GIULIO ANDREOTTI Anatomia di Belzebù

 Lo chiamavano Belzebù ma lui – a quanto pare – non si offendeva più di tanto. Quello che invece gli diede sommamente fastidio fu il ritrattino confezionato da Paolo Sorrentino con il film “Il Divo”, incentrato sulla sua vita e l’ascesa a personaggio chiave della politica italiana.

«Cattivo, maligno, una mascalzonata, che cercava di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto», lo bollò l’ex leader Dc. E a detta del figlio Stefano quella fu l’unica volta in cui vide suo padre andare su tutte le furie.

E anche l’unica in cui Andreotti venne meno alla sua proverbiale ironia. In realtà, chi lo conosceva bene giurava che “il divo” Giulio era l’esatto opposto di ciò che il film voleva far credere. Da politico navigato, si era sempre divertito alle gag di comici e imitatori (Alighiero Noschese in testa), lasciando correre su maldicenze e cattiverie varie. Non solo! Conservava anche gelosamente tutte le vignette che lo riguardavano. E lui stesso inventava battute fulminanti, come: «Il potere logora chi non ce l’ha» o «A parte le guerre puniche, perché ero troppo giovane, mi hanno attribuito veramente tutto». E perfino questa: «Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch’io un terrorista…».

Che indipendentemente dai giudizi politici e dalle ultime vicende giudiziarie da cui peraltro uscì senza macchia, la sua sia stata una vita straordinaria, vissuta sotto il segno di otto Papi, lo si capisce subito leggendo alcune note autobiografiche: «Mia madre è rimasta vedova giovanissima. Con mio fratello maggiore e mia sorella più grande, che morì appena si iscrisse all’università, vivevamo presso una vecchissima zia, classe 1854, nella casa nella quale io sono nato (via dei Prefetti, 18, ndr). Appena presa la licenza liceale, fu doveroso per me non gravare più su mia madre, che con la sua piccola pensione aveva fatto miracoli per farci crescere, aiutata soltanto dalle borse di studio di orfani di guerra. Rinunciai, in fondo senza rimpianti eccessivi, a scegliere la facoltà di Medicina, che comportava la frequenza obbligatoria; mi iscrissi a Giurisprudenza e andai a lavorare come avventizio all’Amministrazione Finanziaria», confidò.
È a questo punto che Andreotti incontra Alcide De Gasperi, a cui sostenne più volte di dovere tutto. Un incontro che vale la scena di un film. De Gasperi lavorava alla Biblioteca Vaticana. Andreotti vi era andato a cercare testi sulla Marina Pontificia, cui stava dedicando la tesi di laurea. “Ma lei non ha proprio niente di meglio da fare?”, gli dice De Gasperi. “Io mi seccai un po’ – ha raccontato Andreotti – . Qualche giorno dopo mi chiama Giuseppe Spataro, che stava riorganizzando la Democrazia Cristiana, e ci ritrovo quel signore dei libri che mi dice: ‘Vieni a lavorare con noi’. Allora ho cominciato, e non era affatto nei miei programmi. Poi, si sa, la politica è una specie di macchina nella quale se uno entra non può più uscirne”.
Lo statista trentino infatti volle Andreotti con sé come sottosegretario alla Presidenza del consiglio per la sua ferrea memoria e l’indubbia capacità organizzativa. E da lì cominciò una lunga fetta di Storia italiana.

Sempre in Parlamento dal 1945, Andreotti ha dominato la scena politica degli ultimi cinquant’anni del XX secolo: sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, due volte delle Finanze, del Bilancio e dell’Industria, una volta ministro del Tesoro e una ministro dell’Interno. Su una cosa sono tutti d’accordo: che sia stato «il politico più pragmatico d’Italia, maestro di compromessi arditi, navigatore esperto di acque perigliose anche quando “amiche”. Nella sua lunga e onorabile carriera politica gli sfuggirono solo due traguardi; la segreteria democristiana, cui non aspirò per “insufficienza toracica”, come gli era capitato da giovane per evitare il servizio militare; la presidenza della Repubblica, cui teneva molto, che svanì a seguito della strage mafiosa di Capaci, che inopinatamente andò a beneficiare il “meno democristiano di tutti”, il calabro-novarese Oscar Luigi Scalfaro».

Ai giorni nostri, circondati come siamo da tanti “personaggini” della politica, ad un Personaggio come Andreotti va certamente riconosciuta l’aureola di statista. E siccome i corsi e i ricorsi della Storia non mentono mai, aumenta di anno in anno anche il numero dei suoi orfani. Quando morì però non mancarono giudizi anche taglienti. Come quello di Vittorio Feltri che scrisse: «Andreotti è stato il più grande dei mediocri politici della prima Repubblica. Aveva due pregi: era educato e non querelava i suoi detrattori». Di lui è stato detto che «quando faceva politica estera era sempre utile al Vaticano, spesso utile anche all’Italia». Andrea Riccardi lo ha definito «un cardinale esterno» e Giuliano Ferrara ne ha parlato «come una sorta di cittadino vaticano naturalizzato, o come un oriundo italiano con specchiata carriera ecclesiastica».
Lui, da divo malgré soi, sul letto di morte si concesse l’ultima battuta rispondendo a chi gli chiedeva come stava: «Sto maluccio»! Era il maggio del 2013. Ancora sei anni e avrebbe raggiunto il traguardo del secolo. E pensare che il medico militare del Celio, un certo Ricci, lo dichiarò non idoneo al corso allievi ufficiali per “oligoemia e deperimento organico”, diagnosticandogli sei mesi di vita. «Quando diventai ministro della Difesa lo chiamai per dirgli che ero ancora vivo, ma era morto lui!», raccontò a Oriana Fallaci. Un altro episodio memorabile di una vita da film.

Marina Moioli

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