FEDERICO FELLINI il cibo, le donne & il sogno romagnolo

Federico Fellini«Se Federico appoggiava la forchetta sul bordo del piatto di spaghetti, non si sa come ma un frammento di sugo schizzava sulla sua cravatta. Giulietta gridando buttava gli occhi fuori dalla testa. Ma arrivò anche qualcosa di peggio: Una mattina, mentre stiamo per uscire dal Bar Canova in Piazza del Popolo, un cameriere appoggia sul banco un cesto di rosette sul banco. Siamo pieni, non abbiamo per niente fame, ma la mortadella è il sapore della nostra infanzia. Ne compriamo una per due. Mentre cerca di spezzarla, un rettangolo di grasso vola in alto e cade sulla schiena di Fellini. Andiamo subito a casa sua per consegnare la giacca alla donna di servizio, ma troviamo Giulietta che subito grida: “Sei il primo uomo al mondo che si unge anche la schiena!”. Federico siede con aria mesta vicino a lei e dice sottovoce: “Però c’è sempre soddisfazione a essere primo”».

Tonino Guerra

 

Fellini era proprio quel che si dice un amante della buona tavola. Gli piaceva ripetere un aforisma di Baudelaire “chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”, e amava il sapore genuino del Sangiovese. Beveva poco, ma quel bicchiere di vino doveva essere rosso. Preferiva i sapori semplici, i cibi casalinghi della tradizione; al ristorante andava su tutte le furie se lo facevano attendere fra una portata e l’altra. Gli piaceva ordinare le tagliatelle, dopo una rapida consultazione con il cameriere, per poi trovarle troppo rosse o troppo sottili e concludere che “sono sempre meglio quelle preparate a casa”.

Era regista anche a tavola. Decideva lui il menu per tutti i commensali. Fra un piatto e l’altro, parlava di tipi strani, di favole, di sogni, di notizie curiose e di donne.

Amava tanto le donne, Fellini. La sua casa era governata da quote rosa, e le tre donne fondamentali della sua vita hanno tutte cucinato per lui.

La mamma Ida Barbiani, romana di sette generazioni, ottima cuoca, aveva educato i suoi figli Federico, Riccardo e Maddalena al piacere della buona tavola. Essendo il papà Urbano commesso viaggiatore di generi alimentari, sulla loro tavola non mancava mai del buon Parmigiano reggiano, dell’olio d’oliva e un fiasco di Sangiovese. Del ricettario gustoso della mamma, Federico adorava le polpettine di bollito con l’uvetta sultanina, il polletto alla cacciatora e la ciambella.

Giulietta, emiliana doc, nata a San Giorgio di Piano in provincia di Bologna, era una gourmet eccezionale. Per il suo Federicone cucinava sempre quantità industriali di minestrone, tagliatelle al ragù e pollo alla diavola. Soprattutto era bravissima a fare la moltiplicazione dei pani, dopo la solita telefonata alle 21 “Giuliettina non siamo in quattro stasera ma quindici…”

Dulcis in fundo, le ricette della sorella Maddalena; bastava solo sedersi alla sua tavola e ritrovare come per incanto tutti i profumi dell’infanzia della Romagna. Lui la chiamava sinfonia di sapori.

Siamo nella terra del padre della cucina italiana, quel Pellegrino Artusi che ha realizzato l’Unità d’Italia mettendo per la prima volta – nero su bianco e l’una accanto all’altra – ricette di varie tradizioni regionali. Con Artusi, un altro celebre promotore della cucina romagnola, Giovanni Pascoli, dedicò alla piada una poesia celebrando la semplice gioia della preparazione domestica del  pane, così come l’aveva visto e vissuto nella sua “Romagna solatia, dolce paese”.

La Romagna si presenta come un quadrilatero abbastanza regolare, con i suoi confini che spaziano fra il mare Adriatico e il crinale dell’Appennino. Rimini, la città di Fellini, durante la Seconda guerra mondiale, fu la città più bombardata dopo Montecassino: rasa al suolo, tranne un solo borgo. I riminesi si rimboccarono le maniche e la ricostruirono.

