EvitaSuccede ogni 26 luglio, il giorno della sua morte. Milioni di persone non trattengono le lacrime quando la tv ricorda la sua figura, mentre i più giovani restano affascinati dalla sua storia. Eva Duarte Perón, la mamma di un’intera nazione, l’imperatrice, la santa. E oggi, dopo i continui disastri finanziari degli ultimi anni e una classe politica che non riesce a ispirare fiducia, il rimpianto è ancora più struggente. 

Populista fino al midollo e tra i responsabili dello sperpero di denaro pubblico – una delle principali colpe del governo peronista – Eva è stata amata incondizionatamente. E sicuramente da lei gli argentini accetterebbero oggi i sacrifici che i politici e i tecnocrati non riescono a imporre.

Per qualche anno porta soltanto il cognome della madre, Ibarguren, soltanto più tardi è riconosciuta dal padre e diventa Eva Maria Duarte. Un’infanzia misera, povera, infelice, ma questa ragazzina è bella: mora, magra, alta, affascinante.

E molto inquieta. La povertà può annichilire, ma la sua audacia e la ferrea volontà la conducono verso una voglia di riscatto. A 16 anni scappa di casa e raggiunge Buenos Aires con un chitarrista che le prospetta il successo nel mondo dello spettacolo. Eva ci prova e non ha paura di sporcarsi le mani e piegare la schiena: fa la sguattera, la cameriera, la commessa per pagarsi da vivere e aspettare l’occasione giusta. Ottiene qualche piccola parte in film di scarsa qualità, poi approda alla radio.

Sono i primi anni Quaranta, in Italia c’è il fascismo e il colonnello Juan Domingo Perón, ambizioso militare di carriera, è un ammiratore di Benito Mussolini. Perón è sicuro che quel modello di politica guarirebbe i mali della sua Argentina, che vive un momento difficile, con deboli strutture istituzionali e gravi tensioni sociali.

Nel 1943 il colonnello Juan, vedovo, e la giovane Eva incrociano le loro strade ed è amore a prima vista. Lei crede in lui, avverte la passionalità del progetto di riscatto per i milioni di poveri in cui s’identifica: lei è una di loro, li capisce e vuole aiutarli a trovare un posto nella società.

Così il matrimonio d’amore si trasforma rapidamente in un patto politico.

È qui che Eva Maria lascia il posto a Evita, che diventa l’eroina dei descamisados, dei diseredati, dei poveri. È giovanissima, ma è già mamma di tutti i disperati.

Sconfitto in Europa, il fascismo riappare così sull’altro lato dell’Atlantico. Perón crea, secondo schemi d’ispirazione fascista, uno Stato assistenziale in cui i lavoratori godono di previdenze che non avevano ottenuto né sotto il regime degli oligarchi né sotto quello dei radicali. È in questo governo che emerge una figura di un informale ministro del Lavoro: è Eva Duarte Perón, ex attrice, mediocre, con una cultura modesta ma una straordinaria capacità di capire le masse, che ha perfettamente compreso l’importanza della radio. La sua trasmissione quotidiana sul canale nazionale si trasforma in un pulpito politico.

Il popolo la venera e la vuole bella, ricca, ornata di gioie. Anziché suscitare irritazione e sentimenti di rivalsa sociale, i suoi abiti lussuosi e i suoi gioielli sono esattamente ciò che la plebe argentina desidera vedere sulla sua persona, quasi che Evita fosse profeta della resurrezione popolare. È femminista anzitempo: è grazie a lei se le donne argentine hanno il diritto di voto e un nuovo status politico.

Quando la coppia si affaccia al balcone della Casa Rosada, le folle oceaniche salutano solo lei, gridando «guapa!, guapa!». Evita è davvero bella, anche se è una giovane donna fragile, investita da un compito che le sue strette spalle di ex povera provinciale, non possono reggere a lungo.

Il programma di Perón non piace a tutti i militari che stanno al potere, così nel settembre del 1945 si dimette e il 13 ottobre è arrestato. L’esposizione in piazza del guardaroba di Evita a opera del nuovo governo, nel tentativo di denigrarne l’immagine, non ottiene il risultato auspicato: anziché scandalizzare suscita ondate di nostalgia e di venerazione.

Quei gioielli sono l’equivalente degli ex voto che i fedeli appendono sulla statua della Vergine “per grazia ricevuta”.  Evita non molla: prende il megafono, incita le folle, chiama a raccolta i descamisados sotto Plaza del Mayo che costringono gli stessi generali che avevano arrestato Perón a restituirlo al suo popolo.

Il partito le chiede di candidarsi alla vicepresidenza ma l’opposizione e i militari fanno pressioni su Perón perché ciò non avvenga. Ci pensa lei stessa a ritirarsi, consapevole ormai che la debolezza che la tormenta non è causa solo all’enorme carico di lavoro. La Primera Dama l’ha capito prima degli altri: sta morendo.

Soffre di dolori allo stomaco: inizialmente si pensa siano dovuti al suo cattivo rapporto con il cibo (mangia pochissimo) ma poi i medici scoprono che si tratta di un tumore all’utero in stato avanzato. Evita rifiuta di farsi operare: «Non voglio rimanere a letto quando intorno a me c’è così tanto da fare, quando c’è tanta gente che ha bisogno» dice.

Muore all’età di trentatré anni (ebbene sì, come Cristo) e pare che poco dopo in Vaticano sia arrivata una proposta di beatificazione. D’altra parte gli appellativi che hanno accompagnato il suo nome (martire del lavoro, santa protettrice, cielo degli umili, sole dei vecchi, buona fata dei bambini, quintessenza dei sentimenti) e la liturgia popolare che è sorta intorno alla sua persona la giustificano.

La notte in cui Evita muore, la piazza è stracolma di gente: una folla di disperati piange la sua paladina, fondendo le sue lacrime con la pioggia che scende impietosa su un Paese in lutto. Lutto che porta ancora oggi.

La storia di Evita continua a essere straordinaria anche dopo la sua morte. Per evitare che il corpo imbalsamato diventi oggetto di culto, i militari fanno irruzione nei locali della Confederazione sindacale, dove la salma è custodita e sequestrano il feretro.

La bara, dopo essere rimbalzata tra basi militari, caserme, rifugi segreti, è spedita in Italia con un falso certificato di morte intestato a Maria Maggi De Magistris. La salma viene sepolta a Milano, nel cimitero Maggiore, dove resta sino al 1976, quando torna a Buenos Aires.

Evita è più viva che mai, in Argentina le sono dedicate vie, strade, piazze, città, provincie, sedi istituzionali, biblioteche. E La razón de mi vida, la sua autobiografia, è testo obbligatorio nel sistema scolastico. Perché il popolo argentino spera che un giorno o l’altro qualcuno sappia raccogliere la sua eredità, quella di una donna straordinaria che col suo amore fece risorgere una nazione.

Luca Pollini

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