MOLLY BROWN
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Immaginati

GULLIVER molto meglio (di) un selfie


gulliverPer una volta (e non è la sola), l’arretratezza tecnologica ci ha salvati. Perché, se Gulliver avesse avuto un  iPhone, ogni cosa si sarebbe sciupata.

Quello che più ammanta di fascino quei viaggi che portano il suo nome è la descrizione non tanto di quello che attorno si muove e si avvicenda, quanto piuttosto la sensazione – perfettamente restituita – delle emozioni, straniamenti, incredulità che il “nostro” prova.

Quando l’occhio non vede, la penna s’ingegna, e la parola può quello che soltanto l’immaginazione sa fare.  E i risultati sono spettacolari.

Insomma, se l’istantanea di una Lilliput (prima tappa), o di un impronunciabile regno di Brobdingnag (seconda), Laputa (terza) o del paese degli Houyhnhnm (quarta e ultima) si sarebbe forse giovato di una camera ad alta risoluzione con tanto di mela mangiucchiata, noi saremmo invece rimasti orfani di quell’insieme di stupore, indignazione, straniamento e rassegnazione, che accompagna il più grande (per percezione fisica) e goffo eroe di tutti i mari immaginari: l’(allora) sconosciuto capitano Lemuel Gulliver, gran viaggiatore che divulga le sue scoperte geografiche “per il progresso dell’umanità”.

È il 1726.

Londra.

L’imperialismo riempie il cuore e le tasche di molti sudditi e della Corona. Altri sono stati inviati nelle famose galere in terre inimmaginabili. Meglio fuori dalle prigioni e ben venga l’avventura.

Così in quel 1726 quando l’esimio, coltissimo, scapolo impenitente e presto folle Jonathan Swift dà alle stampe il romanzo in apparenza marinaresco che ha scritto, sceglie di farlo firmare direttamente dal personaggio, quel Gulliver un po’ caricaturale, che segna le sorti di se stesso.

Non dice, però, Swift che l’impresa che affibbia al suo eroe è pazza quanto quella dell’avo Don Chisciotte (le parentele letterarie sono mirabili). Non sono soli. Dentro “respirano” nientemeno che i racconti paradossali di Luciano di Samosata, l’Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam, l’Utopia di Thomas More, La vie de Gargantua et de Pantagruel di Rabelais e le fantasie filosofiche di Cyrano de Bergerac.

Sotto le spoglie di un apparente personaggio della letteratura per l’infanzia, ancora una volta s’erge invece un complesso, macchinosissimo pensiero filosofico dalla riflessione profonda e arguta, quel rovello inevitabile per una speculazione di piena era del positivismo scientifico, ovvero quale ruolo abbia l’uomo nell’universo mondo, e soprattutto come si sappia relazionare agli altri (esseri, uguali o differenti).

E il gioco delle maschere, delle specchi, della finzione nella finzione così ha inizio per non incagliare mai nella parola fine.

Non un affresco ne risalta, semmai un infinito cadere dentro il gorgo incomprensibile, o spesso inaccettabile, d’una miopia che è cifra esistenziale. Né rilevano forme, luoghi, distanze, dimensioni. L’uomo al centro del mondo finisce per scontrarsi con la prigione più stretta e familiare: se stesso.

Swift graffia, incide, deride.

Lui che odia l’ipocrisia della famiglia, che detesta i bambini, lui che s’approvvigiona tra le righe più complesse dei sommi filosofi, tratteggia sulla mappa un arcipelago immaginario di quattro regni incomprensibili, dove le regole sono tra loro inconciliabili, ma ciascuno ha in sé la presunzione d’essere non solo irreprensibile, e giusto, persino “il solo” possibile.

E una cosa strana accade, anche tra i lettori.

Perché l’icona di Gulliver, che icona pop è più che mai, s’incista nell’immagine del gigante catturato, svenuto, sulla spiaggia, da un numero infinito di lillipuziani. Pochi associano invece la stessa sua figura a un minuscolo esserino, così come lo vedranno, nel suo secondo viaggio, su Brobdingnag.

Tesi. Antitesi. Ma non arriva la sintesi.