Da qualcuno viene definita “Lo scarto delle Marche e il rifiuto della Romagna”, ma forse, per questo loro essere così anomali, i riminesi sono particolarmente simpatici. Un po’ ruvidi al primo impatto, come le tele che le nonne tessevano in casa e su cui stampavano spighe di grano e grappoli d’uva a ruggine, dopo poco si sciolgono e diventano teneri come lo sguardo di Fellini quando parla del circo, il mondo che ha sempre amato e favoleggiato e raccontato con la storia di Zampanò e Gelsomina. Riesce talmente a personificare l’immagine dell’artista girovago e dei suoi sentimenti al punto che La strada conquista il premio istituito per la prima volta proprio nel 1957, l’Oscar per il migliore film straniero.

Come tutti i romagnoli, Fellini è attaccatissimo alla sua terra. Caparbio e cocciuto, ne respira i racconti e li trasmette nelle sue vignette, nelle sue sceneggiature, nelle sue storie. In fondo, La Romagna è un paesone, in cui lo sfottò campanilistico diventa argomento di chiacchiere ai tavoli delle trattorie, o ad un tavolo di famiglia, in una casa in cui la tradizione sta sempre a capotavola. Come nel pranzo di Amarcord, ad esempio, in cui, come a casa Fellini, sono le donne a governare. La figura della “arzdòra”, in Romagna, ha qualcosa di mitologico, di ancestrale. Tiene le chiavi della dispensa e della cassa ben attaccate alla cintura della gonna, e non le perde mai di vista. Dispensa consigli, scapaccioni ai figli scavezzacollo e punizioni anche a distanza di tempo a mariti fedifraghi; non lesina il cibo a chi lo chiede, né farina da aggiungere all’impasto delle tagliatelle. Sa dosare aiuto e affetto, come gli ingredienti di qualche buon piatto, in pentole grandi come quella di Amarcord, per il cui trasporto è necessario l’aiuto della procace domestica. Non importa se  l’arzillo nonno della famiglia, un po’ perché “ci è” o un po’ perché “ci fa”, quando la bella Mirandolina passa accanto a lui o si sporge, allunga gli occhi e la mano.  La “arzdòra” di casa saprà bene come comportarsi e come punire gli affronti. Nei confronti di  tutti i maschi di casa. I pantaloni, a portarli è lei.

Come succede agli uomini romagnoli della tradizione, ai “vitelloni” dopo la stagione turistica degli anni del boom, i “maschi” per Fellini hanno spesso gli occhiali rotti per vendetta dalle proprie compagne, come accade al risveglio dal sogno del signor Snaporaz, interpretato da Marcello Mastroianni ne La città delle donne del 1980. Non si sa se in sogno o nella realtà, ma l’avventura con l’affascinante compagna di viaggio in treno e l’onirico viaggio al raduno delle femministe, si conclude a casa, davanti alla propria moglie, e gli occhiali sono rotti per davvero.

Fellini e la sua tavola. Fellini e le sue donne. Fellini e la sua terra. Sono i tre vertici del triangolo della vita di un regista che concentra in sé la quintessenza delle sue origini.

Cibo, donne e sogni i temi di una tavola metafora della vita, in cui volutamente, come a casa sua durante i pranzi e le cene, non si parla mai di  argomenti come calcio e politica. Meglio le dissertazioni sulla piada, che Pascoli definì “il pane, anzi, il cibo nazionale dei romagnoli”.

Un vecchio detto romagnolo recita che “ogni donna fa la piada a suo modo”, e certo ogni donna, per essere tale, una volta doveva saper fare la pasta e tirare la sfoglia con tante uova, dorata e tonda come la luna. Tonda come le forme della Gradisca di Amarcord o di Anita Ekberg mentre fa il bagno nella Fontana di Trevi ne La dolce vita.  Luna magnetica che Fellini amava incondizionatamente, popolata com’era dalle sue visioni di artista geniale e fantasioso, generatrice di sogni e ricordi, dilatati in uno spazio temporale a volte indefinito e a volte riconoscibilissimo, perché presente. E chi non crede ai sogni e all’immaginazione è un patacca come dicono i romagnoli a chi non è dotato di arguzia e sagacia, a chi non è troppo “sveglio”, insomma. Succede anche ai ragazzini che nell’episodio della neve e il pavone in Amarcord si rifiutano di credere a quella creatura dalle piume colorate che vola in mezzo alla bufera… ma in fondo, alle favole credono un po’ tutti. È la tavola con i suoi sapori, poi, a riportare tutti sulla terra.

 

Daniela Bartoli*

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.

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