EMILIO SALGARI Sandokan ha sangue di provincia

sandokan, salgariPrendete la piazza delle Erbe, in un giorno d’agosto. Mettete quel cielo che sembra arrampicarsi lungo la torre dei Lamberti, sfiorando la maestria degli affreschi nel Palazzo Mazzanti, su, fino ai merli che costeggiano un leone in pietra che riprende il simbolo della Serenissima. E lì, a un tavolino qualunque, con tanto di cappello, baffi arricciati a dovere, panciotto, cravattino, bastone, osservate quel gentiluomo di Verona che, annoiato, s’affretta a caccia di pensieri e immaginazioni. Lui che di carriera doveva fare il capitano di vascello, ma s’è scelto il giornalismo. Almeno per far cassa, che il suo mestiere è raccontare.

Se a tutto questo aggiungete una punta di implacabile frenesia, il desiderio che abbranca le vesti, e una sottile rabbia preveggente come di chi già sa che non otterrà tutta la fama che merita, la miscela diventa esplosiva. E sbalza, inciso nel metallo d’una litografia d’epoca, il profilo di Emilio Salgari, demiurgo in chiave popolana dell’altissimo “fattore e padre di questo universo” citato nel Timeo platoniano.

Quest’artefice in carne e ossa ha per prole (narrativa) Sandokan, la splendida Jolanda, e tutta la schiera di pirati e corsari che hanno fatto venire i calli agli indici di intere generazioni, nella foga di girare la pagina, e assorbire la forza e il coraggio del più irresistibile di tutti i mondi lontani d’inizio secolo (il XX).  E la miscela esplosiva per combattere, all’arrembaggio, ogni noia di provincia.

La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversa sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo.

Basta quest’attacco de Le Tigri di Mompracem. E ogni altra cosa scompare.

La matrice d’inizio, d’ogni isola e taverna, è l’aria di questa provincia italiana, dove Emilio Carlo Giuseppe Maria nasce il 21 agosto del 1862. Ha madre veneziana e padre veronese, commerciante, che s’occupa di tessuti e ha negozio nella bella Porta Borsari, dentro le mura.

La vita d’infanzia la trascorre in Valpolicella, tra le colline del vino più pregiato, fino a quando viene inviato a Venezia nell’istituto nautico che dovrebbe istruirlo per diventare capitano.

Ma non era d’indole facilmente addomesticabile, quella sua immaginazione, covava sotto pelle come un morbo o un’ossessione.

A scuola dimostrava svogliatezza, piuttosto “asino” che metodico.

Se ne ritornò a Verona, nel 1881, determinato a fare della sua fantasia un mestiere. E quel mestiere non poteva essere che il giornalista. Presto divenne redattore de L’Arena, rinomato quotidiano locale.

Qualche anno dopo, ogni cosa si alterò.

Morì la madre nel 1887 e il padre, credendosi affetto da una malattia incurabile, si gettò dalla finestra nel 1889.

Tutto da rifare.

Un matrimonio, nel 1891, con Ida Perruzzi, attrice teatrale (e presto folle diagnosticata). Da quel momento comincia una sorta di peregrinare alla ricerca della meta ideale per trovare risposta ai suoi racconti. Ormai già terminati, manca solo l’editore.

Arriveranno dapprima in Piemonte, quindi a Genova, poi definitivamente a Torino, nel 1900, in Corso Casale, prima al civico 298 poi al 205. Di lì può raggiungere in tram la biblioteca civica centrale, roccaforte preziosa di mappe e racconti di viaggi, la linfa vitale della sua produzione.

Che è infinita.

Emilio scrive senza sosta. E ovunque.

“Censite” ottanta opere, più di 200 considerando anche i racconti, ma quello che colpisce è quanti siano i cicli avventurosi, che costruiscono universi a sé stanti, veri e propri mondi autonomi dove i personaggi non si fermano alla carta, ma si radicano a territori particolari e nuovi, evocati attraverso i nomi.

Ma quei nomi non sono geografia, piuttosto una parola d’accesso magica, una formula per iniziati cui viene accordato il privilegio dell’avventura eccezionale.

Quattro i cicli “maestosi”: pirati della Malesia, Corsari delle Antille, Corsari delle Bermude e Far West. Poi gli altri, chiamati minori: Capitan Tempesta in pole position, poi le Avventure in India, Avventure africane, Avventure in Russia, quelle in Papuasia.

Nessun luogo lontano lontanissimo manca dalla carta di Salgari. Forse perché a lui bastava questo, andarsene appunto lontano lontanissimo.

La vita è ben più difficile di quanto avesse atteso. La moglie viene diagnosticata folle, ci sono problemi economici, tanti figli da crescere, sfamare, debiti da pagare. La vita è grigia e soffocante a tratti, dimentica lo smalto incandescente dell’alba sul mare, la forza del vento che saetta, le voci che si perdono, intrecciano altre cadenze. Hanno smania di conquista.

Lì almeno sa d’essere un grande. Un grande tra grandi, grandissimi. Lì, almeno, non c’è nebbia da togliersi di dosso, o paure, frustrazioni. Lì si gioca il tutto per tutto.

Ci si può scannare, far prigionieri, liberare il demone che è uomo, donna, ragazzino, che è cavallo che morde il freno ma non lo farebbe nella prateria più assolata, perché forse la vita è nata per questo, deragliare oltre quello che ci si aspetta, gettare l’ostacolo sempre più avanti e non guardare indietro. Nemmeno a quelli che “fanno le pulci” ai dettagli, che dubitano, loro, burocrati della sordità, nati senza immaginazione. Dio ci salvi dal pernicioso male d’un uomo nato privo di questa facoltà, meglio senza le braccia, le gambe, persino senza le palle, o il cuore.

Ma l’immaginazione. L’immaginazione è libertà, elevazione.

L’immaginazione crea il mondo. Di più anzi, perché è l’impronta della realtà che avanza, una copia carbone del futuro che sta alle porte.

Ma a principio Novecento, terra ancora dell’ottemperanza al concreto, questa abilità veniva relegata nello spazio del sogno, del divertissement.

Troppo impalpabile per darle retta.

Non è un caso allora che si sia parlato troppo a lungo di letteratura per ragazzi.

Certo, le critiche a lui mosse circa la mancanza di attendibilità dei suoi racconti, la sferzante accusa di non essersi mai mosso dallo scranno d’una biblioteca pur parlando dei mari più esotici, e quel dito puntato contro la verità del narrare, sono diventate oggi carta straccia, buona per una filologia di facciata che anziché apprezzare i meriti, scandagli i segugi a caccia di demeriti.

Insomma importa davvero a qualcuno?

Dodici bocche da fuoco, dodici caronade, sporgevano le loro nere gole dai sabordi, minacciando a babordo ed a tribordo, mentre sull’alto cassero si allungavano due grossi cannoni da caccia, destinati a spazzare i ponti a colpi di mitraglia.

E così, con I Filibustieri della Tortue, primo capitolo de Il corsaro nero, ce ne partiamo illesi, felici di non farci altre domande se non: come andrà a finire?

Rimuovendo, non se ne abbiano a male gli ottusi, quella smania di autenticità che pare riconduca dritta dritta alla mancanza d’immaginazione di cui s’è fatta menzione all’inizio.

Silvia Andreoli

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