GIOVANNI TESTORI ci vediamo al bar

(Se Testori e Kureishi s’incontrassero in un bar d’angolo, là, appena fuori il centro)

 

Pagine che scorrono. Sotto i piedi. Le ruote di una bici. Di uno scooter. È questo stesso gesto che si fa, con le periferie, in fondo: le si attraversa.

 

Oltre la coltre di nebbia, di cemento, stagliata su quel cielo blu che solo Milano accorda agli occhi in certe giornate capricciose, giunge una risposta alla domanda perentoria: che cos’è la periferia?

 

Ghetto?

 

Opposto di centro?

 

Corpo estraneo?

 

Città nella città?

 

Eterotopia (secondo Foucault)?

 

Non-luogo (Marc Augé)?

 

Forse tutto, e il suo contrario.

 

Ma, al di là di ogni stigmatizzazione tecnica, la periferia è romanzo.

 

Giovanni Testori se ne innamorò.

 

Lo fece a quel modo tutto suo, di perlustrare avanti e indietro i luoghi attraverso occhi e arroganze dei personaggi. Il Ponte della Ghisolfa, la via Mac Mahon, Roserio, Villapizzone.

 

Siamo negli anni Cinquanta. La guerra è alle spalle. La città cresce, erutta persino, come una fabbrica produce, si moltiplica per partenogenesi, si proietta verso una chimera che non sa neppure immaginare.

 

In periferia la geografia la scrive un’umanità variegata, differente, che della megalomania del centro riceve qualche eco, la polvere s’insinua sotterranea, lavora nel buio, in silenzio, e intanto segna quella specie di doppia anima che Milano si porta ancora addosso: centro e periferia.

 

Ricchezza e povertà? Innovazione e tradizione? Cultura e buonsenso?

 

Niente è davvero così semplice.

 

Colpevole, anzi, semplificare.

 

Lo urla Giovanni Testori, urla e dipinge, mentre le sue creature s’insediano nelle pagine e hanno la periferia come scenario, hanno la periferia nella pelle, nei gesti, nella rabbia, nella fame, ma anche in quella spavalderia che regalano l’età e la strafottenza di giocare il tutto per tutto, non avere nulla da perdere.

 

Ne esce un affresco nuovo, intrigante, e irresistibile.

 

Ma alcuni gridano allo scandalo.

 

È il 1960.

 

L’Arialda, testo teatrale, va alla gogna. Citazione in giudizio per l’autore e il suo editore. Sospeso lo spettacolo (nella messa in scena della Stoppa-Morelli), ritirato il libro.

 

Oscena, l’additano. Parla di omosessualità. Intrighi e malaffare di sentimenti nella periferia confusa.

 

Testori ne è persino ossessionato, da questa periferia dov’è nato. È sincera, dunque disarmante. Qui, d’un tratto, esplode. E ne emerge una sfaccettatura tanto più grande quanto maggiore è stata la spinta a nascondere.

 

E ora?

 

A guardarla nella sua attuale forma, che direbbe mai Testori di questa periferia che si sposta, si accentra, evolve, si chiude, scompare, ritorna, mutata e a volte identica?

 

Qualche anno fa una ricerca per “addetti ai lavori”, coordinato dall’Università Cattolica di Milano, decise di fotografare cinque aree della periferia milanese.

 

Il risultato, raccolto in un volume dal titolo intrigante Quartieri in bilico, si proponeva di fissare, con la marginale approssimazione connaturata a ogni indagine che tasti il polso delle realtà in fieri, lo stato dell’arte di quelle zone di Milano di cui ora parlano tutti, nei programmi politici, ma che rimanevano relegate, fino a un lustro fa (la pubblicazione è del 2009), al ruolo di laboratorio en plein air per sociologi professionisti.

 

Sei le aree osservate.

 

Bovisa, Lambrate, Corvetto-Rogoredo, Molise Calvairate, stazione Centrale e Villapizzone sono i loro nomi. Forse persino : il loro titolo.

 

Sì, perché oggi queste strade, e case, marciapiedi, fabbriche dismesse, recuperate o abbandonate, tratti di ferrovie che le attraversano, botteghe, insegne, bar, suoni, voci, idiomi, tornano a essere un nuovo grande, immenso affresco vivente. Che non parla più la lingua inventata da Testori da un incrocio di dialetto lombardo con francese e inglese.

 

Sono altri gli accenti, le fusioni.

 

Ma il risultato rimane intenso, e la periferia si conferma affine alla più grande invenzione ottocentesca, il romanzo.

 

 

Là dove s’incrociano flussi di vite, passaggi di attese, e desideri, mischiate a contraddizioni, ansie di rivalsa e spazi di una tradizione antica, di una lotta ormai sepolta, lì si producono storie.

 

Le storie che poi, intrecciandosi, e sedimentando in silenzio, come fanno i graffiti sui muri, mostreranno d’essere la sola vera grande cultura quotidiana di un pezzo di Storia.

 

“Vengo dalla periferia a sud di Londra”, afferma Karim Amir, protagonista de Il budda delle periferie” di Hanif Kureishi, romanzo culto degli anni Novanta dello scorso secolo, “ e sto andando da qualche parte”.

 

Un caso, quando esce. Per la forza con cui racconta la periferia londinese, zona sud, una periferia che è esclusione, distanza dal centro. Geografica, certo, ma anche di condizione esistenziale, quella separatezza che ci si porta dentro, quando si è immigrati, e immigrati di seconda generazione.

 

Così, dunque, se Testori dalla periferia non si muove, – è sua l’affermazione:

Quando ho detto che sono nato nel 1923, a Novate, cioè a dire alla periferia di Milano, dove da allora ho sempre vissuto e dove spero di poter vivere sino alla fine, ho detto tutto”-

Kureishi lo fa, eccome.

“Sono convinto che mi fece bene in quel momento ricordare quanto odiassi la periferia e quanto fosse importante continuare il viaggio verso Londra e verso una vita nuova se volevo essere sicuro di non trovarmi più in mezzo a gente come questa, in posti come questo”.

 

Per Karim, il protagonista, allora, il luogo, la periferia, s’afferma per negazione: è un luogo da lasciare (per poi rimpiangerlo, come una sorta di spazio d’innocenza, e indecenza, perdute). Così per algebra incomprensibile, proprio togliendone la presenza, affiorano ricordi e consapevolezza.

 

E di questo uomini e città hanno comunque bisogno.

Per saperne di più: http://www.associazionetestori.it/

Silvia Andreoli

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