CHARLES DICKENS (Disin)Canto di Natale? Soffrite della sindrome di Scrooge


scrooge, dickensTutti pronti il 21 dicembre per l’uscita nelle sale dell’ennesimo film ispirato al mitico Racconto di Natale, questa volta con il titolo Dickens. L’uomo che inventò il Natale?

Per scoprire che Scrooge non è poi così cattivo come sembra? Londra ospita (Disin)Canto di Natale? Soffrite della sindrome di Scrooge

-Un Natale allegro! Al diavolo il Natale con tutta l’allegria! E che altro è il Natale se non un giorno di scadenze quando non si hanno danari; un giorno in cui ci si trova più vecchi di un anno e nemmeno di un’ora più ricchi; un giorno di chiusura di bilancio che ci dà, dopo dodici mesi, la bella soddisfazione di non trovare una sola partita all’attivo?

Se vi è già capitato di ripeterlo tra i denti (o a voce alta) più d’un paio di volte dall’inizio di dicembre, la diagnosi è certa e la malattia conclamata.

Soffrite del complesso di Scrooge, l’odioso, irresistibile, avido, cupido, crudele protagonista dell’imperdibile Canto di Natale, A Christmas Carol, signed by Charles Dickens. Che torna alla ribalta nei nostri cuori infantili, strappandoci una risata (che, forse, ci salverà).

E se è vero che lui, Charles Dickens, qualche ragione per tutta quella rabbia l’aveva, alla fine anche a noi dobbiamo concederne un po’, perché le aspettative (se non le imbrigliamo) sono sempre così immancabilmente sproporzionate rispetto alla realtà che la delusione s’impone certa e immacolata.

Il problema semmai – nel somigliare a Scrooge- è nella dose (“modica quantità”).

Qualche ragione di rancore in più di noi, invero, l’affilato Charles l’aveva. Non fosse che per l’inizio. Lui, cagionevole di salute, divora le pagine come solo un bambino imbrigliato a letto sa fare.

La testa corre, là dove le gambe desistono. Prima défaillance di una felicità su cui ci si interroga poco, è vero, nel 1812, in quella classe medio-bassa inglese a cui viene destinato Charles John Huffam Dickens quando nasce, il 7 di febbraio.

Imparerà presto il mix spinoso di frustrazione infantile e slancio di sopravvivenza animale. S’innamorerà di Don Chisciotte e Robinson Crusoe. Vivrà di lotte, e sogni disperanti. Come quelli del padre, John, impiegato all’Ufficio Stipendi della Marina britannica. Stipendio di per sé modesto eppure dignitoso, se non fosse per quella smania di slanci e spese, che indurrà John a indebitarsi tanto da finire in prigione.

Ripagare il dovuto spetterà al dodicenne Charles, costretto a incollare etichette su flaconi di lucido da scarpe, in una baracca infestata da topi.

Così la tragedia striscia e s’insinua, in quel corpo che, malaticcio, pure s’erge a cattedrale per non cedere, e intanto osserva, selezione, cataloga, mastica, rimugina. Così incamera ribellione, rivendicazione, anche asprezza e cuce, in silenzio, a futura memoria.

Altro che immaginazione!

La “vendetta” sarà fatta d’inchiostro e rabbia, avrà nomi e titoli di copertina, e ricordi d’una esattezza impietosa, da cui, nonostante il passare degli anni, lo scrittore adulto poco si distanzierà.

A Christmas Carol è del 1843.

Dickens ha superato i trent’anni.

La sua fama è discorde. Qualcuno lo apprezza, qualcuno lo combatte. Ma non alle beghe tra adulti, critici, letterati pare interessato il “nostro”. Semmai il suo acume, come l’impazienza restano ipnotizzati da quel passo d’infanzia, e l’occhio che incide e delinea i personaggi è lo stesso, acuto e tradito, dei suoi – e nostri – pochi anni.

