L’inconfondibile bottiglietta conica del più famoso degli aperitivi e lo slogan, fortunatissimo, “Se la pioggia fosse Bitter Campari” con l’ombrello rovesciato all’insù, posson bastare a fare di lui un’icona inossidabile. Leggendo però quali odissee gli abbia riservato la vita, si capisce che quella di Fortunato Depero, grandissimo artista della prima metà del Novecento oltre che “art director ante litteram” nel nascente mondo dell’advertising, non dev’essere stata proprio una passeggiata. 

«Non bisogna dimenticare che non sono una femmina anemica, che sono figlio delle nostre montagne, trentino al cento percento e che in tutte le mie espressioni si rispecchia la mia natura, quella dentro di me e quella fuori di me; colorata, plastica, cristallina e rocciosa…», ammise lui una volta. Al netto dell’allegria che ancora oggi proviamo guardando i suoi coloratissimi quadri, insomma, l’uomo Depero doveva essere un tipo abbastanza coriaceo. 

Nella prima autobiografia, apparsa nel celebre libro “bullonato” Depero Futurista 1913-1927,  quando era ancora all’inizio di una carriera che sembrava lanciatissima, si raccontava così:

«Nacqui a Fondo (Val di Non) nel 1892. Altipiano di prati e selve oscure di larici ed abeti. Vallata di castelli e santuari. Padre nato spazzacamino e vissuto gendarme e carceriere: ciglia e baffi ispidi ed irti, si commuoveva per un nonnulla, religioso. Madre cuoca tutt’occhi e tutto cuore. Discolo, fui spedito in un collegio tedesco a Merano: mangiavo male e non mi piacevano i tedeschi. Feci pochi anni di scuole medie Reali a Rovereto, mia città adottiva. Studiai di malavoglia. Disegnavo, dipingevo, modellavo, scolpivo con passione precoce e tumultuosa frenesia di autodidatta. Incontrai Rosetta a 14 anni… m’infiammai di lei a 18 anni… due anni dopo la rapii a Roma. Scoppiò la guerra mondiale. Rosetta guadagnava per tutti e due… io zero soldi e 1000 di vita e d’arte. Conobbi il vortice futurista ed i suoi diavoli creatori. Il motto di Marinetti, marciare e non marcire, m’inebriò. Fame + fame + fame – fame x fame = magro-magrissimo. Rosetta stirava e piangeva. Io tenace, cocciuto, testardo, ostinatissimo, audacissimamente, instancabilmente cieco seguivo la via del mio destino. Marinetti, Balla, Boccioni, Russolo, Bragaglia, Diaghilev, Semenov, Clavel, Azari, Notari mi rivelarono, mi incoraggiarono, mi aiutarono, mi difesero quale sicura promessa. Feci poca guerra volontario al Col di Lana. Riformato iniziai la mia marcia artistica, sempre più celere fino ad oggi..».

Fortunato Depero: una “carriera” piena di alti e, molto più spesso, di bassi.

Anche se di fronte a ogni fallimento, creativo e/o economico, ogni volta lui  inventava e si reinventava. Non c’è infatti campo artistico, tecnica o materiale con cui Depero non si sia cimentato. Una versatilità che dimostrò fin dagli esordi: respinto dall’Accademia di Belle Arti di Vienna, e dopo aver lavorato come decoratore nell’Esposizione Internazionale di Torino del 1911, tornò a Rovereto come apprendista dal marmista Gelsomino Scanagatta e in questo periodo si occupò perfino di progettare lapidi funebri, scoprendo la sua passione per la scultura.

Nel 1913 Depero pubblica il suo primo libro, Spezzature,

una raccolta di componimenti poetici, di prose, di pensieri e di disegni: un coacervo di sensazioni e di allusioni tra Simbolismo e Futurismo con velati accenti di Cubismo, come ci conferma questo passo: «Ed or un frammento di me, del mio ritratto: blocco multi-facettato, più specchi che riflettono la mia faccia». Nell’autunno 1916 entra in contatto con Sergej Djagilev, il fondatore della compagnia dei Ballets Russes, e si aggiudica la realizzazione dei costumi per il balletto Le chant du rossignol di Stravinskij. Secondo lo stesso Depero «fu strabiliante sorpresa, da impazzire di giubilo», quando il primo ballerino Leonide Massine, provò davanti allo specchio le sue stravaganti creazioni.  

«Vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione…», si legge nel programma futurista sottoscritto anche dal giovane Depero. Che nei primi anni sembra davvero lanciato verso il successo, specialmente dopo la nascita del laboratorio artigianale in cui realizzava tarsie, arazzi, cuscini e altri oggetti d’arredamento, una variopinta Casa d’Arte che (come si legge nel libro La casa del mago, edizioni Charta per il Mart di Rovereto,1992), «era cresciuta a dismisura rispetto anche alle più rosee previsioni dei secondi anni Dieci, anche se si era basata non su un preciso programma di produzione ma sul suo estro artistico e creativo, fuori da qualunque logica imprenditoriale, in questo del resto sulla scia di quasi tutte le case d’arte futuriste italiane…». 

Al suo fianco c’è e ci sarà sempre la moglie Rosetta Amadori, preziosa collaboratrice, manager, musa e compagna di una vita.

