Se Harold Pinter avesse pubblicato The Room, The dumb waiter e The birthday party a marzo 2020 invece che nel 1957 sarebbe stato definito un neo-neorealista, l’autore che meglio ha raccontato le paure di oggi, la minaccia che viene da fuori e l’isolamento che, per necessità (e per decreto ministeriale) ne consegue. Nessuno lo avrebbe mai eletto uno dei principali esponenti del teatro dell’assurdo, perché non può esserci assurdo quando un’intera società lo vive ogni giorno. È la realtà, e come tale va mostrata. E oggi, che ci piaccia o meno, che lo sappiamo o no, siamo tutti personaggi pinteriani chiusi in una o più stanze.

Come ci si sente chiusi in una stanza?

Sì, lo sappiamo bene, possiamo dirlo anche noi, perché lo abbiamo scoperto sulla nostra pelle (e chi non vive in una casa grande con terrazzo o giardino di più). Ma l’inaffondabile Pinter ce l’ha raccontato prima e meglio; in tempi non sospetti, anticipando quella sensazione di minaccia senza volto che può venire dal mondo esterno.
Una minaccia talmente infida da farci preferire l’illusione di sentirci più sicuri, e paradossalmente più felici, chiusi nelle nostre quattro mura.

Le prime tre commedie di Harold Pinter sono state definite le “commedie di minaccia “

Il pericolo è fuori, ed è sempre lì in agguato, pronto a distruggere la pseudo-sicurezza che viviamo nella nostra “stanza” o nelle nostre “case”.

Nella sua prima opera teatrale, The Room, Rosie e Bert costruiscono un muro di parole, nel loro rapporto di coppia. Lei, moglie ossessiva e premurosa, ripete sempre le stesse cose, quasi a volere continue conferme.
Lui, marito assente ed immerso solo nella lettura del quotidiano, risponde a malapena alle sue battute.
Una forma di non comunicazione, cara a Pinter e a tutti gli esponenti del teatro dell’assurdo, perché il parlare di Rosie è in fondo solo un monologo, e il silenzio di Bert è invece una potente, assurda, una forma di comunicazione.

Fiume di parole e silenzio rappresentano una nuova forma di comunicazione nel teatro dell’assurdo e i personaggi pinteriani restano intrappolati nelle loro stanze per paura di uscire e d’incontrare la “minaccia” che potrebbe turbare il loro status quo. Anche le mille, ridondanti parole di Rosie sono una barriera al mondo esterno, tirata su per non permettergli di entrare sotto nessuna forma.

Ma la minaccia arriva.

E in The Room si presenta alla porta della loro casa nelle sembianze di uno strano personaggio, Mr Kidd, che afferma di avere sempre abitato nella stanza occupata ora da Rosie e Bert. Una stanza confortevole e ben riscaldata, che Rosie ama e non vuole perdere, ma ecco che la minaccia comincia ad avere il suo effetto devastante sulla sua psiche. La minaccia tornerà sotto altre spoglie, un certo Riley, un uomo di colore che appartiene al passato, e li devasterà ancora di più, distruggendo completamente il loro già precario equilibrio mentale e l’illusione della pace e della serenità che quella semplice stanza rappresenta.

La stanza: un simbolo potente della solitudine umana, dell’isolamento, della protezione dal mondo esterno.

Poca importanza ha se quell’uomo dice la verità o no, se uno dei due personaggi ha un passato da nascondere o meno, se il nuovo uomo è un intruso violento o un pacifico vicino, o se addirittura il nuovo arrivato è una proiezione della mente dei personaggi, ciò che conta è l’effetto cha la minaccia ha avuto su di loro.

Nel caso di The dumb waiter la “stanza” è uno scantinato.

Qui Ben e Gus sono chiusi e aspettano ordini da un misterioso “calapranzi” di un ristorante, che consegna loro messaggi assurdi. Sappiamo solo che lavorano per una misteriosa organizzazione. Come tutti i personaggi pinteriani non sanno bene perché sono lì né chi arriverà, sentono solo che la minaccia incombe e infatti arriva, ed è un killer.

Stanley, il protagonista di The birthday party invece è un outsider, un musicista disoccupato che vive in una pensione gestita da due anziani. Mentre attende una collocazione nella società che non arriverà mai, due misteriosi personaggi appartenenti al suo passato vengono a prelevarlo per portarlo fuori dalla sua stanza proprio nel giorno del suo compleanno.

Rosie la logorroica, Bert l’asociale, i due gangsters Ben e Gus, lo psicopatico Stanley… potenti e inaffondabili metafore della condizione umana. Fino a ieri.

Oggi siamo un po’ tutti Rosie, Burt, Ben, Gus.

O meglio, forse è proprio qualcosa di loro che si è insinuato (risvegliato?) anche in noi, e nelle nostre vite.
Abbiamo una minaccia all’uscio e, se non alziamo muri di parole vuote o fogli di giornale per difenderci, indossiamo mascherine per proteggerci e diffidiamo di chiunque incontriamo per strada, lo temiamo, lo evitiamo.

Che succederà quando usciremo dal nostro guscio, vedremo sempre una minaccia nell’altro? O scopriremo che la minaccia è in noi stessi? Perché è questo che accade nelle opere successive di Harold Pinter. Alle “commedie di minaccia” della prima fase, seguiranno quelle guidate dall’idea di minaccia interiore che è in ognuno di noi.

Caro Harold, avresti mai immaginato che la tua minaccia del mondo esterno prendesse la forma di un virus?

E che le paure esistenziali dei tuoi Rosie e Bert, di Ben e Gus, di Stanley potessero concretizzarsi oggi, per noi, nella paura del solo contatto fisico con gli altri?

 

 

La realtà super sempre la fantasia, ma solo la grande letteratura sa raccontare la vita.

 

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