CLAUDIO BAGLIONI il nostro piccolo grande inconscio collettivo

Se, come sosteneva Carl Gustav Jung, l’inconscio collettivo è un contenitore psichico universale, per tutti gli italiani dal 1972 questo contenitore ha un nome e un cognome: Claudio Enrico Paolo Baglioni, Roma il 16 maggio 1951.

Ed ecco spiegato perché, anche se non è il nostro genere musicale preferito, anche se non abbiamo mai comprato un suo disco, anche se abbiamo sempre cambiato stazione radio all’incipit di “quella sua maglietta fina…” tutti sappiamo che era “tanto stretta al punto che immaginavo tutto…”.

Insomma, tutti sappiamo a memoria almeno una canzone (in realtà molte di più) del mitico, anzi archetipico Claudio.

 

Sosteneva Jung che gli archetipi, cioè quei simboli originari che si ritrovano in tutte le culture umane, comunicassero “al mondo effimero della nostra coscienza una vita psichica sconosciuta appartenente a un lontano passato” e servissero per comunicare “lo spirito dei nostri ignoti antenati, il loro modo di pensare e di sentire, il loro modo di sperimentare la vita e il mondo, gli uomini e gli dei”. L’influenza di questa psiche oggettiva sul nostro essere e divenire (lo psicoanalista svizzero parla di autorealizzazione\individuazione) è perciò fondamentale, perché a loro attingiamo, volenti o nolenti, per pensare, sentire, intuire…

Ed esserne consapevoli o meno non fa una grande differenza, perché gli archetipi ci sono e ci agiscono e ci rendono parte di una comunità.

Ecco perché non è necessario avere la discografia completa di Baglioni in libreria, per ritrovare se stessi, perché è lui a essere dentro di noi, non noi ad ascoltare lui.

 

Ma torniamo al 1972 e all’uscita di Questo piccolo grande amore, ormai per tutti QPGA.

Baglioni ha appena 21 anni ed è al suo terzo album (ha già scritto Signora Lia, prima Milf della musica italiana), vende quasi un milione di copie, resta in classifica per quindici settimane e il brano che dà il titolo al disco viene definito “la canzone italiana del secolo”.

E, dato che siamo in piena rivoluzione sessuale, viene anche censurato (la voglia era di essere nudi e non soli, le mani erano ansiose di cose proibite e non c’erano scarpe bagnate).

Cosa c’è di universale, collettivo e archetipico in questo testo?

  1. La maglietta fina: bisognerà aspettare vent’anni perché nasca il concorso Miss Maglietta Bagnata, ma da sempre e per sempre ogni ragazzina sogna di sfoggiare una maglietta fina che ne sottolinei le forme appena acquisite e ogni adolescente maschio ne resta abbacinato.
  2. Il falò. In un Paese che conta quasi ottomila chilometri di costa, la tradizione estiva della schitarrata in spiaggia la sera di Ferragosto è seconda solo al Natale, e pari per aspettative\frustrazione.
  3. Il materno. Quello che per Jung era la Grande Madre e cioè, “ciò che è benevolo, protettivo, tollerante” per Baglioni è una ragazza con “quell’aria da bambina” che gli “diceva sei una frana” ma già era pronta, è evidente, a perdonare la goffaggine e l’eterna indecisione maschile.
  4. Il rimpianto. Adesso che lui saprebbe cosa fare, adesso che saprebbe finalmente dire qualcosa di più significativo di “non sono sicuro se ti amo davvero” lei non c’è più.

E chi non ha almeno un rimpianto legato alla propria gioventù? E come si fa a crescere e individuare se stessi senza fare errori? Errori con uno scopo, li definisce Jung…

 

La sua discografia è immensa, la sua carriera batte i quarantasette anni, la quantità di dischi venduti è incredibile (siamo oltre i cinquanta cinque milioni), i ritornelli tormentone da “passerotto non andare via” (sequel del piccolo grande amore) ad Alé-oò i più efficaci di sempre, ma nel nostro personale processo d’individuazione ci sono altre due tappe fondamentali, una volta scollinata l’adolescenza attraverso E tu…, Gira che ti rigira amore bello e Sabato pomeriggio.

La prima è E tu come stai? Dove la stessa “e tu…” che qualche anno prima era ancora una volta in spiaggia accoccolata ad ascoltare il mare, ancora una volta coinvolta in corse a perdifiato sulla battigia, ancora a piedi nudi, ancora “fatta di sguardi e di sorrisi ingenui” si conquista un punto interrogativo e una domanda: come stai?

I falò sono finalmente finiti e con loro si spengono i primi amori importanti, quelli che fanno male davvero. Lasciata la spiaggia, lavata via la sabbia dai piedi ci si ritrova una sera da soli a domandarsi: “chi viene a prenderti, chi ti apre lo sportello, chi segue ogni tuo passo… chi ti ha portato via…”. Domande che tutti, sicuramente anche Jung, si sono posti a seguito della fine di una storia d’amore importante.

 

Ed eccoci al 1990, anno della svolta. E di Oltre, un concept album che già dalla copertina preannuncia una nuova fase della sua\nostra vita interiore: niente foto, un quadro, pennellate che lo ritraggono a torso nudo, un sottotitolo criptico più degli ultimi scritti di Jung (“un mondo uomo sotto un cielo mago”) e sul retro la sua ombra, l’archetipo della nostra parte irrazionale. Nella traccia più celebre, Mille giorni di te e di me, l’amore si fa sempre più difficile, ma la disperazione prende nuove forme, più armoniche, più integrate, non si cercano più facili scuse, ci si separa un po’ come ci si unisce, e si diventa tutti un po’ filosofi: “Finimmo prima che lui ci finisse, perché quel nostro amore non avesse fine…”.

È l’amore della maturità, intenso, fatto di luoghi, case, armadi, olfatto (“chi ci sarà dopo di te respirerà il tuo odore pensando che sia il mio..”), ma più composto, consapevole.

Individuato.

E il percorso è compiuto. Siamo cresciuti. Grazie Claudio.

 

Anna Di Cagno

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