COLETTE La prima teenager di Francia

colettePochi lo ammettono, ma spesso sono i capricci a “salvarci”. Senza quella tendenza a consumare con ostentazione, golosi di lusso, cibo ed esperienze, abbacinati dalla mondanità chiacchierata, dall’ansia di sperimentare, non accadrebbe la metamorfosi liberatoria: quella che trasforma la persona in personaggio. E sconfigge il primo e più soffocante dei tormenti: la fragilità.

Lo comprende presto Sidonie-Gabrielle Colette, nata nel 1873 a Saint-Sauveur-en-Puisaye, nell’Yonne, Borgogna. Di quei capricci deciderà di fare un’arte, uno stile inconfondibile, che detta legge agli altri. Nasce così l’essere di “tendenza”.

La parisienne diventerà lei, Colette, essenza dell’essenza più intima dell’eleganza irripetibile, della spudoratezza, e d’una irredimibile voglia di stupire.

Sarà sempre appena sopra le righe, sedotta dall’onda lunga del gesto, teatrale, che sposa cultura e paura, sprezzo dei dogmi e rispetto.

Non eccederà però, non scadrà mai nella volgarità. Incarnerà il lato semi oscuro del demi-monde, darà in pasto alla società quel giusto grado di insubordinazione capace di stimolare la segreta pruderie anche delle bigotte compassate. Lo otterrà usando quell’inclinazione molto adolescenziale di spezzare le regole senza farle saltare davvero.

Costruirà l’icona della ribelle in crinoline, la pasionaria bon ton, che di nulla si priva e nulla rifiuta per principio, la saccente sboccata che conosce a menadito la raffinatezza, perché a sei anni già leggeva Balzac, Daudet e Mérimée. Anche la spavalderia ha una “giusta misura” e lei la troverà.

Ultimogenita di una famiglia benestante della borghesia di Borgogna, segue un’educazione piuttosto liberale, cresce a contatto con la natura, s’innamora del paesaggio che la circonda e di quel sillogismo che lega sensazione e memoria fisica, tipico dell’infanzia.

Studia come ogni brava signorina musica, poesia, arte. E quando nel 1891 è costretta a lasciare la sua campagna, trasferendosi a Châtillon-Coligny, per incaute scelte finanziarie del padre Jules Joseph, capitano degli zuavi in congedo e poco incline agli aspetti pratici dell’esistenza, avverte lo strappo e l’inquietudine crescere.

Le sarà compagna, quell’inquietudine, lente d’ingrandimento sul lato oscuro della vita. L’ammalerà, anche, appena due anni dopo l’arrivo a Parigi, al seguito di Willy, l’abile Henry Gautier-Villars, suo consorte che, più vecchio di lei di quattordici anni, è già scrittore, editore, pubblicitario, giornalista di satira di costume, nonché spregiudicato “uomo di marketing”. La tradirà e lei ne soffrirà al punto di perdersi, forse depressione, forse malattia venerea.

Si riprenderà, e lo farà a suo modo. Con un’intelligenza che non ha nulla di calcolato, piuttosto un pragmatismo, che la indurrà a comprendere che quella è la sua vita e da quella vuole ottenere il massimo.

coletteNon è un caso se, poco più che ventenne, già confeziona il primo vero best seller francese di tutti i tempi, la “saga” in “quattro atti” di Claudine, dedicata alla protagonista quindicenne che porta questo nome.

Venata di amori saffici, di sguardi poco indulgenti sul caos degli adulti, sui segreti confinati dentro agli istituti scolastici e su quella patina di vita di provincia, che ribolle come un calderone, piena di polvere e peccati, l’uscita Claudine à l’école, 1900, calca la mano.

La firma sarà invero quella di “Willy”, il marito, che l’ha indotta a forzare sul lato scabroso e reclama la fama. (Colette otterrà la firma sulla sua serie, firma congiunta “Colette e Willy”, solo quando divorzierà).

Funziona.

La storia scatena un piccolo putiferio, straziando l’immagine ingenua troppo Belle Époque e ipocrita della “brava bambina”. È un’ottima partenza. Uno specchio incantatore.

Claudine, c’est nous.

Tutte noi.

La penna è lanciata: nel 1901 esce il secondo volume, Claudine à Paris, sempre a firma di “Willy”, e, un anno dopo l’altro, anche Claudine en ménage, incentrato sul matrimonio, e l’ultimo Claudine s’en va.

Il battesimo è compiuto.

Willy è un ottimo pubblicitario. Cavalca l’immaginario francese, e presto trasforma il personaggio di Claudine in un marchio che poi mette in vendita. Sarà il modello della prima “teenager del secolo”. Lolita dorme ancora sonni tranquilli.

Dopo non mancherà mai, dai cabaret ai bordelli più intraprendenti, il “tipo Claudine”. Accende le fantasie, soddisfa i pensieri sporchi.

Imparerà, lei pure, a farsi divertire dalle irriverenze e crudeltà della vita.

Non si negherà (è il 1906) l’amicizia con Missy, pseudonimo della marchesa Mathilde de Morny, protagonista del bel mondo parigino, lesbica dichiarata, affascinante. Grazie al suo aiuto Colette lascerà Willy.

Si dedicherà a piene mani a quella creazione, che è essere se stessa. Vuole tutto, compreso il teatro, il music hall.

Calcherà le scene del leggendario Moulin Rouge. E poi sarà critica letteraria su La Vie Parisienne, più tardi, collaborerà a Paris Soir e Marie Claire.

Parla di donne alle donne, di cibo («Buongustai si nasce»), dell’audacia del gesto sempre e comunque, seguendo quella massima che diverrà fede di vita: «Occorre vedere e non inventare».

Questo Colette non lo tradirà. Vedrà, vivrà. Lo farà senza risparmiarsi, e senza consumarsi. Lo farà con ingordigia e un gusto squisito.

Generosa, snuderà intemperanze e capricci, il gusto di dare sfogo alle pulsioni e sedarle, godendone prima però.

Nel compito di appagamento si mostrerà stakanovista, indefessa, guidata dall’acume di chi sa quanto il teatro delle passioni confini con la burla, assai più che con la tragedia.

La vagabonda (titolo del romanzo che esce a puntante nel 1920) non si lascerà mai trovare impreparata.

Stupirà con gusto, ferirà con ferocia, vezzeggerà quel suo Chéri, (il testo è pubblicato nel 1920), amante venticinquenne della ricca e bella cortigiana Léonie Vallon, con il doppio dei suoi anni, nel testo suo forse più conosciuto.

Darà così alla vita nella Ville Lumière un marchio di spregiudicata innocenza e famelica fantasia che la città ti cesella addosso e non è acquisibile altrove, né esportabile per scimmiottamento. Otterrà le più importanti onorificenze accademiche di Francia e l’investitura a Grand’Ufficiale della Legion d’onore. Di lei scriveranno: è la prima donna nella storia della Nouvelle République a ricevere, il 3 agosto del 1954, funerali di Stato.

Sarà icona.

Dell’eccesso.

Del capriccio.

Della mutevolezza. E di quella provincia che ci si lascia alle spalle. Della metropoli che cresce grazie alle energie di chi arriva.

Farà dell’essere parigina il “sesto” senso. Una ferocia da sorriso ingenuo, crinoline e baci saffici, Jeune et jolie.

Una smania che asciuga con la nostalgia primitiva, appena sottopelle, di quello stesso sguardo che possedeva anche Claudine prima di scoprire l’incantamento amoroso. E quell’apprendistato, romanzo inquieto di formazione, a volte non finisce mai.

Silvia Andreoli

 

 

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