DOSTOEVSKIJ di trasloco in trasloco


dostoevskij«Un essere che s’adatta a tutto: ecco, forse, la miglior definizione che si possa dare dell’uomo».

Così scrive Fëdor Dostoevskij nel romanzo filosofico e semi-autobiografico “Memorie dalla casa dei morti” del 1861. E lui, che aveva scontato quattro anni di esilio in Siberia per il suo coinvolgimento nel Circolo Petrashevsky (un gruppo progressista di oppositori dell’autocrazia zarista) certamente sapeva tutto sulle capacità di adattamento dell’animo umano. Capacità che sperimentò poi anche per tutto il corso della sua vita, sempre costretto a vagare – per molteplici motivi – di casa in casa e di trasloco in trasloco. Indirizzi e abitazioni che diventano sfondo e scenario dei protagonisti dei suoi romanzi.

Nato a Mosca nel 1821, a soli 16 anni per studiare ingegneria militare (senza alcuna inclinazione ma per imposizione paterna) si era trasferito a San Pietroburgo, città che sarebbe poi diventata la protagonista di tutte le sue opere. Nessun’altra città è più impregnata delle sue storie, dei suoi personaggi e del misto di truculenza, dramma, spiritualità, rottura intellettuale e mistero tipico della sua opera, che si percepisce ancora camminando per le viuzze scalcinate del quartiere Sennaya lungo le sponde del Canale Griboedova, dove si svolgono gli episodi principali di “Delitto e Castigo”; un romanzo che Dostoevskij finì di scrivere in un appartamento di via Kaznacheiskaya.

Sempre inseguito dai debiti di gioco, Fëdor Dostoevskij visse in tante case e in tanti luoghi diversi – non si fermò mai per più di tre anni nello stesso posto – ed ebbe sempre l’ossessione di avere appartamenti ad angolo, con le finestre affacciate su due strade e vicino a una chiesa, in modo da poter ascoltare le campane, una musica che acquietava il suo spirito (per tutta la vita soffrì di attacchi di epilessia).

Una di queste case la si ritrova ancora in Vladimirskij Prospekt 11, in un appartamento con le finestre affacciate su vicolo Grafsky. Qui visse dal 1842 al 1845 e qui scrisse il romanzo “Povera gente”. L’indirizzo più conosciuto è però quello dell’ultima dimora, dove morì nel 1881 qualche mese prima di compiere sessant’anni, tra la Prospettiva Kuznechny e l’antica strada Yamskaya, oggi via Dostoevskij. La casa rispondeva perfettamente a tutti questi requisiti, e oggi, a cento anni dalla Rivoluzione Russa, chi la visita può ancora udire i rintocchi delle campane della vicina chiesa ortodossa di Vladimir che chiamano a raccolta i fedeli come ai tempi dello scrittore.

Nella casa-museo sono state ricostruite le sei stanze in cui Dostoevskij e la seconda moglie Anna Grigor’evna, con i figli Ljubov e Fëdor, si trasferirono nell’ottobre del 1878, per scappare dai ricordi dall’appartamento dove era morto il piccolo Aleksej, una delle tragedie che fecero soffrire di più il tormentato autore de “I Demoni”. Tra i cimeli che vi sono conservati c’è anche il comodo divano inglese dello studio dove Dostoevskij poteva sdraiarsi per un breve riposo tra le interminabili e febbrili nottate durante le quali scriveva “I Fratelli Karamazov”.

L’appartamento si trova al secondo piano e ogni volta che saliva le scale, l’illustre inquilino, già molto malato, doveva fermarsi un momento, per riprendere fiato. Il medico gli aveva proibito di fumare, ma lui rispettava il divieto solo durante il giorno; la sera fumava ininterrottamente quando scriveva, e sul suo tavolo da lavoro c’è ancora la scatola di sigarette che arrotolava con le sue mani nervose mentre rileggeva le cartelle appena scritte.

Sullo scrittoio, l’orologio segna l’ora funesta: le 20,38 del 9 febbraio 1881. Ancora oggi chi visita il suo sepolcro nel cimitero Tichvin del monastero di Aleksandr Nevskij trova visitatori che portano mazzi di fiori freschi sulla sua tomba, circondata di alberi e fiori, con una bella statua che ne riflette fedelmente i lineamenti austeri e lo sguardo profondo.

Dopo la morte del marito, Anna Grigor’evna (autrice di una bella biografia: “Dostoevskij mio marito”) continuerà a pubblicarne le opere e difenderne la memoria. Ma lei stessa finirà come un personaggio dostoevskijano: nel 1917, durante la guerra, ammalata di malaria, senza soldi, digiuna da tempo, mangerà due chili di pane fresco, e morirà sul colpo.

Marina Moioli

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