IL GATTOPARDO lezione d’amore


È così ogni volta che finisci un libro che illumina quel che ti circonda, che fa chiaro quel che hai dentro, che ti avverte su quello che vivrai, che ti alza uno specchio davanti al viso. Quando finisci di leggere le ultime parole, “Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida”, lo metti in uno degli scaffali difficili della libreria, non che si possa leggerne il titolo. A potersi vedere solo la somma del colore dello spessore di pagina dietro pagina. Confondendosi. Per nasconderlo a te, e agli altri, perché è tuo, parte di te, segreto tuo, tuo genoma.

E ti scordi di dove sia. Come volevi. Così gli anni passano e ci sono cose della vita, che nel frattempo è una cesta immensa di panni sporchi e di lenzuola linde; ci sono cose che ti suggeriscono di tornare a quel libro, di rileggerlo, perché ci sono cose, ripeto, che questa volta sentirai maledettamente lontane, e cose inevitabilmente più vicine. Lo cerchi, allora, e non lo trovi. La tua gelosia guidò bene le mani, il libro non si trova. Fu ben fatto. Ricordi la copertina, anche il profumo di quelle pagine, ricordi anche i segni tracciati a margine dei passaggi che tu sottolineavi a te. Ricordi in quante sere lo leggesti e dove lo sfogliasti. Ricordi la luce della finestra e quella del lume dello scrittoio. Ma ora non si trova. Sai che avrai gli occhi, la malinconia e la serenità delle solitudini del Principe, ma vuoi rileggerlo lo stesso. Tancredi sarà lontano, lontana Angelica.
Lo cerchi perché la notizia è che Il Gattopardo, libro e poi film, presto sarà una serie televisiva. Non mi sono mai piaciuti i voli arditi ed estremi. Anche, e soprattutto, quando si pensano queste operazioni. Nelle mie cose, stento sempre a pensare di cambiare una vecchia poltrona, mi crea disagio un paio di scarpe nuove. Provo lo stesso all’idea che quel libro, quel film siano altro, immagini altre sovrapposte alle immagini che il libro e Visconti ti hanno tatuato addosso. Frasi finte dove erano condivisioni.
“Buongiorno, vorrei un’edizione economica del Gattopardo…”. Eccola, quella dell’Universale Economica Feltrinelli, 9 euro e cinquanta.
“Ecco, si…Grazie…No, va bene così, non c’è bisogno della busta… Grazie.”
“Maggio 1860. Nunc et in hora mortis nostre. Amen”. Appena l’inizio, e c’è tutto.
Le forme della vita e l’inevitabile morte, che riesci a percepire quasi che sia pulviscolo che galleggia nel taglio della luce che entra dal balcone, insinuandosi nelle pieghe della pesante tenda. La vita, già tra le prime parole, nella “biondona, svagata in chissà quali sogni”, nelle sottane, nelle nudità mitologiche e nelle mattonelle dal fondo latteo. E poi, il soccorso di un bacio.
“L’amore. Certo, l’amore. Fuoco e fiamme per un anno, cenere per trenta. Lo sapeva lui che cos’era l’amore”. Il principe Salina certo che lo sapeva cos’era l’amore. Visto e vissuto tante e tante volte, da giovane. Lui che dalla cenere di un matrimonio senza piaceri guardava Angelica ma cominciava a dialogare con la morte. Strofinio di gonne e di sottane da un salone all’altro, sudore dolce e intenso sotto il carrubo, seni coperti da pudore e spudorati, il proprio corpo giovane su cui avevano giocato e scivolato gli occhi ridenti di lei, di lei e di lei. Tutti a tornare, insieme e nello stesso momento, ormai dolorosi stiletti, in Angelica che irrompe al ballo. Nei suoi occhi, nel malizioso o innocente labbro che si morde. Somma di tutte le bellezze conosciute e delle tante altre che mai aveva conosciuto, che tanto meno avrebbe mai incrociato. Bellezza che appariva lontana, di là del fiume, col Principe nella sponda senza vegetazione, con lei nel gioco dei meandri dell’agrumeto, con un Tancredi tale e quale il Principe perduto, cancellato dal tempo, scurito dalla cenere.
“L’attimo durò cinque minuti; poi la porta si aprì ed entrò Angelica. La prima impressione fu di abbagliata sorpresa… Sotto l’impeto della sua bellezza gli uomini rimasero incapaci di notare, analizzandoli, i non pochi difetti che questa bellezza aveva; molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono mai capaci”.

Angelica è la vita che entra in luoghi dove già si comincia a tessere un rapporto d’amore con un’altra donna, diversa, l’ultima che diverrà la prima di altro che non si conosce.
“O stella, o fedele stella, quando ti deciderai a darmi un appuntamento meno effimero, lontano da tutto, nella tua regione di perenne certezza?”.
In attesa di quell’appuntamento, un ballo con Angelica, un ballo che si vorrebbe non finisse mai.
Io ero Tancredi, più del mio Tancredi, avrà pensato il Principe. Smesso il ballo, dalla cenere all’appuntamento con la stella il passo è un altro passo di danza.

“Io penso spesso alla morte – confessa il Principe all’esplosione di vita che sono Angelica e Tancredi – Vedi, l’idea non mi spaventa certo. Voi giovani queste cose non le potete capire, perché per voi la morte non esiste, è qualcosa ad uso degli altri”. Si, perché “la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana”.

Principe…Principe…le donne…Eccone un’altra, forse la più bella, oblio su ogni altro ricordo.
Eccola, si fa largo, è giovane, snella, “con un vestito marrone da viaggio ad ampia tournure, con un cappellino di paglia ornato da un velo a pallottoline che non riusciva a nascondere la maliosa avvenenza del volto”. Guanti di camoscio si avvicina, facendosi strada, scusandosi.
Eccola, era lei. “Strano che così giovane si fosse arresa a lui”.
C’è un treno che parte, treno che non si perde.
“Giunta faccia a faccia con lui, sollevò il velo e così, pudica ma pronta ad essere posseduta, gli apparve più bella di come mai l’avesse intravista negli stellari”. Gli occhi non erano maliziosi, pensò, e non morde maliziosamente il labbro di giù. Il mare non era vicino, anzi. Ma ultimamente gli era arrivato alle orecchie, onde che fragorosamente sculacciavano gli scogli. Incessantemente. Ma all’improvviso “il fragore del mare si placò del tutto”.
Principe mio, questa volta non la ficcherò nella fila seconda dello scaffale in alto, remoto.
Starà qui, mi terrà compagnia. Le offrirò una pasta di mandorla del monastero di Palma di Montechiaro e un bicchierino di vino dolce. E l’ascolterò. Le chiederò di raccontarmi, di dirmi della bella signora col cappellino di paglia.

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