DOTTOR JEKYLL O HYDE Chi vince davvero?

A rivelarlo alla fine è stata la scrittura. La grafia, per la precisione. Che quella è carta d’identità che non mente. Un po’ come gli occhi, e i sogni anche.

E dai sogni Jekyll s’è fatto prendere la mano. Sogni di superare i limiti forse, o esplorarli, di svelare, o divellere, quel muro – fatto di consuetudini, regole, abitudini – che separa luce e buio, giorno e tenebre, bene e male.

Ma davvero possiamo contare su una scissione? O invece, come fa il buon dottor Jekyll del lungo racconto di Robert Louis Stevenson, Lo strano caso di dottor Jekyll e Mister Hyde, a un certo punto con quel lato oscuro di sé i conti sono inevitabili, e non sempre il bilancio rassicura.

Nemmeno nel 1886, quando il testo va in stampa.

All’epoca Stevenson è già noto grazie a L’isola del tesoro, pubblicato tre anni prima e subito accolto con grande attenzione. Il denaro però comincia a scarseggiare, nemmeno la salute va benissimo. Lui, che con la moglie e il figliastro, soggiorna ora a Bournemouth, in una grande e isolata casa, la Skerryvore House, capisce che è tempo di rimettere mano all’inchiostro. L’idea la porta una notte un sogno.
In tre giorni Stevenson redige la trama di quello che diventerà un thriller e, com’è consuetudine, lo passa alla moglie perché lo legga. Presto fatto. Il testo viene diffuso a dicembre del 1885 in edizione economica, poi a gennaio del 1886 in volume. Ottima risposta del pubblico.
Non dal suo autore, invece, che bruciò il manoscritto determinato a riscriverlo completamente.
C’era troppo di sé dentro forse, troppa verità sull’umano dibattersi, quello che portò Ulisse, secondo Dante, all’Inferno, Canto XXIV:

«Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza”.»

 Eppure quella storia davvero convince.

Convince il mite dottor Jekyll, stimato londinese di amicizie colte e pacate, che si fa d’un tratto rapire da quella febbre di canoscenza che non verso terre lontane spinge, a fine Ottocento – quando ormai del globo tutto è stato conquistato – ma dentro le pareti di carne e ombre di quella mente umana troppo umana, che sfiora l’onnipotenza e il divino. Così nel laboratorio della sua casa prova, testa, inventa e lo fa su di sé, creatura e creatore, Pigmalione della propria stessa persona.
«Dovete permettere che io segua il mio oscuro cammino»
scriverà Jekyll.
«Mi sono tirato addosso una punizione e un pericolo che non posso neppure nominare. Se sono il primo dei peccatori, io sono anche il primo a soffrire. Non pensavo che questo mondo fosse in grado di contenere sofferenze e terrori tanto innominabili». Eh già, appunto.

La metamorfosi gli sfugge di mano, come solo sanno fare le invenzioni potenti. E intorno gli amici, il notaio Utterson, il dottor Lanyon, il fedele maggiordomo Poole, s’arrovellano nel cercare di comprendere che cosa gli accada. Non è più l’isola del tesoro questa, ma Londra.
Una Londra di cappotti lunghi, carrozze, nebbie, ombre scure. Un luogo molto abitato, per quanto pieno di solitudini, isolato e affollato al tempo stesso.
E lì si consumano riti sociali, fughe, sogni grandiosi, terrori anche, limiti da sfidare.
L’epilogo non potrà essere che drammatico.

«La potenza di Hyde pareva crescere, insomma, con la debolezza di Jekyll.»

Una saga che poi si è ripetuta all’infinito.
Un dramma che Frankenstein ha tenuto in sé, ma con una responsabilità minore, perché non s’era fatto creatore di sé stesso. Aveva invece subito l’altrui decisione.
La differenza insomma sta lì: nella paternità – o maternità, nella genesi, ecco.

Jekyll vs Hyde sembra oggi raccontare il dilemma moderno, lo scontro tra padri e figli, che fronteggiano un mondo mica troppo rassicurante, di cui i primi soltanto però si sono fatti paladini e inventori un po’ folli, mettendo i secondi – che non omettono di rinfacciarlo… – in questa strana giostra che è la vita quotidiana.
E allora questa metafora dell’ombra e del buio, del bene e del male, della lotta tra istinti e ragione, che tanto porta la firma dello scavallamento tra Ottocento e Novecento, ecco che sembra trasformarsi qui, ora, in questo 2019 che avanza, in una parabola di generazioni, in cui l’equilibrio sta in quella specie di fiala che a un certo punto non basta più. Un po’ veleno, un po’ pozione magica.

Né sappiamo se andrà come il gothic noveldi Stevenson, la cui conclusione non lascia spazio ai dubbi.
Jekyll muore, per mano di Jekyll stesso.
E Hyde che farà, dunque, senza il suo nome?

Tu quoque, Brute, fili mi! Ma questa (forse) è un’altra storia…

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