Tanto che, se facciamo il gioco di Scrooge e corriamo con la mente ai Natali Passati, a quell’abete addobbato che ci sembrava toccasse il cielo, alle luci che parevano stelle, al profumo di zucchero e burro, al rumore dei pacchetti scartati, al mal di pancia dopo l’abbuffata consentita che tanto gli adulti erano brilli e non ti vedevano più; al trenino della Lima, al Cicciobello che piangeva e sollevava risate, alle bici, ai pattini a rotelle, a Scarabeo, Monopoli, poi Risiko, e Mercante in fiera, e ti prego-posso-uscire-a giocare, ci troviamo invischiati nel guazzabuglio invincibile di “ragione e sentimento” da cui fatichiamo a staccarci.

Era un tempo perfetto, perché era un tempo che non aveva tempo.

Impervio, stralunato, crudele, irresistibile.

Allora, all’affacciarsi di chilometri di luminarie (a Milano quest’anno hanno giurato: ben 35), come non farsi stringere le ossa da quella specie di nostalgia che non suona soltanto “Vorrei tornare là”, piuttosto:  “Vorrei non pensare a dopo”?

Se lo Spettro dei Natali Passati ritma una dolcezza struggente, è quello dei Natali Futuri che angoscia.

Nel racconto, tra le righe, Dickens ci dice: giocatevelo nel presente quel che sarà il futuro.

Ma c’è dell’ottimismo ottocentesco in questo. C’è lo strascico, seppur ad ala di gabbiano, del Secolo dei Lumi.

Ma per noi?

Noi che abbiamo Trump e Kim Jong-un, tanto per non farci mancare nulla (dell’idiozia conclamata)?

Scrooge diventa quasi una “coperta di Linus”, una strategia di sicurezza.

Distruggi per non farti distruggere.

Un detrattore bonsai degli slanci che espongono più che strisciare.

Passa ai raggi X il Natale, che tanto è solo un giorno in cui devi pagare.

E però.

Non convince.

Detto, scritto, letto, non convince proprio.

Sfata quel paradosso tanto freudiano quanto concreto, già delineato dall’acuta penna favolistica (si badi, favola non fiaba eh) di Esopo quando raccontò della volpe con l’uva, e la sua morale pragmatica d’una sopravvivenza esemplare. -Dì che è acerba, così ti passa la fame. Pazienza se non è vero, che tecnicamente poi, di nuovo, è giudizio ipotetico e dunque azzardato:  Perché poi in fondo come lo sai se non l’hai nemmeno assaggiata?

Ammettiamolo, noi, almeno: mai avuta tanta voglia d’uva come in quel momento.

Così con il Natale.

Si fatica a girarsi e snobbarlo.

Per paura magari, come accade a Scrooge, dello Spettro dei Natali Futuri. Ma non solo.

È che ogni altra soluzione non convince.

Né quella dei più strenui detrattori che consigliano il mantra: un giorno come un altro.

Né quella di chi la mette sull’eccesso: abbuffata di regali, consumismo divorante, prudenza alle ortiche, chissenefrega intanto è Natale.

I più se la giocano sugli affetti che sono la vera ricchezza. Anche se poi le coltellate durante cena della vigilia e pranzo consacrato non affondano soltanto dentro pandori, panettoni, bolliti, tacchini ripieni, pesce d’ogni foggia e specie, piuttosto su quella certa cosa che proprio non vi va di affrontare – sia una fidanzata crudele, un lavoro che schiaccia, un divorzio alle spalle o alle porte, quel tal incidente che.

Si fa sempre più strada l’alternativa di “prendi i soldi (o fatti finanziare) e scappo”. Direzione: tropici, così al caldo, in costume, non ci pensi più.

Mmhhh.

Come ha magistralmente narrato Dickens, se lo spingi fuori dalla porta, il Natale rientra dalla finestra. E bussa con violenza allo spazio meno difeso: quello degli incubi.

Allora forse tanto vale impastare un po’ di Sgrooge con lo scampanio di Jingle Bell “rovinato” da Michael Bublé e… buon Natale a tutti!

Silvia Andreoli

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