GIORGIO MORANDI Le case del genio

Si racconta che Giorgio Morandi, tra le più celebri firme del Novecento italiano (1890-1964), nei pomeriggi trascorsi nella sua casa di vacanza a Grizzana Morandi (visitabile su prenotazione, tel. 051 6730311), era solito bere sempre alla stessa ora, intorno alle cinque, una tazza di ovomaltina, una sorta di cacao da sciogliere. E spesso faceva invitare dalle sue sorelle (Anna, Dina e Maria Teresa) anche i bimbi della Famiglia Veggetti che abitavano di fronte casa sua (la famiglia Morandi era stata ospite dei Veggetti nell’estate del 1913, quando l’artista decide di portare in montagna sua sorella che stava poco bene). Il motivo? Non si sa se per golosità oppure, ipotesi più probabile, se per consumare la dolce miscela in abbondanza, così da recuperare i contenitori vuoti, utili poi per essere immortalati nei suoi quadri.

Oggetti, apparentemente senza valore che costituivano il suo universo, insieme a, ciotole, brocche, vasi e scatole di ogni dimensione, tutte impolverate e sparse in ogni parte, e soprattutto bottiglie dal collo lungo tanto che era affettuosamente definito “il pittore delle bottiglie”. Morandi guardava i suoi oggetti prescelti durante le giornate assolate, per vedere i giochi di luce che si riflettevano sulle superfici, e poi li osservava di sera, quando i colori si spegnevano e sembravano assomigliarsi tutti. Gli piaceva che la vita quotidiana, fatta di piccoli cambiamenti, rendesse quei modelli ogni giorno diversi, con un filo di polvere in più. Anzi, pare che si raccomandasse con le sorelle (Morandi non si è mai sposato e ha sempre vissuto con le sorelle; non si sa nemmeno di qualche fidanzata!) perché anche il pulviscolo di quando spazzavano finisse sui suoi oggetti personali.

«Tutto è mistero, noi stessi, le cose più semplici, le più infime», diceva spesso.
La fantasia era l’unica concessione alla sua solitudine. In questo borgo dell’appennino bolognese
(ha aggiunto il nome Morandi nel 1985 con un referendum popolare) che, secondo i biografi, rappresentava “il suo rifugio di serenità… e di appagante contemplazione interiore, l’approdo ove fuggire la fatica di vivere…”, ancora sembra di rivivere la stessa atmosfera dei suoi tempi.
La sua dimora, un’abitazione, dalle forme lineari, ha arredi sobri e in ogni angolo si può cogliere l’austera semplicità della sua vita. Unico vezzo: la toilette per la cura e la bellezza personale nella sua camera da letto. Tra le altre curiosità, il cassetto pieno di cartoline provenienti da ogni parte del mondo (tra cui quella del Presidente della Repubblica Sandro Pertini), un modo di conoscere “cosa c’era fuori” attraverso i ricordi dei suoi amici, e una lastra di rame che serviva per le incisioni, nascosta sotto il materasso. Il cuore è però il suo studio, dove il tempo sembra essersi fermato e l’immaginazione riporta alla mente l’artista alle prese con il giallo di un campo di grano e i covoni sparsi qua e là. Ancora, gli straccetti imbrattati di colore, gli occhiali, la stufa a legna per il riscaldamento, i pacchetti di sigarette. E poi tutto intorno, lungo le colline della media Valle del Reno si possono incontrare quei borghi, quegli alberi, quei paesaggi da lui prediletti. Paesaggi che seppe rendere misteriosamente belli, fissandoli nella memoria estetica delle grande pittura.

Quando non era a Grizzana, Morandi viveva come un eremita nella sua torre d’avorio a Bologna, nella casa di via Fondazza, al civico 36 (ingresso gratuito dal venerdì alla domenica).
Non amava viaggiare, non aveva mai preso un aereo, non era mai stato a Parigi che in quegli anni viveva un grande fermento culturale. Solo una volta era andato a Roma (quando fu premiato nel 1939 alla Quadriennale dove gli era stata organizzata una personale di 53 opere) e una volta in Svizzera, ma tutto il mondo passava a trovarlo. Studiosi, personaggi della cultura e anche registi. Federico Fellini, nel suo film La Dolce Vita, usò uno dei suoi quadri, mentre Michelangelo Antonioni,
si lasciò ispirare dai suoi paesaggi, in cui non c’erano mai presenze umane.

Nella casa è stato ricostruito il suo studio, grazie al supporto di tecnologie multimediali.
Qui le sue “cose”, insieme agli strumenti per il lavoro quotidiano, ritrovano la collocazione originaria. Gli arredi di famiglia sono raccolti nell’anticamera e alle pareti numerose fotografie raccontano la storia e la vita del Maestro dell’arte. Tra le foto, spicca una storica di Antonio Masotti che lo ritrae con l’espressione tipica, gli occhiali alzati e il mento pronunciato. Visibile il letto, il comodino e pochi rari libri, tra cui i Pensieri di Pascal e i Canti di Leopardi. Dalle finestre si vede il cortile interno più volte immortalato e dove, si dice, era solito seppellire i suoi pennelli rovinati.
Ovunque “il necessario” che gli serviva per fare quella pittura essenziale che lo ha reso unico.

 

 

 

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