HUMPHREY BOGART vita di un signor nessuno


humphrey bogartChe peccato! E pensare che sarebbe potuto essere un signor nessuno, uno qualunque, di quelli che quando ce l’hai davanti c’inciampi addosso: «Scusi, sa, non l’avevo notata». Possedeva tutte le doti per non sfondare: basso e tracagnotto, tarchiatello, con mani e faccia enormi rispetto al corpo, stempiato anzitempo, perfino una cicatrice sul labbro superiore che, modificandoglielo, rendeva il sorriso pari a un ghigno. E la voce? Uh, quella, così nasale, che fastidio!

E invece, guarda un po’ come t’imbroglia il talento. A un corpo così è bastato aggiungere una sigaretta fra le labbra: et voilà, mister, che ne dice? Ma sì, mi voglio rovinare: indossi un trench, aggiunga un Borsalino e vedrà che figurone… Trasformazione simile a quella che da un qualsiasi Clark Kent porta a Superman. Da Brutto Anatroccolo a Humphrey Bogart, anzi Bogey, per sempre.

Eppure a Hollywood i divi non mancavano di certo, ma lui se li è “pappati” alla grande. Nessuno è stato amato, invidiato, imitato e ammirato come Humphrey Bogart, perfino dagli uomini, il che è tutto dire. Non aveva lo spessore macho di un John Wayne, ma regalava senso di protezione a ogni gesto. Né possedeva la fisicità ginnica di un Errol Flynn, tutto cappa e spada, ma col revolver tra le mani il tifo era per Bogey.

Niente a che vedere con la flemma british di Cary Grant o con la sfacciataggine marpiona di Clark Gable, eppure era capace di far rimanere il pubblico col fiato sospeso. Chiunque pensava, guardandolo in uno dei suoi 75 film (né tanti né pochi, rieccolo, il finto signor nessuno): «Zitti, voglio vedere come va a finire». E giù a tifare per lui, eroe comunque.

Raramente un attore è riuscito a smettere certi panni per passare dalla parte opposta con uguale attendibilità: per anni gangster senza scrupoli, poi investigatore privato; detective o ufficiale di controspionaggio; comandante di carri armati o paracadutista; pittore uxoricida oppure evaso dal carcere per scovare chi ha ucciso sua moglie; scrittore isterico o giornalista partigiano.

Bogart non s’è fatto mancare nulla nel campionario di ruoli che altri divi rifiutavano timorosi: «Che dirà il pubblico?». Lui no, adelante senza giudizio, passione e costanza, studio e caparbietà. Forse anche un pizzico di cinica indifferenza, ben sapendo che un attore indossa i panni di chi non esiste.

Ecco allora che a Bogey sono state permesse anche apparenti stravaganze: ve lo vedete nei panni di un regista in disgrazia? Be’, lo è stato (La contessa scalza). Direttore di un giornale? Sì, eccome: «È la stampa bellezza, e non puoi farci niente» (L’ultima minaccia). Sostituto procuratore distrettuale? Oh yeah (La città è salva). E chi dimentica il disoccupato alla ricerca smodata della ricchezza? Quello è uno dei capolavori del suo amico John Huston, Il tesoro della Sierra Madre.

Fu perfino direttore di un’arena ambulante (Il circo insanguinato); in un western lo fanno recitare con un paio d’insulsi baffetti da dimenticare (Carovana d’eroi). E, per non farsi mancare nulla, è stato anche un vampiro alla ricerca della ragazza cui suggere voluttuosamente sangue, con tanto di frezza bianca tra i capelli e un paio di occhialini tondi che fanno tanto professorone (Il ritorno del dottor X).

Ma, alla fine, uno si chiede: Sam Spade o Philip Marlowe? Roy o Rick? Meglio il gangster dai capelli un po’ imbiancati o l’imbrillantinato proprietario del locale notturno più malfrequentato a Casablanca? Ognuno scelga per sé, direbbe Bogey, ancora celebrato in questo fine 2017 proprio per il compleanno di quella che doveva essere solo una pellicola di propaganda e invece è finita tra i capolavori involontari di Hollywood.

Casablanca compie 75 anni e tutti continuiamo ad andare da Rick: chi per sentire una Marsigliese che riempie di commozione indignata, chi per illudersi che stavolta l’amore tra Rick e Ilsa trionferà, chi per sognare quel bacio impossibile e trasgressivo tra lui e il capitano Renault. E chi, solo per ascoltare l’implorante richiamo di Ilsa-Ingrid Bergman: «Play it, Sam. Play As Time Goes By».

E, a proposito di attrici, un po’ tutte facevano a gara per portarsi Bogey… no, che pensate, sciagurati: sul set, intendevo. Dalla Bergman a Ida Lupino, da Ann Sheridan a Bette Davis, da Ava Gardner a Barbara Stanwick, da Catharine Hepburn, in un incantevole duetto ne La regina d’Africa, all’altra Hepburn, in quel Sabrina che ha divertito il mondo e molto meno il set.

Fu una pessima esperienza: Humphrey riteneva Audrey un’incapace (e all’epoca non aveva torto) e diceva peste e corna di William Holden. Quest’ultimo, offeso, minacciò di ucciderlo. Il grande Billy Wilder ammise, spaventato, che il belloccio lo avrebbe ammazzato davvero se non fosse intervenuto personalmente a placarne le ire.

Ma a Bogart si perdona tutto, vero? Pure i tormentati e catastrofici primi tre matrimoni, dimenticati per bravura degli agenti dell’attore e soprattutto perché accanto a lui s’insinua la bella-brava-intelligente-tosta, quella che sa come domare le intemperanze di Humphrey: Lauren Bacall, ultima moglie e complice fino alla morte per cancro, a 57 anni, del divo che fece di un cappello e un impermeabile un logo personale.

Se ognuno ha i suoi pezzetti di Bogart nel cuore, a me piace ricordarlo per come recita in due film: con le mani e con… la pancia. Il suo Sam Spade de Il mistero del falco entra in una camera d’hotel dove il farabutto di turno, assecondato da buttafuori con le pistole in mano, potrebbe ucciderlo. Giaculatoria arrogante di Sam-Bogey che poi volta le spalle ai nemici e coraggiosamente se ne va sbattendo la porta. Uscito, ride della guasconata ma quando si guarda la mano questa trema come una foglia.

Mentre il Charlie-Humphrey de La regina d’Africa scandalizza Hepburn durante il rituale tè del pomeriggio. Dalla sua pancia, in effetti, escono antipatici brontolii che suscitano sconcerto nella dama di buone maniere e inducono a un innocente sorriso lui e il pubblico. Sarebbe il caso di affermare, con perfidia, che Bogart reciti di corpo. Invece, per quel ruolo vinse l’Oscar. L’unico, anche se è difficile crederlo, vero?

Manuel Gandin

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