MOLLY BROWN
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Immaginati

FERMINA DAZA cosa resta dei tormenti di una donna equivoca?

fermina daza, Giovanna MezzogiornoNon sono niente i “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni” aspettati da Florentino. Non sono niente, sono appena un refolo di tempo, se c’è la disperazione di un amore non corrisposto e perciò più assiduo e martellante di tutti gli altri.
Fermina, invece, chi ci pensa al tormento suo? Alla trappola della compassione che sta per divorarla. Al tormento di una donna costretta a vivere con un marito perfetto e inutile, ad assaggiare una tisana alla camomilla, perché il marito suo le dice “Questa foglia sa di finestra”. Mirabile il Romanziere:

 

«Sia lei sia le domestiche rimasero sorprese, perché nessuno sapeva di qualcuno che si fosse bevuto una finestra bollita, ma quando assaggiarono la tisana per cercare di capire, capirono: sapeva di finestra».

 

È il 1985 quando Gabriel García Márquez pubblica L’amore ai tempi del colera, e ha già vinto il Nobel con Cent’anni di solitudine. Gabo, così lo chiamavano gli amici, così amano ancor oggi chiamarlo i milioni di suoi lettori, in tutto il mondo disse un giorno al presidente spagnolo Adolfo Suarez che stava scrivendo «il Chisciotte del XX secolo». E, a molti anni dall’uscita e dal successo planetario del libro, disse: «Ci sono le viscere là dentro, non so come sia riuscito a farcela, a scrivere quelle cose». Forse è vero, non sempre la modestia si addice ai grandi. Il libro, prima che ancora per la qualità letteraria, che tanti trovano eccelsa, altri meno, rimane nella storia per lo straordinario successo. E, si sa, nella storia della letteratura vera altezza poetica e fama in vita rare volte sono andate di pari passo.

 

Siamo nella Colombia aracatacana immaginata dal realismo magico di Gabo. La lunga vicenda si snoda cavallo tra Ottocento e Novecento, in una città riconoscibile come Cartagena de Indias – ci pare di avercela addosso quella calda, appiccicosa umidità di tropico e di fiume, quelle bestie, e di sentirle, le cicale assordanti -, tra amore e sesso, giovinezza e vecchiaia, si svolge un triangolo tra un gran signore, Juvenal Urbino, un commovente e esasperante impiegatucolo, Florentino Ariza e poi lei, illuminata, parvenue, scostante. Santa e puttana, ovvio, Fermina Daza.

 

Quando il dottor Urbino muore, per un banale incidente cadendo da un albero, come banalmente era vissuto, Florentino finalmente ha a portata di mano quel che aveva sempre agognato. «La sventurata rispose», anche se all’inizio è riluttante, ma alla fine si concede, dando un’altra chance all’uomo che, seppure a suo modo, e tutt’altro che castamente, l’aveva attesa per più di cinquant’anni.
Tempo, fatti, passioni hanno vita autonoma, non sembrano correlati. Uno ama, l’altra no. Flash-back continui. La solitudine, come in Cent’anni, pervade il romanzo, innervato da storie di ascese sociali, di viaggi in Europa, di morte, di tanta morte, reale e metaforica, che «i sintomi dell’amore sono gli stessi del colera». E intanto, per Florentino, solo l’attesa, fino a quel risolutorio, e definitivo «andirivieni del cazzo».

Ma Fermina, dicevamo? Dura e cinica, anche se all’inizio sembrerebbe un’eroina ottocentesca, bella, giovane, protetta, sentimentale. Ma Gabo non indugia in stereotipi romantici, non l’ha fatto proprio mai: e allora ritrae Fermina come una donna selettiva, orgogliosa, un poco antisociale, piuttosto arrogante. Serba rancori, è piena di pregiudizi. Non si sposa per amore, ma per questioni politiche e di riscatto sociale; non muore giovane, anzi, da anziana, troppo anziana, torna al suo primo amore, quando le rughe le segnano il volto e il sesso non può più essere appassionato.

 

Gli uomini di Fermina sono stati ingenui come il dottor Urbino, oppure idealisti come Florentino, lei invece è pragmatica e sofisticata: nei piani, non solo nel portamento. All’inizio, quando il suo presunto amore con Florentino è basato sulla corrispondenza per lettera e il sottile gioco delle parti, lei fugge non sentendosi pronta. Accetta l’amore con Urbino con passività all’inizio, accorgendosi in seguito che è facile “imparare” l’abitudine, che trasforma la passione in affetto. Realismo, non semplicemente “magico”, realismo e basta. E quando infine rincontra, e definitivamente, Florentino, Florentino forte e disperato, Florentino che sa attendere, Florentino che «…aveva imparato … che si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna. Il cuore ha più stanze di un casino», lei fa sua questa indimenticabile metafora e accetta la vita, «l’andirivieni del cazzo» e un uomo vecchio e logoro. Si, vecchio e logoro, come vecchia, e non più ammaliante poteva più essere lei, Fermina. La spiazzante trasposizione cinematografica di Mike Newell del 2007 con Giovanna Mezzogiorno nel ruolo di Fermina – mentre Javier Bardem è Florentino – non può certo rendere giustizia dei guasti del tempo e degli effetti del clima equatoriale in una donna dei primi del Novecento. Hai voglia di trucchi cinematografici: hai presente due vecchi su un battello che issa la bandiera gialla del colera e che solca il rio Grande de La Magdalena?
Sic transit gloria mundi, se non si riesce a morire da giovani.

 

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Bruno Barba

 

 

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