DIEGO ARMANDO MARADONA con gli occhi di una donna

Diego MaradonaFatta eccezione per una ristretta minoranza, le donne non amano il calcio. O meglio: non amano quel calcio amato dagli uomini. Quello della Gazza e del campionato, delle coppe che ancora non si capisce che differenza c’è tra Champions, Europa League, Coppa Italia, Super Coppa e del fuorigioco che manco loro sanno spiegarti a cosa serve. 


 

Non lo amano perché non amano l’infinita discussione sul  rigore giusto o sbagliato, i noiosissimi supplementari, la filosofia (!) degli allenatori, la sociologia (!!) delle squadre, la poetica (!!!) del bandierone e l’etica (!!!!) della fedeltà, applicata più alla zebra o alla lupa che alla propria donna.

Da ultimo, ma non per ultimo, le donne non amano il calcio perché non amano assistere alla trasmutazione fisica e mentale del proprio uomo. Il tifoso è la migliore (peggiore?) gif di un trattato di Cesare Lombroso. 

Ma come sempre nel variegato e mutevole mondo delle donne, c’è almeno un’eccezione. 


Lui: Diego Armando Maradona. 


E tutto cambia.

 

Qualsiasi donna che l’abbia visto giocare è “tombée amoureuse”, letteralmente: caduta innamorata, inciampata in qualcosa che mai avrebbe potuto immaginare.

Perché? Perché Maradona e non il “rivale” Platini o quel gran pezzo di figo di Rummenigge? 


Hanno vinto di più,  sia in squadra sia a titolo personale, ed erano forti, fortissimi e decisamente più bellocci.

Ma Diego era un’altra cosa. 


Brutto, piccolo, tozzo, un’improbabile cascata di riccioli neri, la faccia di un qualsiasi “terone” di un qualsiasi Sud del mondo, uno stile di vita orribile e sbracato,  c’era ben poco di cui innamorarsi.

Eppure…

Quando scendeva in campo, bastavano pochi minuti e Diego diventava bellissimo,  alto,  slanciato,  elegante. Armonia allo stato puro.

Un corpo che si muove in assenza di gravità e gioca,  ma gioca davvero. Non calcia,  non segna, non dribbla.  Gioca. 
Come giocava Picasso dipingendo su qualsiasi cosa incontrasse, o Glenn Gould “strimpellando” Bach su un pianoforte, o Louis Armstrong soffiando-e-sorridendo in una tromba o Fred Astaire che faceva sembrare il tip-tap l’unica cosa facile che un uomo può fare nella vita. 


Anche Diego, semplicemente gioca.

E non c’è segno di fatica, e mai una smorfia di dolore, non c’è calcio negli stinchi che lo ferma e non c’è tecnica. 


C’è solo un’immensa, inesprimibile, incomparabile bellezza.

 

La bellezza vera, quella che ti lascia senza fiato, è quella che cancella la fatica; è l’illusione che la perfezione sia e basta; è un dono, una cosa che non può che essere così, non un risultato. Per questo cura,  e fa star bene e ci riconcilia con noi stessi e con la realtà, perfino col calcio!

 

Ma la bellezza è arrogante, e sfida Dio, da sempre. 


E anche Diego l’ha fatto.

Il 22 giugno del 1986 aveva un progetto: umiliare un Paese, l’Inghilterra, che aveva umiliato il suo con la guerra per le Falklands. E così,  al cinquantunesimo minuto,  nella partita più tesa dei mondiali del Messico, segna di mano. 


E non pago, la mostra, la ostenta. 


«È la mano di Dio», dice. 


E per quattro minuti il mondo del calcio, quello degli uomini si scatena (le donne faticano a vedere il pugno nascosto sotto la chioma; le donne difendono gli uomini che amano oltre ogni evidenza).

Vergogna, schifo, ladro, “napoletano”…

Gli insulti si sprecano. 


Ma solo per quattro minuti.

Poi Diego torna in campo una seconda volta (sì, non l’ha mai lasciato il campo, ma è come se…) e adesso tutti zitti.

Non è un calciatore, non è Platini, Van Basten, Matthäus e men che meno Ronaldo (Cristiano o no, fa lo stesso), Totti o Dybala. Lui è Achille, è un semi-dio dispettoso e vendicativo; è Lucifero, il più bello degli angeli ribelli.

Sfida il mondo.  


Con arroganza, con vanità, con quello stesso nichilismo malcavato che lo porterà da lì a pochi anni alla dissoluzione totale.

Dieci secondi, sessanta metri, cinque avversari scartati, un gol. O meglio: “Il più grande gol nella storia della Coppa del Mondo Fifa”, com’è stato decretato dalla Federazione nel 2002.

Un colpo di fulmine. Da togliere il fiato.

 

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Anna Di Cagno

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