Giambattista Basile, autore de Il Cunto de li cunti, è stato il primo grande scrittore di fiabe. Ne fece un gioco di società. Correva l’anno 1634. E il divertissement volò alla corte di Luigi XIV, seducendo Parigi e Versailles.

Netflix non lo sa, ma deve molto, moltissimo, a Giambattista Basile.

Tenete solo conto di questo: è il Seicento, siamo in pieno stile barocco, e lui è un letterato che lavora per le corti, quella napoletana in particolare.

E che cosa fa? Ingegnandosi a trovare il modo di sollazzare gli uomini e le donne di corte, i loro ospiti, invitati, s’intrippa (passatemi il termine dai, e capirete poi perché questa contaminazione ci sta, eccome) con l’arte di armonizzare gli opposti, ovvero un mix match sapiente tra “alto” e “basso”.

Come?

Con le fiabe.

Oh sì, ogni traccia delle nostre attuali narrazioni viene da lui. Da quel Cunto de li Cunti, scritto in lingua napoletana e diffuso, alle stampe, dal 1635 al 1637. Cenerentola, La Bella addormentata, il Gatto con gli stivali, beh, hanno il loro primo seme proprio dentro lì. E quando dalla corte partenopea si sposterà in Francia, a quella di Re Sole, Luigi XIV, il divertissement del racconto fiabesco sempre la penna intingerà nella tecnica inventata da questo abile “faccendiere” delle parole, dell’immaginazione.

La formula è geniale: scrivere cinquanta volte la stessa storia.

Ma con un complesso lavorio di articolazione del modello. A riprova, insomma, che Modernità significava, nell’arte del racconto, da un lato produzione seriale (quant’è bella la ripetizione…) e dall’altra opera aperta (ovvero te la racconto come me la ricordo io).

Ne nasce una tecnica unica.

Va detto infatti che i 50 racconti conservano la stessa struttura: si aprono con un proverbio, si chiudono con un proverbio.

Dentro, in questo spazio, irrompevano versi di canzoni, filastrocche, balli, “mossette”, insomma un vero e proprio teatro della narrazione che avrebbe seminato scintille di sé nei secoli a venire e per un’estensione geografica inimmaginabile.

Il segreto?

Lo abbiamo detto: la contaminazione.

Dei generi. Delle lingue.

E poi quell’arrivare al punto nodale di tutti i tic e le storture più diffuse, ovvero invidie, sconfitte, rinascite, amori, gelosie, che avevano già fatto la fortuna del Bardo, lui, quel William Shakespeare di cui ancora ci si interroga sull’identità vera (come se davvero gli autori ne avessero una…).

 

Ma tornando al nostro Basile, Giambattista o Giovan Battista, pseudonimo anagrammato di Gian Alessio Abbattutois, lui, baffetto arricciato all’insù, una versione (meno sexy) di Willie e.Coyote, è campano.

Nasce il 15 febbraio 1566 e muore il 23 febbraio del 1632, vaga lungo lo Stivale come soldato mercenario al soldo della Repubblica di Venezia, resta a Creta, che ne è colonia, per un certo tempo, dove conosce la società letteraria, tanto da diventare parte dell’Accademia degli Stravaganti.

E così la parola diventa la sua nuova “arma” di lavoro.

Rientra a Napoli nel 1608, comincia a farsi conoscere scrivendo. Segue la sorella, Adriana Basile, celebre cantante d’opera, alla corte di Vincenzo Gonzaga a Mantova, entrando a far parte della Accademia degli Oziosi.

Si diletta con rime e madrigali, fino a che, di nuovo nella città partenopea, assume anche il ruolo di governatore di feudi limitrofi per richiesta dei signori che li possiedono.

Intanto scrive fiabe.

Che però non saranno pubblicate che postume.

Proprio Adriana se ne farà promotrice.

Così, appena due anni dopo la morte del fratello, per volontà sua Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille (La fiaba delle fiabe, o l’intrattenimento per i più piccoli) vedrà la luce, in lingua napoletana.

Conoscerà due diverse edizioni, nel 1634, nel 1636, segnando per sempre il nostro immaginario sulle fiabe, sui loro “errori” nel modo in cui le ricordiamo, e sulle infinite versioni che ne verranno.

Da Cenerentola che si chiamava Zizolla e uccide la prima matrigna alla Bella Addormentata che di fatto viene “concupita” da un re mentre se la dorme…, avanti con il Gatto con gli stivali e scandali dai toni spesso licenziosi… La famiglia dei fraintendimenti e delle ingiustizie, delle lotte, delle fughe, del viaggio dell’eroe s’ingrandisce, seminando nipoti, pronipoti e discendenti in ogni nuovo programma che usi la parola fiaba, storpiata e non.

Ora come allora.

 

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