COCO CHANEL la solitudine di una numero uno


Coco ChanelAnche se il suo secondo nome in francese significa “Felicità”, a leggere la biografia di Gabrielle Bonheur Chanel – in arte Coco – non sembra proprio che la vita gliene abbia riservata molta. Nonostante la fama planetaria conquistata e la fortuna milionaria accumulata. Lei stessa, del resto, ripeteva sempre: «Sono sopravvissuta al peggio», lasciando intuire di non aver più nulla da temere dopo le tante prove imposte dal destino.

Nella sua lunga esistenza, ottantasette anni, Mademoiselle Chanel ha attraversato tali e tante tragedie e momenti di dolore assoluto che chiunque al posto suo sarebbe finito ko: la scomparsa della madre Jeanne per tubercolosi quando aveva solo 12 anni, la fuga del padre Albert (un venditore ambulante squattrinato di maglieria e biancheria dallo sguardo tenebroso, seduttore impenitente), gli anni in orfanotrofio, il suicidio di due sorelle, l’incidente dell’amato Arthur “Boy” Capel e poi più in là la scomparsa di Paul Iribe, un illustratore con cui stava per sposarsi.

Per non parlare della tristezza e dello sconforto provati in una società che a lungo la considerò solo una “commerciante”. Lei, invece, facendo leva probabilmente su un carattere d’acciaio inox («La forza si ottiene con i fallimenti, non con i propri successi», diceva), ha saputo superare il buco nero della disperazione con la creatività.

Famosa per le battute fulminanti («La moda passa, lo stile resta», «La bellezza serve alle donne per essere amate dagli uomini, la stupidità per amare gli uomini»), colei che ha rivoluzionato lo stile mettendo i pantaloni alle donne è stata una femminista ante litteram. La donna “liberata” da Coco fin dagli inizi del Novecento si muoveva agile e disinvolta anche in abito da sera, senza lacci e corpetti, perché «la vera eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento».

Icona di stile impertinente e trasgressiva, rivelò: «Ad appena vent’anni ho fondato una casa di moda. Non fu la creazione di un’artista, come si è soliti sostenere, né quella di una donna d’affari, ma l’opera di un essere che cercava solo la libertà». Ammettendo anche che fin da bambina era solita raccontare piccole o grandi bugie per raggiungere i suoi scopi.

Ma qualunque psicologo da strapazzo direbbe che probabilmente Coco Chanel era solo timida e ansiosa e voleva che il mondo l’amasse, a causa della mancanza di amore negli anni dell’infanzia e giovinezza. E che dire del fatto che fu l’unica tra tutti i couturier a bandire l’abito da sposa dalle sue collezioni? Pare ne abbia inventato uno solo, quello indossato dalla sorellina Antonietta, morta suicida poco dopo le nozze.

Mademoiselle Chanel era nata per caso a Saumur, nella Valle della Loira, nello stesso paesaggio in cui Honoré de Balzac aveva collocato Eugénie Grandet, la giovane protagonista di uno dei suoi capolavori. Però considerava l’Alvernia la sua terra d’origine, tanto che amava ripetere: «Sono l’ultimo vulcano dell’Alvernia a non essersi ancora estinto». Il soprannome Coco pare derivi invece dalla canzone “Qui qu’a vu Coco?”, in cui la giovanissima Gabrielle si esibiva in un caffè-concerto di Moulin (ma esistono altre versioni anche riguardo a questo particolare, come esige tutta la “mitologia” Chanel).

Se le biografie agiografiche su di lei si sprecano, in una delle più documentate la giornalista Marie-Dominique Lelièvre si addentra invece nelle vicende oscure di un’esistenza sempre sotto i riflettori: il ricorso alla droga, la bisessualità accennata, il disprezzo per i poveri e gli sconfitti, le accuse di simpatia per i tedeschi e di antisemitismo.

Inventrice di uno stile rimasto unico e nello stesso tempo imitato da tanti, l’ex orfanella Coco si dedicherà al lavoro tutta la vita e con tutte le sue forze. E sarà il lavoro a salvarla dai ricordi.

Negli ultimi anni soffriva l’ossessione delle domeniche, unico giorno di chiusura della sua “maison”. Per riempire il vuoto del giorno festivo andava tristemente a sedersi ai giardini pubblici, insieme all’autista.

Morirà sola, il 10 gennaio del 1971, in una camera dell’hotel Ritz di Parigi, dove viveva in due stanze nude come una cella monacale. Ogni sera, uscendo dai lussuosi saloni di rue Cambon n. 31, era come se tornasse – eterna diseredata – dalle suore del convento di Aubazine (dove ancora oggi accorrono frotte di turisti americani, giapponesi e tedeschi e dove anche lei tornò più volte, a cercare le radici su cui aveva fondato il suo ideale di bellezza e di chiarore). Perché in fondo, come ben ha indovinato Rainer Maria Rilke: «Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada».

Marina Moioli

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