GARRINCHA grazie di essere esistito

GarrinchaApollo o Dioniso? Lasciamo perdere Nietzsche, e la tragedia greca: parliamo di calcio, sì, di calcio brasiliano. Perché ci sono calciatori, e uomini così: dei, ma dei diversi.

Gli apollinei, qui non li amano troppo: li lasciano agli inglesi, ai tedeschi, a quelle razze lì.

Qua amano l’ebbrezza, il jogo de cintura, il movimento di  bacino. Amano l’Africa, qui. La ama chi è nero, e anche chi è bianco. Almeno in un campo di calcio.

Un attimo: un Apollo che i brasiliani dichiarano di amare c’è, ed è anch’egli un dio: è Pelé. Certo, se devono votare contro l’argentino Maradona, eccome se ti diranno “Pelé è il più grande di tutti”. Ma andate in una favela, in una spiaggia o anche in un mercato brasiliano, chiedete a un signore di mezza età, a un derelitto, a un poveretto. Oppure a un giornalista esperto chi era il migliore tra ‘Mané’ e Pelé.

 

Perché Garrincha (Mané, appunto), zoppo, scomposto, sfortunato, eccessivo in tutto era, semplicemente, a alegria di povo, “l’allegria del popolo”.

Mi sono chiesto tante volte perché Jorge Amado non abbia voluto farne il protagonista di un suo libro: sarebbe stato il suo più bello, il “vero romanzo brasiliano”. “La fantasia al potere”, altro Sessantotto, era Garrincha.

Julio Cortázar ne Il persecutore, riferendosi al sassofonista Charlie Parker, disse che «l’artista è un povero diavolo di intelligenza mediocre»; si può condividere o meno quest’assioma, ma di certo Garrincha, al secolo Manoel Francisco dos Santos, era dotato di un dono unico, senza avere la minima coscienza delle dimensioni della propria opera.

Comunicava – e comunica ancora, per chi abbia il privilegio o la voglia di vedersi qualche antico filmato – il valore universale di una jogada celestial, di un golazo, un dribbling ripetuto; gesti che appartengono a un linguaggio comune e condiviso, a un ambito a tutti noto, persino a chi dice di non amare il calcio (come fa, poi?).

 

 

Ecco il punto: Mané – Garrincha era il soprannome derivato da un uccellino che il bambino “selvaggio” amava – si faceva capire da tutti, da suo popolo, da suoi tifosi, dagli esteti.

Era il gatto che si accoccola sulle tue gambe, la fiamma fioca da proteggere, il bambino cagionevole, che stupiva, col calcio anziché con le parole.

I brasiliani sin da subito hanno provato tenerezza e insieme rispetto per quest’altro  “eroe senza qualità”, alla stregua del “Macunaíma”, l’invenzione letteraria di Mario de Andrade.

Che parabola tragica e felice, umana e divina, Mané.

 

Di sangue indio e nero, nato e vissuto ai bordi di una foresta, nello stato di Rio, Garrincha divenne presto un grande, grandissimo calciatore. Nel 1958 Pelé stupì più di lui soltanto perché era appena un ragazzino di 16 anni: ma le giocate di Garrincha contro la Russia, per esempio, rimangono nella memoria come qualcosa di inavvicinabile. Poi, nel 1962 – altro Mondiale trionfale, Pelé si infortunò e, ancora una volta fu “l’angelo dalle gambe storte” a trascinare alle vittoria la Seleção.

Era un campione Garrincha – per la sua finta irresistibile, il suo estro, la sua fantasia – ma soprattutto era un uomo vero, ricchissimo di difetti. Difetti mai celati: si racconta che dopo ogni partita un camion carico di tifosi, parenti e amici lo riportasse al paese; che i suoi appetiti sessuali fossero inappagabili – amò centinaia di donne, tra cui la diva della canzone Elza Soares, ed ebbe una quindicina di figli tra legittimi e illegittimi; che provocasse più di un incidente stradale (un giorno, da ubriaco, investì addirittura il padre e, scappò senza soccorrerlo; un’altra volta nella sua auto c’era la mamma di Elza, che morì); che fosse considerato un po’ da tutti un minorato mentale; che morì alcolista. Vero? Che importa, siamo in Sudamerica, non dimentichiamolo.

 

Garrincha

I tanti suoi  biografi  – tra cui il mio amico Darwin Pastorin, brasiliano di nascita, brasilianofilo e brasilianologo – continuano a sostenere che, dopo un mondiale vittorioso, invece della villa generosamente offerta ai calciatori dal presidente della Repubblica, lui avesse preferito “liberare dalla gabbia quell’uccellino lì”.

La sua ultima immagine: instabile, ubriaco, sul carrozzone del Carnevale brasiliano, il suo carnevale, la sua quinta favorita e obbligata.

Il fatto è che la sua ingenuità, i suoi vizi, la sua sregolatezza, il suo genio servirono, per contrasto, ad alimentare “la felicità del popolo” tanto che per lui fu – altro che Eros Ramazzotti – che venne coniata la frase Obrigado por ter vivido, (“Grazie di essere vissuto”), scritta che apparve sui muri del cimitero dove fu sepolto.

Che importa allora se fu o no un “vincente”? Contano più i mondiali vinti, i titoli, i soldi guadagnati – e sperperati – oppure essere così amati, di un amore disperato e sincero, diffuso e interrazziale, interclassista e integenerazionale?

 

“Il supplizio estetico del povero è infinito”, diceva Céline. Ma eterna può essere anche la memoria di un “re buffone”, di un ingenuo che diventa eroe, di un “Forrest Gump tropicale”, di uno stupido che diventa saggio e poi torna a farsi stupido, schiavo consapevole e realizzato dei suoi vizi. Altro che dio del calcio, Garrincha ancor prima di diventare la sublimazione del mulatto brasiliano, lo fu della vita aspra e dura, inconcludente e misteriosa, di quella vita che viviamo tutti tutti noi. Anzi, no, che vorremmo vivere.

 

Bruno Barba

 

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