MOLLY BROWN
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Straordinari

GIANNI BERENGO GARDIN lo splendido guardone

Sarebbe stato facile, troppo facile.

C’è il mare tutt’attorno. Nascita a Santa Margherita Ligure, ma per caso – la mamma, in vacanza sulla costa di Ponente, partorisce a sorpresa. Infanzia e adolescenza a Venezia.

Ma cedere alla contemplazione della bellezza sarebbe una scorciatoia.

E non è cosa da lui.

Non che rimanga a margine, la meraviglia di cui è circondato, questo no.

Mare, acqua, oro, pietra, nello sguardo di un ragazzino è lo specchio assoluto, l’infinito, dei rimandi. Ditemi, dov’è il cielo? il confine che non si vede, il fischio del vaporetto inonda mani e piedi.

 

C’è la cupola della Salute dinnanzi, la piazza San Marco s’apre in un ventaglio di osservazioni.

Lì, accanto, qualcuno urla, si gratta un orecchio, rutta.

C’è la fatica degli uomini, delle donne, trasportano casse e botti, bestemmiano.

L’aria s’impregna di sconcezze, risate. Suona la campana, s’alzano i piccioni in volo. Venezia si sveglia, veloce.

L’ora della scuola.

 

Berengo Gardin

 

Sono gli anni Trenta, quando Gianni Berengo Gardin cresce. La sua famiglia ha un negozio in Calle Lunga San Marco. Vendono vetri e perle veneziane (per tre generazioni, quel mestiere, che smetteranno negli anni Settanta. E lui scherzando dirà in un’intervista: «C’era una concorrenza bestiale dei banchetti e poi della paccottiglia di maschere fatte a Taiwan. Per mia fortuna, altrimenti mi trovavo a fare il venditore di collane ai cannibali»).

È un concerto infinito, quella Venezia del quotidiano. Più dissonanze che armonie.

La gente sgomita, s’interroga, ha sete, attende. Ma cosa?

Può velarsi d’inganno, quello spazio opulento. Ci sono i vicoli della miseria, anche i pidocchi, la noia. Ha quella sua doppia pelle, anche la bellezza strabica, spietata, di orchi, fate sdentate.

 

 

Arrivano i Quaranta e il mondo si spacca, tra chi aggredisce e chi osserva, tra chi espone e chi impara a mimetizzarsi, nascondere. Ma lì, attorno a lui, tutto quello si sapeva già. Con altri toni e temi, ma si sapeva.

Perché Venezia è mito, ma anche Veneto, aspro, rurale. Gente che fatica, e quello sa fare. Gente che nel lavoro suda e sputa, forza, traguardi, tragedie, sottigliezze.

È una terra d’abitudini sinistre, il Veneto, fino a farsi ossessive, lingua che schiocca sul palato, parole d’una specie di cantata per spiriti solitari.

 

Intanto l’occhio che apprende, inconsapevole, ma determinato. Quell’occhio acuto s’adatta, scava. Dietro la pelle. Il manto di superficie.

Di bello l’acqua ha che la puoi penetrare, perforare, aggredire con il gesto lieve d’una mano. Così l’aria che ti contorna.

Niente resta intentato.

Sceglierà, Gianni Berengo Gardin, mostro sacro del “bianco e nero” italiano, lui che nel contrasto tra quella bellezza suprema e la cadenza di voci popolane, c’è cresciuto, sceglierà di non cedere all’arte per l’arte.

 

 

L’attenzione invece. Sul dettaglio nel contesto. Il particolare nel generale. Nessun uomo è un’isola. Nessun uomo può smettere di guardare.

Quando comincia a fotografare, appena ventenne, ammirerà l’America.

Sarà un parente d’oltreoceano che lo metterà in contatto con Cornell Capa, procurandogli alcuni libri di fotografia. Incedendo tra le pagine, lo capirà: essere come loro, i fotografi di Life e Magnum, scavare le urla sotto il troppo silenzio.

 

Fotografo sociale si definisce, lui che acceca, in uno scatto implacabile e violento tant’è perfetto, una bambina che insegue i piccioni nella piazza veneziana, come i “matti” dei manicomi, è il 1970, quando più che luoghi di cura parevano lager. Ne uscirà un reportage, Morire di Classe. Lo pubblicherà L’Espresso. E il Belpaese si scoprirà sconvolto.

Volti rarefatti che denunciano, senza mai urlare. Hanno la saggezza di chi incastra gli imbrogli, le menzogne. Ma voi non ci avete messi qui per ritrovare dignità, farci guarire, sperare?

