ERNESTO GUEVARA L’invidia del “Che”

«…ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli

gli eroi son tutti giovani e belli

gli eroi son tutti giovani e belli…»

(La locomotiva – Francesco Guccini)

Per noi ragazzi del Sessantotto è stata dura, molto dura!

Come state dicendo? La polizia? I fascisti? La rivoluzione? Ma no, ma no, si sta parlando di sentimenti, si sta parlando di ragazze.

Eh sì, provateci voi… provateci voi ad avere sedici anni, la vita che ruggisce nei calzoni, gli ormoni tutti in fermento, un giro di ragazze bellissime, che scoprono la libertà, anche sessuale, che scoprono le minigonne, che scoprono come diventare belle, come essere belle sia fuori che dentro. Una meraviglia, vero? Un accidente!

Avrebbe potuto essere bello, se non ci fosse stato lui.

Lui chi, vi chiederete? Ernesto Guevara de La Serna Lynch o, come si diceva piuttosto in sintesi, il Che.

Che cosa ha fatto di male questo pover’uomo? Niente.

Esisteva.

Esisteva in contemporanea a noi. Anzi, poco prima di noi. E ci faceva ombra.

Provate voi, a combattere contro un mito. Siete perdenti, sarete per sempre perdenti.

Che Guevara era bello, così bello che prima hanno inventato lui e poi hanno inventato i manifesti per potercelo mettere sopra. Così bello, che non c’era ragazza che non appendesse in camera un suo poster E poi, sotto quel poster, indulgeva a pratiche … che è meglio non dire.

Vi ricordate? Era l’epoca di «col dito, col dito, orgasmo garantito».

Il Che era bello, rivoluzionario, intelligente, gentile, sorridente, guerrigliero, fotografo, scrittore, medico (lui aveva pure studiato, io arrancavo tra una selva di due e di quattro sui banchi del liceo), poco attratto dalle cariche pubbliche e dagli onori, persino poeta (senza perdere la tenerezza) e infine possedeva una moto (la Poderosa) con cui aveva attraversato l’America intera. Per dirla proprio tutta, io nel ’68 non avevo neanche la bicicletta.

«Crocifisso con puntine sopra i muri delle stanza,
sopra i muri di tutti noi
E sorride, sorride fra un cantante,
fra un cantante e un calciatore
Porta ancora barba lunga, barba lunga
e capelli e capelli da profeta
Sorride, sorride
Sorride soddisfatto, lui sa
Ne hanno fatto le magliette
Han stampato i manifesti
Ne han venduti proprio tanti.
Ne hanno fatto le magliette
Han stampato i manifesti
Ne han venduti proprio tanti».
(Gesù Cristo – Claudio Rocchi)

Brutta cosa l’invidia! Ma lo sostiene solo chi non l’ha provata.

Eravamo in epoca di “invidia del pene” e la nostra pena era “l’invidia del Che”.

Sì, ne hanno fatto le magliette e ne hanno stampato i manifesti e ne hanno venuti proprio tanti. La foto Guerrillero Heroico di Albert Korda vanta il record di essere considerata lo scatto più famoso di sempre. Più della foto di Gesù, se ce ne fosse una (la Sacra Sindone non vale).

Era argentino, quando io al tempo andavo al massimo in Corso Buenos Aires (che peraltro chiamavo, come tutti i milanesi, “corso Buono Saire” o “buenasia”), era dei gemelli, ma forse anche del toro (non si sa se sia nato il 14 giugno o il 14 maggio), soffriva d’asma e giocava a scacchi e a rugby e imparò a sparare con la pistola a cinque anni.

Non con le Superbum o con la pistola Susanna come me alla sua età, lui sparava davvero.

Da giocatore di rugby assunse il soprannome di Fuser, contrazione di “Furibondo Serna”, il suo grido quando partiva all’attacco. Insomma, le aveva tutte per conquistare una porzione indelebile nell’immaginario collettivo. E in quello femminile in particolare.

“E se vale la pena rischiare, io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore”
“Vale la pena lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere”
“Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso. Siamo disposti a dare la vita per quello in cui crediamo”
“Il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi”
“Quando si sogna da soli è un sogno. Quando si sogna in due comincia la realtà”
(Frasi di Ernesto Che Guevara)

Lasciamo perdere le altre qualità.

Ma il Che mi distanziava su tutta la linea, per quanto cercassi di tenermi al passo. Sì, provavo a scrivere. Sì, partecipavo alle manifestazioni. Sì, ero di sinistra. Sì, è vero, facevo anche fotografie. Ma finiva tutto lì. Non ho mai giocato a rugby …

E poi, chi non era di sinistra allora? Oggi nessuno, ma allora tutti.

Insomma nessuna donna ha mai avuto il mio poster appeso in camera. Nemmeno una fototessera. E così, quando ci provavi con le ragazze, capitava sempre più spesso che lei ti dicesse: «…eh, ma Che Guevara…». Credetemi, una lotta impari.

Adesso non dico che la Bolivia mi abbia fatto contento. Sarebbe troppo. Ma da lì la risposta alla frase «…eh, ma Che Guevara …» era: «Sì, ma io sono vivo!».

Vittoria di Pirro: da lì a poco sarebbero arrivati Rudi Dutsckhe, Daniel Cohn Bendit, Jerry Rubin, i grandi miti del rock, Robert Redford e altri poster avrebbero riempito le pareti delle stanze di quelle ragazze.

Non solo, ma nel mio liceo, il Berchet, negli stessi anni in cui lo frequentavo io, ci andava Andrea De Carlo, lo scrittore, che all’epoca era il ritratto sputato del Che. Inutile dire che quando prendeva la parola in assemblea potenzialmente volavano decine di mutande verso di lui e quando passava per i corridoi tu diventavi del tutto trasparente agli occhi delle tue interlocutrici. Ho cercato di suggerirgli un viaggio in Bolivia, ma invano. Tutto sommato era meglio avere a che fare con Che Guevara!

«Era mezzogiorno e tu non c’eri
un bambino piangeva nel silenzio
Fuori c’era il sole e caldi odori
e parole antiche di soldati
Oggi ti ricorda la tua gente
Cuba viva sotto il sole
La sierra che ti ha visto vincitore
Addio addio
chi mai ti scorderà
Addio addio
anch’io ti ricorderò».
(Anch’io ti ricorderò – Sergio Endrigo)

 

Giorgio Maimone

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