DIEGO ARMANDO MARADONA con gli occhi di un uomo

Diego MaradonaStadio Azteca di Città del Messico, è il 22 giugno e siamo ai Mondiali del 1986. Ora,  andiamo su You Tube e ascoltiamo il cronista uruguaiano Victor Hugo Morales: Diego Armando Maradona sta per diventare il barilete cosmico. Lui, il pibe de oro era appena diventato la mano de dios – ma quanti soprannomi ha avuto, “sto sgorbio celeste”? – segnando all’Inghilterra un gol di mano. La preghiera, dopo la bestemmia.

La seconda rete fu una delle più belle della storia del calcio, sicuramente la più indimenticabile di tutta la storia dei Campionati Mondiali. Quella di Victor Hugo Morales è un poesia modernista, un’improvvisazione lirica sincopata: «genio, genio, genio… quero llorar…barilete cosmico, da que planeta veniste?»  Già, … “da che pianeta sei mai venuto per seminare tanti inglesi… Grazie Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime…”.

Maradona, per via di quel gol divenne oggetto di dispute filosofiche. Per alcuni fu lecito scomodare  il concetto di “giustizia divina” (il gol del raddoppio avrebbe dimostrato  il gradimento del Dio del calcio, che voleva ripagare gli argentini, sconfitti dagli inglesi nella guerra Falklands-Malvinas); per altri – che evidentemente attendevano soltanto un pretesto –  divenne lecito proclamare  l’inesistenza di Dio: perché è che un Dio giusto non avrebbe permesso quel miracolo.

 

Il fatto è che non si può dire e neppure pensare che Maradona mi è indifferente. Nell’ordine, si può o si deve dire che è il genio, il diavolo, l’uomo vero, il capitano, il compagno, lo sciupafemmine, la bandiera. Fan tenerezza i giovani – che fanno sempre tenerezza – quando pensano che Messi, o qualcun altro possa essere meglio di lui. Che forse, a qualcun altro è stata dedicata un’edicola votiva? Passate da Spaccanapoli, e pensate che quel capello deve essere davvero il suo.

Per qualcun altro è stato mai appeso uno striscione accanto al cimitero con su scritto: «E che cosa vi siete persi»? Accadde dopo il primo scudetto vinto dal Napoli, nel maggio 1987.  

Lo straordinario Jorge Valdano, calciatore argentino, poi dirigente e oggi scrittore, nel suo  Il sogno di Futbolandia dice del  suo ex compagno Diego: «Maradona, come allenarlo? … Tu hai mai visto allenarsi un gatto?… Bene, Maradona è come un gatto. Gli basta nutrirsi e riposare per essere il migliore».

 

Maledetto, benedetto Diego. Gli ruppero una gamba a Bilbao, quando giocava nel Barcellona, e poi un giorno, sempre contro quei rivali baschi, e soprattutto uno, quello, che gliela aveva stroncata scatenò una rissa che a vederla ancora (occorre andare ancora su You Tube) fa rizzare i capelli. Fu peccatore e santo, perché diede a una città, a dei terroni, a dei terremotati, orgoglio di appartenenza, dignità, orgoglio, autostima. Non provateci a dire banalità tipo oppio dei popoli, panem et circensem, non provateci se non siete napoletani e quei giorni non li avete vissuti. Forse è meglio ora, o era meglio prima? Era meglio soffrire e basta, perdere e basta, senza nemmeno avere quei pomeriggi di raggi di sole abbacinanti anche quando pioveva, quei cieli di arcobaleni impossibili, di sfide alla forza di gravità e di sfide alle industrie del nord, di motorini che lo scortavano, di… tutti sanno dove abita, lassù a Posillipo, delle attrici che si faceva, di Agnelli che lo avrebbe voluto come ennesimo e forse suo più grande vizio, altro che quel francese, Michel, che lui, l’avvocato, faceva finta, ma solo finta, di preferire.

 

Era commovente e spudorato, Maradona, kitsch come un vero argentino, come un vero napoletano, sublimazione della semplicità e del barocco, della malandrinaggine e del cuore grande, enorme.

«Ho visto Maradona…» era un grido al cielo, un inno sacro, altro che un canto da stadio, Napoli gli ha perdonato tutti i vizi e lui che ha attraversato ogni tappa della gloria e dell’ignominia lo ha fatto da Maradona. Da numero uno, senza rivali. Da uomo, da eroe, da re e da sconfitto, da padrone del mondo e da drogato, da figo – era bello da giovane, altro che – e da ciccione, da “trickster”, ossia eroe culturale inventore di prodigi, è stato più semplicemente, la celebrazione del “fanciullo che è in noi”.

 

È peggiorato Maradona, perché è un uomo, e ogni uomo peggiora, tranne quelli che sono falsi.

Ha arricchito Napoli, e pazienza se ha depredato il fisco, noi italiani perdoniamo tanti altri che non hanno mai scavalcato la barriera come lui, palleggiato con un limone, siglato reti impossibili, vinto scudetti e campionati mondiali con compagni che si chiamavano Cuciuffo, Giusti, Volpecina e Bruscolotti.

Che vita ingorda che hai avuto, Diego, tanto imperfetta da sembrarci invidiabile.

Eppure c’è stato un tempo nel quale tanti, troppi, e qualcuno c’è ancora, hanno goduto della tua caduta. Con un gusto, un compiacimento, che si spiega soltanto con il bisogno che per qualcuno è connaturato, di invidiare l’eletto. Se è vero che gli eroi ci piacciono, talvolta questi eroi si devono pur abbruttire e finire presto, magari morire. 

Ma Diego è una creatura mitologica, metà uomo e metà pallone, e mi spiace, invidiosi, è il meglio di tutti e di tutto. E morire, non morirà mai. Come una divinità di un politeismo footbalistico, «il santo canaglia, il più sujo dei santi dell’universo football», come lo definì Eduardo Galeano, si trasformerà, anzi si è già trasformato, in una divinità, ricca, oltre che di qualità, di difetti.

Difetti umanissimi e che ci piacciono assai. Il primo di tutti: la passione.

 

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Bruno Barba

 

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