DOROTHY PARKER Una sarcastica fragilità

Era nata Rothschild, il 22 agosto 1893, a Long Branch. Nonostante la famiglia non fosse quella dei ben noti banchieri, la piccola Dorothy visse un’infanzia e una giovinezza agiata, che decise di abbandonare lasciando il New Jersey per approdare a New York nel 1917, inseguendo il sogno di diventare una scrittrice. Ma all’inizio si dovette adattare, assunta nella redazione di Vogue, a scrivere brevissime didascalie a corredo delle immagini da pubblicare nella rivista.
Frasi del tipo: “Con questo abitino rosa ci scappa di sicuro uno spasimante”.

Che sia questa l’origine della sua brevità narrativa? Nella sua lunga carriera – che la portò, oltre a scrivere per Vanity fair e il prestigioso New Yorker, anche a Hollywood dove lavorò come sceneggiatrice, devastandosi l’esistenza come accadde anche a John Fante – non scriverà mai romanzi, ma solo brevi, perfetti, racconti e caustiche, perfette, poesie intrise di quella ironia, molto vicina al sarcasmo, che la rese celebre come una delle penne più corrosive del suo tempo.

Sofisticata umorista, temutissima critica letteraria e teatrale al vetriolo negli anni Venti e Trenta del Novecento, membro dell’esclusivo circolo della Round Table che si riuniva all’Algonquin Hotel a New York, dove sedevano con lei gli intellettuali, scrittori, giornalisti e attori più famosi dell’epoca,
alcolista per niente anonima, anticonformista e donna libera, Dorothy Parker (il cognome che l’accompagnò fino alla morte lo prese dal suo primo marito, Edwin Bond Parker, sposato nel 1917, da cui divorziò nel 1928) fu spesso in prima linea, pronta a  difendere le cause che riteneva giuste, venendo  spesso derisa da chi la definiva “una comunista con il boa di struzzo” sottolineando le contraddizioni che pur la distinguevano, lei che viveva nel mondo dorato e frivolo della New York intellettuale di quegli anni.  Ma questo non le impedì di sfilare  nei cortei contro la condanna a morte di Sacco e Vanzetti, di sostenere le lotte sindacali dei lavoratori, di partire per la Spagna e diventare corrispondente durante la Guerra Civile e mandando i suoi articoli al giornale di sinistra The new masses, di subire l’ostracismo durante il Maccartismo, ostracismo che le impedirà a lungo di lavorare.

Famosa per le sue battute folgoranti, con le quali riusciva a stroncare e distruggere chiunque, compresa se stessa, per i numerosi tentati  suicidi (mai davvero seriamente messi in atto: prima di tagliarsi le vene o assumere  quantità industriali  di barbiturici ordinava alla cucina dell’hotel dove alloggiava due uova alla Benedict o altro, e immancabilmente il cameriere arrivava in tempo per  salvarla), per i suoi racconti dove metteva alla berlina i tic dell’alta borghesia americana razzista, le sue ipocrisie, le falsità di un mondo che conosceva molto bene, perché ne faceva parte, femminista ante litteram, raccontava la vita delle donne senza indulgenza, ma con vera partecipazione e profondità.

Era conosciuta come la donna più spiritosa di New York, che riusciva con poche battute a mettere tutto in ridicolo, compreso il suicidio, come nella sua poesia più famosa, Resumé:

Razors pain you;

Rivers are damp;

Acids stain you;

And drugs cause cramp.

Guns aren’t lawful;

Nooses give;

Gas smells awful;

You might as well live.

 

Spiritosa anche quando, ormai distrutta dall’alcool e dalla persecuzione politica, nel 1958 andò a ritirare un umiliante premio di mille dollari che l’Istituto Nazionale Americano di Arti e Lettere destinava a “un anziano che abbia continuato a praticare la sua arte con integrità” e nel commentare il fatto che, per la prima volta, il pubblico si fosse alzato in piedi, solo per lei, in segno di omaggio, disse: “Oh, si sono alzati per me? Credevo si fossero alzati per andarsene!”.

 

Eppure la sua vita fu intrisa di tristezza e solitudine, nonostante i molti amori e i molti amici. L’alcolismo, i troppi lutti (sua madre morì che lei era ancora bambina; nel 1912 suo fratello non sopravvisse al naufragio del Titanic e un anno dopo morì anche suo padre; Alan Cambell, il suo ultimo ex marito, si suicidò), i divorzi, gli abbandoni, le traversie politiche, le frustrazioni a cui andò incontro soprattutto lavorando come sceneggiatrice per il cinema, la povertà degli ultimi anni la resero sempre più fragile e sola.

Ultimo paradosso: trascorse i suoi ultimi anni a New York vivendo con un sussidio di 75 dollari alla settimana – cifra che veniva assegnata ai disoccupati –  ma quando la trovarono morta, il 7 giugno del 1967, nella  stanza di un modesto alberghetto dove era finita a vivere, nel cassetto furono trovati assegni per migliaia di dollari mai riscossi. Mantenne la coerenza politica, però, lasciando tutti i suoi beni a Martin Luther King, designato suo unico erede.

Grande, piccola Dorothy, i tuoi occhi da cerbiatta, spaventati e aperti sul mondo, continuano a parlarci dalle fotografie che ci rimangono di te, insieme alla tua splendida scrittura.

 

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