Gianni Rodari un difetto l’aveva. Ed era che piaceva troppo agli adulti.
Lui, Gianni Rodari, nato a Omegna nel 1920, morto nel 1980, il cronista di razza, che con la parola faceva quello che il funambolo di Chagall sapeva inventare con il corpo, riscuoteva un’attenzione che, negli anni Settanta, avrebbe pure potuto rendere guardinga una generazione di piccoli sognatori molto concreti e attenti a mantenere con fermezza il loro spazio rispetto a quello dei “grandi”. Noi siamo piccoli ma cresceremo cantava lo Zecchino d’Oro e Ufo Robot era un alieno che agli adulti, autocoscienza, Es Io Super Io, o invece “corri ma non sudare”, Sandra Mondaini e Corrado la Corrida, restava indifferente.

Chi non ha amato le fiabe di Gianni Rodari?

Non così davanti a Cipollino (1952 poi 1959), Le favole al telefono (1962), Filastrocche in cielo e in terra (1960), La freccia azzurra (1964), Il libro degli errori (1964) e avanti. Per cominciare da quell’affermazione, netta, quanto incantevole:

«In principio la terra era tutta sbagliata...», che chi mai non ci si butterebbe a pesce? Mica la si può lasciare solo ai bambini…

Ma mentre gli adulti parlano e parlano e parlano, alla fine Rodari soltanto ai bambini si rivolgeva. Perché è in quello sguardo d’acqua e cielo, mare e rabbia, terra e fango che intingono il pennino le sue rime e le sue fantasie.

A quella parte ancora reattiva allo stupore, ma senza grandi evidenziazioni di ciò che si prova, delle emozioni, delle interpretazioni.

Fiabe per farsi leggere, e poi ricordare, o dimenticare. Ma nessuna metafora, allegoria, simboli e retro pensiero.

«Le fiabe sono il luogo di tutte le ipotesi», scrive.

Appunto.

Quelle dei dubbi. Delle risate. Delle domande. Dei piedi per aria. Della tristezza. Della nostalgia. E poi dei pasticci, delle indigestioni, della fantasia.

Le metterei, io, le fiabe di Rodari a braccetto con quelle di Luis Sepúlveda. Tra balene che parlano di sé e gatti che salvano gabbianelle, perché hanno fatto la promessa. Potrebbero incatenarsi alle domande della protagonista Che animale sei? Storia di una pennuta, romanzo di Paola Mastrocola pubblicato nel 2005 dalla casa editrice Guanda. Quella piccola, irresistibile anatroccola che si stringe a una pantofola, vide passare un topo dai baffi lunghi e lo fece diventare sua madre, con tanto di «Ti voglio bene, mamma».

Sarebbe piaciuta, a Rodari, questa cosa. Perché prosegue un réfrain, da lui inaugurato, in cui la fiaba non fa ai classici nemmeno il verso, e si sbilancia invece, al passo cadenzato della voce nelle filastrocche, le conte, le sciarade, regalando a chi ascolta un melting pot di epoche, sovrastrutture, liturgie, e disobbedienze indovinate.

Non è un caso se è stato il solo italiano a vincere il prestigiosissimo Premio Hans Christian Andersen nel 1970, il “Piccolo Premio Nobel” della narrativa per l’infanzia, come viene chiamato e conferito ogni due anni come riconoscimento a un «contributo duraturo alla letteratura per l’infanzia e la gioventù».

Ecco, Rodari lo ha meritato. Perché grazie a lui, tutti noi bimbetti-seconda-metà-anni-sessanta-e-prima-metà-settanta coloravamo, chi con le dita, a piedi nudi, ripetendo – se femmine: io sono mia – con tanto di chiome ribelli e lunghissime, come terapia post-pidocchi, spille a specchio, salopette di jeans o gonne con i campanelli e la fame rapace del mondo negli occhi – altri diventavano super eroi e imparavano a correre senza sudare cadere senza sbucciarci o mamma s’arrabbia.

Così a impastare torte in cielo e sfrecciare via, a far capriole con la grammatica sempre impeccabile ma il giusto grado di ribellione che ha sempre in sé la poesia, li ha messi tutti d’accordo, lui, i genitori – comunisti intellettuali operai analfabeti viziato rampolli conservatori all’osso.

D’accordo, funzionava in maniera diversa da oggi – loro che erano i genitori non entravano troppo nel nostro universo a semmai lo facevano le sorelle i cugini i fratelli maggiori.

E allora il pensiero che viene, su di lui, il pensiero che corre è che Gianni sia stato un bambino gentile, ai suoi tempi, un bambino che si prendeva il mondo molto a cuore.

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