 

Berengo Gardin

Tanti, tantissimi i lavori negli anni. Moltissime le esposizioni. E collaborazioni con tutte le testate giornalistiche più prestigiose (comincia come fotoreporter nel 1965 a Il Mondo di Pannunzio) nazionali e internazionali. Premi importanti, tra cui quello assegnato nel 1994, l’Oscar Barnack Award per il reportage sulle comunità di zingari in Italia: uscirà un volume Disperata Allegria – vivere da Zingari a Firenze.

 

E poi gli amori.

Quei “suoi” irresistibili amori.

Lui che, negli anni Sessanta, sbarcato nella capitale francese, incatena in un bacio implacabile gli amanti sulle panchine, sotto i portici, – dirà: «Quando sono arrivato a Parigi, dove tutti si baciavano continuamente, sono diventato un guardone» nasconde in quel gesto l’ennesima sottolineatura sociale.

Qui si può, non da noi. In Italia scambiare effusioni in pubblico era vietato, offesa alla morale, alla decenza, al buon costume.

 

Allora niente è (soltanto) come sembra.

 

 

Ha un’arma, Berengo, che usa a perfezione, quell’arma magica e micidiale ch’è l’incrocio meticcio tra il sublime e il triviale che ha imparato a Venezia. La sfrutta in ogni sua intercessione, per andare a fondo, e capire.

Lo dimostra la settimana “frivola” al Florian, trascorsa a spiare chi viene e chi va, per farne un libro d’immagini. Una celebrazione ne stimola l’inizio, l’anniversario del più celebre tra i caffè dell’immaginario universale, aperto nel 1720 sotto Procuratie Nuove, da Floriano Francesconi e reso immortale dalla penna di Goldoni, come dalle frequentazioni di Byron e Casanova.

Sarà un elogio, ma anche elogio dell’inciampo. Di quell’impacciata abitudine del mondo di starsi accanto senza guardarsi, interagire, tradursi, parlare.

 

Berengo Gardin

 

Picchi e abissi, così siamo, noi, italiani. E i veneti in particolare. Capaci di urlare bestemmie a grappolo di fronte al sublime eterno d’uno sguardo che non può che inchinarsi. San Marco, La Salute, La Giudecca. Come si costruisce una città sul mare?

E allora anche qui, dove la delizia dello sguardo indugia e s’incanta, anche qui c’è il racconto di uno spaccato sociale.

Perché strana cosa è pure incrociare storie e abitudini per un istante, giusto il tempo di un espresso o un Bellini rubato alla ricetta dell’Harry’s, in un sublime gioco di specchi antichi che realizza, da sé solo, il portfolio di un mondo che recita, e inganna. Siamo in scena, si alzi il sipario, ma dietro abiti e pellicce e cagnolini e attese, lo sguardo indugia, scende.

Eccolo il segno suo, unico, consueto: la forza di uno sguardo diretto che però, nello scendere dentro la motivazione, si fa sociale.

Allora non c’è romanticismo nelle coppie d’innamorati, o tristezza nelle donne velate, non c’è attesa nei camerieri, nei musicisti. Semmai un uso a lasciar andare, a far scorrere quella vita sotto i porteghi nel solo modo in cui la vita lo può fare.

Tratteggiando.

 

 

Ha ragione Berengo Gardin quando insiste: «Non chiamatemi artista».

Che è dire: colgo, catturo. Vi do l’immagine. Ma non scordate il resto. Ch’è luogo dove si svolge, certo, ma anche tempo. Intersezioni che divengono – senso.

Niente, nemmeno un bacio, avrebbe la potenza che esprime, se dietro non ci fosse un divieto, o la follia, un’attesa.

Ne ha fatto un’antologia di questo, antologia dello sguardo che accende, o forse accede, intercede, persino consente.

A noi di sapere. A noi di non girare il volto.

 

Mai un gesto da primadonna però, in Berengo Gardin, nemmeno quando otterrà grande attenzioni, compiaciute recensioni, insomma la notorietà.

Che si è gocce d’un mare, polvere d’ali di farfalle.

Il solo gesto che meriti è fissare – quell’attimo. Che è dettaglio di singolo dentro il plurale.

Unicità e contesto.

Non dimenticherà mai l’impegno sociale, e l’etica d’un artigianato d’immagini che significa che niente è per stupire, semmai chiarire, chiamare l’attenzione, non

dimenticare.

Silenzio, un istante solo, si sente il clic. Il dito schiaccia, la pausa di un respiro.

E aspettiamo di vedere presto cos’altro ci insegnerà a guardare.

 

Silvia Andreoli

 

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