Perché il gioco, di Gulliver, diventa quello dei quattro cantoni.

Nessuna (a)simmetria da triangolo, scaleno, isoscele, o equilatero.

Semmai, piuttosto, un’infinita corsa all’indietro tra montagne di specchi strabici, e quell’unica certezza che accompagna l’eroe, assetato di viaggio e avventura, ovvero di misurare tutto, in senso proprio matematico, e raffrontare.

Così, ammette: «Indubbiamente i filosofi hanno ragione, quando ci dicono che nulla è grande o piccolo se non per via di comparazione. E invero non potrebbe la Fortuna trastullarsi, facendo scoprire ai Lillipuziani una nazione di gente tanto minuscola rispetto a loro, quanto lo erano essi rispetto a me? E chi sa che anche questa razza di mortali non sia parimenti sorpassata in qualche remota parte del mondo, da una popolazione di cui nulla ancora sappiamo?».

Ma la logica s’impantana nella mente chiusa, e restano soltanto i numeri a rassicurare, o forse a fare da testimoni. Numeri che impazziscono però, perché non hanno una “legenda” comune, e si attaccano sì a proporzioni, legami, ma quanto basta, al suddito di Sua Maestà la Corona d’Inghilterra, per osservare, criticare e infine affondare il coltello in quella sua terra d’origine, tracotante di certezze persino più degli sciocchi statisti delle isole balzane dov’è capitato.

Se bizzarra è la geografia, curiose le attitudini fisiche degli abitanti, tuttavia né i giochi d’intrigo, i pregiudizi, né le abiezioni morali cambiano. A rammentarci che ogni mondo è paese, e persino quello che inventiamo, se dentro ha uomini – giganteschi o minuscoli non cambia – ripeterà i soliti disastri epici e quotidiani.

Un po’ Sodoma e Gomorra, anche se ammantata d’esotico incedere e d’un umorismo sublime quant’è eccelsa la lingua usata.

Il mondo intero, anche nelle sue isole più inventate, è un grande, immenso manicomio. Qualcosa che ritornerà con Kafka, e Pirandello, con quelle intuizioni che hanno messo il segno e la firma a tutto il Novecento letterario. Ma che, nella letteratura fantastica, e inglese in particolare (non sarà un caso), dal Gulliver di Swift al Robinson Crusoe di Daniel Defoe (quasi coevo e simile nella struttura), all’Isola del Tesoro di Stevenson (senza dimenticare Lo strano caso di Dottor Jekyll e Mister Hyde) attraversando lo Specchio dell’Alice di Carroll, già aveva tracciato il solco e inciso un percorso obbligato e profetico. Ovunque si vada, comunque si scelga, è lì, a quell’uomo deforme, a quella perfezione leonardesca incrociata con il gobbo di Notre Dame e il Frankenstein di Mary Shelley, che per forza ci si deve confrontare.

Ma non tutti accettano la sfida.

Chiudono il libro alla FINE DELLA PRIMA PARTE. E si dilettano nel ricordare la pazzia in cui cadde l’autore, mitologia dentro la mitologia si mormora ora. E se è pur vero che Swift fu stremato dal tormento  della Sindrome di Menière, caratterizzata da acufene all’orecchio, vertigini e attacchi di sordità, e che offrì buona parte dei propri beni per fondare un manicomio a Dublino, la superstizione della realtà s’unì a quella suggestione del libro suo più famoso. E questo comprova magari quanto da Gulliver stesso riferito, ovvero che l’irrequietezza è fuoco di viaggio, dunque medicina, ma male al contempo, e quasi destino.

Tanto che a volte, per non incappare in quel mondo alla rovescia, che a ragione atterrisce, si sceglie di evitare l’eco-scandaglio d’un umano ombroso invincibile, e ci si appresta a stare, come su una nave Costa Crociere, o nel villaggio vacanza all inclusive, a filo d’acqua, sulla crosta, che sotto tanto non si vede, e il selfie con il lillipuzziano o il gigante è un vero capolavoro.

Postato su Instagram, questa volta per numero di visualizzazioni batterà tutti gli altri. Cheese!

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