Lo stesso Depero la descrive così: «intenta al telaio a imbastire e cucire i primi arazzi… (e io che) saltello di gioia, sprizzo di allegria, persuaso di aver trovato la pratica soluzione di un insospettato avvenire redditizio. Mi rivolgo verso l’ampio azzurro mediterraneo e tirando un grande sospiro… prometto profeticamente di saper trasformare in avvenire le pezzuole degli scampoli policromi in seducenti banconote da cento e da mille». In realtà le cose negli anni successivi non andarono così lisce, nonostante i mille tentativi per emergere.

Nel settembre 1928 la coppia parte per New York.

E anche qui l’aiuto di Rosetta, che imparò inglese e francese per riuscire a mantenere costanti contatti con committenti e colleghi stranieri del marito, si rivelò fondamentale. Una donna che scelse di sposare completamente la causa artistica dell’uomo amato e che ne diventò importante braccio destro nella realizzazione materiale di quei cuscini, panciotti ed arazzi futuristi che rappresentano il nucleo maggiormente rappresentativo della cifra stilistica di Depero e che evidenziano ancora una volta come la sua ricerca fosse assolutamente personale ed unica.

A New York Depero sforna centinaia e centinaia di bozzetti, collabora con le maggiori agenzie pubblicitarie e con le più diffuse riviste di moda, grafica e letteratura.

Quasi sempre riesce ad imporre il suo stile, le sue creazioni, come nel caso di Vanity Fair, oppure di Movie Makers, o ancora di Auto Atlas. In altri casi, invece, come nei bozzetti per Vogue è costretto a scendere a compromessi. Ma il Depero che, dopo due anni di dure battaglie per riuscire a sbarcare il lunario, torna in Italia non è più lo stesso di prima. L’esperienza americana lo ha profondamente cambiato, togliendogli quello slancio vitalistico verso il futuro che lo aveva sempre sostenuto. 

Tornato tra i suoi monti trentini, Depero ritrova il contatto con la realtà, con la concretezza, con i valori della terra e della famiglia.

Ma la sua innata allegria è come raffreddata e il suo isolamento dal contesto nazionale si fa sempre più marcato, finché, anche per motivi alimentari (oltre che per ingenua, ma sincera, convinzione) si ritrova a lavorare per corporazioni e apparati del regime, oltre che in campo pubblicitario per tanti committenti come Campari. Durante la Seconda guerra mondiale si ritira in alta montagna, in una baita di Serrada di Folgaria, e nel 1943, nel tentativo d’ingraziarsi i gerarchi locali per ottenere qualche commessa, pubblica A passo romano, una raccolta di liriche “guerriere” che, con pessimo tempismo, anticipa di pochi mesi l’armistizio dell’8 settembre. Quel pamphlet, dettato più da ragioni alimentari che politiche gli sarà poi continuamente rinfacciato, specie da chi, all’arrivo degli americani, cambiò velocemente la camicia sostituendo quella nera con una rossa.

Depero tenta allora ancora una volta la via dell’America,

per cercare di pubblicizzare il nuovo materiale da lui utilizzato, il “buxus” (un materiale che ricicla sottoprodotti di lavorazione, usato per impiallacciare i mobili in tempi di autarchia), ma ritrova una New York quasi ostile, chiusa al Futurismo. L’inverno 1947/48 fu uno dei più freddi e nei primi mesi Depero non aveva trovato neanche un alloggio, sia perché aveva pochi soldi, sia perché le vendite erano a “zero”. Per la notte un amico gli aveva messo a disposizione un divano letto nel suo ufficio della ditta Never Rust (“Non arrugginisco mai”!), che produceva letti, parapetti e altri manufatti in ferro. Depero poteva entrare nell’ufficio solo dopo la chiusura e doveva uscire prima dell’arrivo degli impiegati. Durante il giorno gironzolava infreddolito per la città in cerca di qualche cliente. Alla sera, quando stanco e sfinito, tornava a riscaldarsi in quel piccolo rifugio, il nome della ditta gli sembrava persino ironico nei suoi confronti. Per fortuna nella primavera del 1948 lo raggiunse la moglie Rosetta e i due si trasferirono a Mary Hall, nell’area di New Milford (Connecticut), ospiti nella villa della moglie (italiana) di William Hillman, l’addetto stampa del presidente degli Stati Uniti, Truman, che aveva messo a loro disposizione il loro elegante cottage. Là, immerso nella pace agreste, ritrova la serenità e lavora moltissimo. 

Nel 1949 i Depero tornano in Italia e l’anno dopo l’artista  lancia il Manifesto della pittura e plastica nucleare.

Sono anni difficili, di polemiche e scarsi riconoscimenti, superati solo grazie all’aiuto di Remo Albertini, allora Presidente della Provincia di Trento, che commissionò e difese, agli occhi di amministratori pubblici e cittadini contrari, la progettazione della Sala del Concilio della Provincia Autonoma di Trento di cui Depero realizzò il grande allestimento e l’arredo tra il 1953 e il 1956. Nei suoi ultimi anni l’artista si dedica alla realizzazione del primo museo futurista in assoluto, concepito come casa-museo, parzialmente inaugurato nell’agosto del 1959, quando lui era già minato da un male incurabile. Poco più di un anno dopo, Depero se ne andava senza clamori, amareggiato da una consapevolezza: che un artista andrebbe valorizzato mentre è in vita e non dopo la morte. Alla sua città lasciava un patrimonio di oltre tremila opere chiedendo però l’impegno di valorizzarlo in futuro. Aperto al pubblico solo nel 2009, oggi il Museo Depero è parte della rete museale del MART Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto e Trento.

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