GIGI RIVA neppure per la gloria

Se esistesse l’assoluto, Giggirriva si scriverebbe così, anzi Luigi staccato Riva, sarebbe l’attaccante con più gol in nazionale, potremmo considerarlo un normolineo e sì, insomma, un grande campione di calcio, tra i più grandi della nostra storia. Nada mas.

Fortuna che l’assoluto non esiste, nel calcio e nella vita, se no sai che noia. Esistono invece la memoria, il racconto – la vita è quella che ti raccontano, diceva più o meno Garcia Marquez – la percezione, l’interpretazione, lo sguardo personale, relativo.

E allora esiste un bambino – chi scrive, se vi interessa – che un giorno del 1970 lo vide enorme, gigantesco, da vicino, ma insomma non proprio da vicino, mentre si ergeva di testa e faceva gol alla Juventus, dopo un avventuroso stop in area, su calcio d’angolo.

Esistono le foto, lui con il costume sgambato che si usava in quei primi anni Settanta che solo la distorsione del tempo può far ricordare così felici, che passeggia in spiaggia, le gambe muscolose, come ancora non si erano mai viste, gli zoccoli di legno.

Esistono i gol, come quella rovesciata al Vicenza, mai più e mai prima viste di più belle; e quelle stilettate all’Inter, che gli valsero il soprannome picaresco, fumettistico, corsaro, di “Rombo di Tuono”, copyright Gianni Brera. Era il 25 ottobre del 1970, il suo Cagliari campione aveva disputato forse la sua partita più bella e il sabato successivo l’austriaco Hof gli ruppe una gamba.  

Esistono i racconti di chi ricorda che l’arbitro Lo Bello, stufo di farsi insultare, avrebbe detto «stai zitto, e va in area che ti fischio rigore». E rigore fu, ovviamente, per equità, quieto vivere oppure per rispetto. Perché di rispetto Giggirriva (copyright ancora Gianni Brera, ça vas sans dire), ne volle, ne pretese, ne ebbe da tutti gli italiani.

Esistono le mitologie: che importanti latitanti si facessero arrestare alle sue partite, perché proprio non potevano resistere, e uscivano dalla loro tane soltanto per andare all’Amsicora, così si chiamava il vecchio stadio. Che dormisse fino a tardissimo, per poi presentarsi all’allenamento con la sigaretta in bocca, per tirare, a freddo, certe stangate, che se non andavano a segno, fratturavano le braccia dei poveri raccattapalle.

Era il campione azzurro, non poteva esserlo soltanto della periferia, di una terra, la Sardegna, e di una città, Cagliari, disposte a tutto pur di averlo in esclusiva per sé. Ma proprio il suo essere coraggioso e indomito – due gambe spezzate, contro il Portogallo e contro l’Austria –  il suo essere uomo a tutto tondo – un Mondiale, quello di “Mexico e nuvole”, quello del sole a picco e dell’altura, di Italiagermaniaquattroatré (anche questa cosa qui si scrive attaccata), quello di Pelé, giocato in apnea, mentre lui viveva la sua tormentata storia d’amore con una donna sposata – il suo essere vero – quella terra prima schifata, quindi amata al punto da non volerla lasciare neppure per i soldi, neppure per la gloria, neppure per la Juventus o le altre grandi del nord – ne fecero un campione nazionale, extra-calcistico, extra tutto. Sovranazionale, sovrannaturale.

Com’è difficile, oggi pensare a un campione amato o per lo meno ammirato da tutti, se anche Totti, se anche Buffon, suscitano ironie se non odi feroci di campanile.

Altri tempi, eccome.

 

Giggirriva no, non lo potevi non amare, lui nato a Leggiuno, lui orfano troppo presto, lui e quello scudetto irripetibile, l’unico vinto da una squadra del sud, prima che arrivasse Maradona a regalarlo al Napoli.

Lui, l’uomo che dicono, abbia compiuto 72 anni, ma quanti anni ha Achille, che età ha Ettore, Ulisse, quella gente lì, che Riva ce l’ha portato Omero, non la Storia. Ce l’ha portato la leggenda un uomo che non si è mai venduto, un hombre vertical, uno dei pochi, dei pochissimi, che l’Italia abbia conosciuto.

Uno che si deve essere ricordato, un giorno di quella frase che attribuiscono a Bob Dylan, ma che in realtà non può che essere che sua, di Giggirriva: «La tua vita la puoi anche vendere ma ricorda che, poi, non la potrai mai più ricomprare».

Bruno Barba

 

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