GROCK lo svizzero che sapeva far ridere

«Ridi e saprai di più su te stesso», sosteneva il poeta latino Marziale. Anche Charles Adrien Wettach, in arte Grock, ne era convinto. Tanto che amava ripetere: «Un sorriso ben recitato può sostituire una lunga frase. Basta un unico movimento per scatenare l’entusiasmo». Concetto che suona curioso in bocca a uno che era nato in Svizzera (il 10 gennaio 1880). E che per di più era figlio di un orologiaio di nome Adolf. Costui però la sera lavorava in una birreria-cabaret di Bienne, nel Giura Bernese, dove pure il piccolo Adrien cominciò a esibirsi quando aveva solo sei anni suonando la fisarmonica. Fu proprio il padre, cultore d’atletismo e di acrobazia, che aveva fatto parte per brevissimo tempo del Circo Martinelli, a trasmettergli la passione per il circo.

 

A quattordici anni Adrien entra così nella carriera circense come illusionista, funambolo e uomo-serpente. Dopo qualche tempo abbandona l’ambiente e si dedica a vari mestieri, quindi espatria in Ungheria, dove insieme a un clown, chiamato Alfredo, forma il duo Alfredianos, ingaggiato per due anni dal circo Crateil. Adrien passa quindi in Francia, prima al circo Barracetta, poi,

come cassiere, al circo Nazionale Svizzero. Spesso in difficoltà, soffre la fame, dorme nel ripostiglio degli attrezzi, impara, con tenacia, tutto quanto può servirgli. Diventa maestro in ogni specialità della pista (contorsionismo, giocoleria, equilibrismo, acrobazia, equitazione) e si mette a suonare un numero sorprendente di strumenti: pianoforte, violino, clarinetto, sassofono, fisarmonica, trombone, xilofono. «Ma tutti male», si schermirà da vecchio.

 

La verità era che lui, da instancabile e puntiglioso perfezionista, ha continuato tutta la vita ad affinarsi fino a raggiungere una maestria senza pari: «Io sono il risultato di mezzo secolo di osservazione e di ostinazione, del desiderio di perfezionare ciò che era già perfetto. Sono convinto di esserci riuscito», ammise una volta colui che è ricordato come “il più grande clown del Ventesimo secolo”,

 

L’anno di svolta dell’uomo che riuscì a trasformare il suo breve nome d’arte in autentica leggenda fu il 1903, quando si mise in coppia con altro eccentrico musicista, Marius Galante, detto Brick subentrando al compagno Brock. Fu allora che, per diversificarsi, assunse il nome d’arte di Grock. Con il nuovo compagno si esibì per tre anni, in Francia, Belgio, Spagna, Turchia e Sudamerica. Poi nel 1907 fece coppia fissa con Antonet, debuttando a Marsiglia, presso il Circo Kayol, con la parodia musicale “Kubelik et Rubinstejn”. Separatosi nel 1913 anche da Antonet, si esibì a Londra e l’anno dopo persino a New York, al Riverside Theatre. Riapparve nel 1919 a Parigi, nientemeno che all’Olympia, dove il suo numero, che durava circa mezz’ora, ebbe un successo straordinario e lo consacrò “Re dei clown”. Tanto che potè finalmente affermare: « … Il mio nome di nascita non conta più. Io sono Grock. L’altro è il nome degli anni oscuri… ».

 

Da quel momento, fino al suo addio alle scene nel 1954, Grock è stato una vera e propria star internazionale. Ha fatto ridere re, regine, presidenti e tre generazioni di europei in tempi in cui non c’era molto da ridere. Ma a lui bastavano tre note su un piccolo violino seguite dal suo inimitabile «Sans blâââgue!» (“Senza scherzo”).

Una volta fu ingaggiato in esclusiva per uno spettacolo dal re d’Italia Vittorio Emanuele III, in occasione del compleanno del principino Umberto di Piemonte. «Signor Grock ora vi ho visto, sono incantato», commentò il re. Ne rimasero affascinati anche i viaggiatori americani, francesi, polacchi, tedeschi e ungheresi con lui accalcati su un treno per la Riviera ligure negli anni ’40. A ognuno di loro si rivolgeva nell’idioma natio. «Ma quante lingue parlate?». «Tutte», rispose.

Fu anche protagonista di tre film, Son premier film (1926), Grock presenta Grock (1931) e Arrivederci, signor Grock (1950). A lui, dicono, si è ispirato Charlie Chaplin per il suo Charlot e i due sicuramente si incontrarono durante uno spettacolo a Vevey, sul lago Lemano, nel 1953. 

E si dice pure che fu scritto in suo onore il monologo di Totò-pagliaccio nel film Il più comico spettacolo del mondo (1953).

 

Definito di volta in volta “shakespeariano”, “cartesiano”, “bergsoniano”, Grock ottenne anche la laurea in filosofia honoris causa dall’Università di Budapest, anche se lui scrisse: «Né l’arte, né la filosofia m’interessano. Io non sono un intellettuale: tutto quello che si dirà di me in questo senso è lusinghiero, ma falso».

 

Curioso è scoprire che Grock è legato a Imperia, luogo conosciuto per caso, facendo visita ai suoceri in villeggiatura nel 1920. Ne rimase così colpito da acquistare un terreno per farci costruire una casa: l’eclettica Villa Bianca che domina la collina di Oneglia e che divenne residenza stabile del clown fino alla sua morte, il 31 ottobre 1954. Un luogo davvero speciale, ora trasformato in museo «capace (come si legge nella guida “Forse non Tutti sanno che in Italia…” di Isa Grassano, Newton Compton editore, 2016) di lasciare a bocca aperta i più piccoli e di far tornare bambini anche gli adulti».

 

 

Per saperne di più:

http://www.museodelclown.it

http://www.grockland.ch

 

Marina Moioli

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