera raccontò pubblicamente. La vicenda sarebbe questa: di fronte alla domanda su dove atterrare, i giocatori imposero Torino perché a Milano c’era da passare la dogana, che invece nel capoluogo piemontese si sarebbe evitata, come già capitato in altre trasferte. Maliziosamente e perfidamente, dunque, si potrebbe dedurne che i giocatori tornavano dall’estero con qualcosa che alla dogana sarebbe stato difficile o impossibile da far passarementre a Torino, complice la notorietà e perché no, un pizzico di tifo per quei divi del pallone, si chiudeva un occhio su certi traffici non propriamente in linea con direttive, regole e leggi.

Vero o meno, resta la leggenda del Grande Torino, di quegli undici che stravincevano passando come un tornadosulle altre squadre: Bacigalupo, Aldo Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola, e dei loro compagni, Dino Ballarin, Operto, Martelli, Fadini, Bongiorni, Schubert e Grava.
Atterriamo a Milano? Nemmeno per sogno.

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